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I racconti di Giuseppe Aimo: “Le moleche”

Il mare era lì, a pochi metri dalla vetrata del ristorante “vista mare”, ma non si vedeva. A farci attenzione se ne sentivano di tanto in tanto i flutti, regolari oltre il tendaggio di nebbia. Le luci erano spente, e anche le voci e i rumori dalla cucina giungevano sordi, lontani,. Come se la nebbia di fuori riuscisse a penetrare ovunque, e ottundere tutte le cose.

Sedettero comunque vicino ai vetri, come sperando che con l’avanzare del giorno la spiaggia sassosa potesse riflettere per un momento un temerario raggio di sole. Un altro tavolo, uno solo, era occupato, nella semioscurità dell’interno sala. Un uomo anziano con i capelli bianchi lunghi sul collo e una donna dalla carnagione chiara, molto giovane, molto bionda e molto bella. Appena slavata, forse, come tante bionde. Erano silenziosamente intenti a spezzare le chele dei crostacei nei loro piatti. La bionda lavorava in punta di dita con lunghe unghie rosse, lo stesso rosso lucente della borsetta e delle scarpe. Intenta a non sporcarsi

Venne, calmo e masticante, un cameriere in camiciotto bianco slacciato sul collo, pantaloni scuri senza cintura. Salutò con cortesia e chiese:

- Siete in due?

- Non aspettiamo nessuno, – disse lui.

Il cameriere portò via il coperto in più, e tornò quasi subito, la bocca di nuovo piena.

- C’è un menù? – chiese lei.

- Sì, ma è per l’estate. Adesso non serve. Fuori stagione non viene nessuno, abbiamo solo qualcosa.

- Qualcosa … cosa?

- Niente carne; solo pesce. Orate, branzini, spigole, pesce azzurro da farsi alla griglia al momento. Tutto congelato.

- Tutto congelato? – chiese lui. – Niente di fresco?

- Solo gamberoni, – rispose tranquillo il cameriere, e accenno con il capo al tavolo dietro di lui.

- Io i gamberoni non li voglio, – disse lei con tono deluso, – e neanche il pesce congelato.

- Beh, allora … – disse lui guardando in viso il cameriere, come per chiedergli aiuto.

Lei lo interruppe  con voce educatamente stizzita:

- Il pesce congelato ce lo potevamo mangiare a Torino, senza venire qui in questo posto …

E rivolgendosi al cameriere:

- Come si chiama questo bel posto?

- San Bartolomeo, – rispose il cameriere.

- Al mare, – aggiunse lui.

E lei:

- Al mare cosa?

- San Bartolomeo al mare, – precisò il cameriere.

E lei:

-Ah! San Bartolomeo al mare. E dove sarebbe il mare?

- Qui sotto, signora, – disse il cameriere indicando con il mento la nebbia oltre i vetri, – le assicuro che c’è. Solo che avete sbagliato giornata, mi spiace per voi.

Lei sorrise, finalmente, e anche i due uomini risero. Lei continuò:

- Va bene: il mare ci sarà pure, ma pesci freschi di mare niente! Avete della fonduta? Dello stinco di maiale al forno?

Il cameriere non raccolse, ma avvicinandosi a lui con fare complice, quasi a parlargli in un orecchio, disse che lei sentisse:

- Visto che alla signora non piacciono i gamberoni, – e di nuovo accennò con il capo al tavolo dietro, – avremmo anche delle moleche.

- Moleche? Cosa sono le moleche? – chiese lei, a voce alta.

Entrambi le fecero cenno di parlare più piano. Poi lui disse:

- Sono granchi. Granchi in fase di muta, quando … quando hanno già rilasciato l’esoscheletro di prima e quello nuovo è ancora in crescita, tutto … tutto molliccio.

- L’eso che?

- L’esoscheletro.

- Molliccio?

- Tenero, floscio, … molliccio.

E rivolto al cameriere:

- Dico bene?

- Dice bene, signore, lei parla come uno … un …

- Come uno che in vita sua non abbia mangiato altro che moleche, vero? – disse lei.

- Così, signora. Come … come il capitano Achab, signora.

I due uomini sorridevano complici. Anche lei stette al gioco.

- Ma quello … quello pescava balene, mica moleche! – disse.

- Sempre di pesce di mare si tratta, – disse lui.

E il cameriere:

- Di mare, certo, come le balene.

E lei:

- Ma la balena è un mammifero, non è neanche un pesce!

E lui:

- Beh! Solo per quello neanche i granchi sono pesci. Sono … sono sche …esosche … Sono crostacei, insomma.

E il cameriere:

- Eh già. Crostacei di mare. E il mare c’è. Non si vede, ma c’è.

- E lui:

- E non fare la cavillosa come al solito, dai!

E il cameriere:

- Eh!

E lei:

- Sentite, voi due …

E al cameriere:

- Lei. Lei ci vada a prendere del vino bianco, leggero e fresco. Intanto mio marito mi parla delle moleche. Voglio sapere dove, quando e con chi le ha mangiate, queste cavolo di moleche. Sono trent’anni che lo conosco, da sua mamma mangiava solo polenta e adesso il … il lupo di mare, il capitano Achab, mi viene fuori con queste moleche!

Il cameriere si attardava in inutili impercettibili aggiustamenti delle posate sulla tovaglia.

Finché lei:

- Senta, lei: vada! Ne avrà del vino bianco fresco, spero!

- Certo, signora! Un vinello giusto per le moleche, – disse il cameriere baciandosi le dita della mano destra raggruppate in punta.

- Mezzo litro?

- Mezzo litro va bene, – disse lui.

- Un litro va meglio, – disse lei, – e qualche stuzzichino di antipasto. Avrà qualche stuzzichino di antipasto, spero.

- Ovviamente, signora: acciughe con le erbette e sarde marinate nel succo di limone. Le prepara mia suocera, eh!

E se ne andò con un goffo inchino, non necessitando gli antipasti della suocera conferme, né tantomeno ammettendo rifiuti.

Di lì a poco il cameriere tornò con una caraffa di vino bianco leggermente ambrato e torbido. Portò le alici, le sarde, e un piatto ben preparato con affettati, olive e cubetti oleosi di formaggio da immergersi, disse, in miele d’arancia. Pane alle olive e focaccia calda.

Lui guardò con sospetto il vino, lo assaggiò e disse:

- Niente male.

Lei era rinfrancata, e disse:

- Senta, lei: mio marito mi ha detto che le moleche sono tipiche della laguna veneta, che si mangiano a Venezia, Chioggia, da quella parti là. Come mai …

- Queste sono moleche liguri, e si mangiano qua, – la interruppe il cameriere. E se ne andò.

Quando tornò in sala portò all’altra coppia due ciotole con dentro una crema gialla e dei biscotti, poi venne da loro.

- Vedo che lor signori hanno gradito gli antipasti, – disse, e, alzando platealmente la caraffa consumata oltre la metà, – e anche il vino è di loro gusto.

- Sì, – disse lui, – era tutto buono, grazie.

- Bene. Adesso vi porto le moleche.

Ma lei disse:

- Senta, lei. Mio marito mi ha detto che le moleche si friggono vive, si incide una croce sul dorso, si immergono nella pastella, e … Lei come le fa, le moleche?

- Oppure si immergono nell’uovo, e poi … – intervenne il marito.

E lei, dandogli sulla voce:

- Lei come le fa le moleche?

E il cameriere, con nonchalance, cambiando i piatti:

- Noi … io non le faccio: le mangio, e per darle a voi oggi non le ho mangiate. Comunque mia suocera le fa in salsa piccante.

- In salsa piccante? – chiesero loro all’unisono, con tono schifato.

- In salsa piccante! – disse il cameriere. E se ne andò.

Vennero le moleche in salsa piccante. Poco dopo una seconda caraffa di vino, senza che la chiedessero. Dopo il caffè l’altra coppia se ne andò. L’uomo mise il soprabito sulle spalle della bionda slavata e le aprì gentilmente la porta.

- Che cavaliere! – disse lui quando furono usciti e la nebbia ebbe inghiottito le loro sagome.

- Che puttaniere! – disse lei.

E risero, a capo chino sulle moleche.

Passò una bella mezz’ora prima che il cameriere tornasse. Sparecchiò con flemma il tavolo in fondo, poi venne da loro e con aria delusa disse:

- Lei, lei signore mio, lei che non ha finito le moleche di mia suocera, a lei niente zabaione con i biscotti all’anice. Alla signora, invece, razione doppia.

Lei era rossa in viso, sudaticcia, gli occhi a mezz’asta, un sorrisetto tonto stampato sul viso.

- Soffro di gastrite, – disse lui sorridendo, – e la salsa …

Il cameriere se n’era già andato con i piatti, e tornò subito con i zabaioni caldi e un piccolo vassoio di biscotti.

Lo zabaione era molto alcolico, ma lei finì il suo e l’avanzo di lui.

Caffè, conto. Era pomeriggio inoltrato. Il mare sciabordava sempre al suo posto, dietro il tendaggio di nebbia piovosa.

Lui pagò, lasciò una bella mancia e si alzarono per andarsene. Lei era incerta sulle gambe, ma quando lui fece il gesto di aiutarla a indossare il soprabito disse:

- Non ti azzardare!

La porta l’aprì il cameriere, essendo il loro incedere sottobraccio piuttosto incerto.

- Grassie, – lei disse, – ma dica … dica a sua suocera che la salsa era mooolto piccante. Un tantino troppo piccante, forse. Copriva il gusto delle … delle …

- Delle moleche, – completò lui.

E lei:

- Ecco: delle moleche. Il cui escosch … esiosch … esoscheletro era proprio molliccio.

Uscirono. Lei si appoggiava a lui con tutto il peso del corpo, e rideva, rideva.

Il cameriere chiuse la porta alle loro spalle e li guardò camminare sottobraccio verso il mare. Non si mosse dal tavolo finché la nebbia non assorbì le loro sagome sbilenche e le loro risate.


NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Aimo, nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.

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