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I racconti di Giuseppe Aimo: “Le calze di suor Rosaria”

Era il 1962, e quell’anno a Cuneo faceva un freddo terribile. Il mattino, quando mia madre mi riaccompagnò in collegio dopo le vacanze di Natale, c’era un sole spettrale, che dava una sensazione di gelo ancor più mordente. Un vento gelido scendeva dalle montagne e infilava di punta corso Francia, sollevando pulviscolo di neve ghiacciata. Mia madre mi aveva messo un mefisto, ma alla fermata dell’autobus le scaglie di ghiaccio mi pungevano il viso ed io piangevo. Il freddo mi scendeva anche nel cuore, ma piangevo piano, che lei non sentisse, se no avrebbe pianto lei pure. Tutta l’acqua della fontana intorno al Faro davanti alla stazione era un blocco di ghiaccio. Mia madre mi teneva le mani con le muffole tra le sue mani nude, rosse, bollenti per reazione al gelo.

Alla Città dei Ragazzi gli ambienti riscaldati erano pochi. Nell’aula di 1a Media, che il pomeriggio serviva anche da auletta studio, c’era una stufa a legna, in cui noi ragazzi e i professori bruciavamo di tutto. Non c’era una fornitura di legna da ardere buona, e recuperavamo in giro cassette da frutta e pezzi di assi. Ogni tanto il contadino di una cascina lì accanto ci portava un biroccio di legna di scarto, tarlata e polverosa. Alle volte anche i soldati della caserma degli Alpini che era dall’altra parte della strada arrivavano con un camioncino militare carico di travi di recupero. Da grande ho poi saputo che quella era la caserma in cui ha fatto il militare Totò.

Il Padre aveva ottenuto che una Scuola Media Statale aprisse una succursale lì da noi, ma ai professori, che dovevano venire su da Cuneo, la cosa non piaceva per niente. Cercavano di non fare tanti giri accorpando le loro ore di lezione, ma arrivavano sempre arrabbiati e ci chiamavano «il Bronx».

Anche il refettorio era più o meno riscaldato, ma non lo era di certo il dormitorio, né la cappella, dove passavamo una buona mezz’era il mattino per la messa e quasi un’ora la sera, per il rosario, le letture e una tiritera infinita di invocazioni e preghiere miste.

Il mattino, dunque, lo passavamo in classe, e anche gran parte del pomeriggio. Nelle cosiddette ore di studio ci assisteva un Chierico, piccolo, magro e biondiccio. Sedeva alla scrivania e cercava di tenerci calmi e in silenzio per poter studiare a sua volta. Teologia o non so cosa, ma studiava convinto, gli occhi sul libro tenuto aperto con la manina pallida, muovendo appena le labbra esangui senza emettere neanche un bisbiglio. Noi ci passavamo sottobanco i compiti, mercanteggiavamo giornaletti e figurine dei calciatori e ci sparavamo cartocci puntuti con le cerbottane, ma parlavamo solo sottovoce. Sarà per questo che io non ho mai studiato a voce alta, neanche ai tempi dell’Università.

Ogni tanto il Chierico biondo veniva vestito già da prete, ed era quando chissà perché ce ne stavamo più quieti. Le poche volte che era rilassato e chiudeva il libro, veniva a passeggiare in mezzo ai banchi, ci aiutava nelle traduzioni dal latino, scherzava con noi e ci parlava di libri e di tante cose diverse. Gli piaceva da matti il ciclismo, in particolare Balmamion. Erano momenti belli; lo ascoltavamo attenti e in silenzio, più che con i professori di Cuneo. Negli intervalli, però, il Chierico biondo non voleva nessuno in aula e ci mandava tutti a giocare nel cortile asfaltato, circondato da reti altissime dalle quali la galaverna si staccava solo nel pomeriggio. Diceva che era per farci sgranchire, che il freddo ci faceva bene alle ossa, ma io pensavo che fosse per studiare mezz’ora tranquillo, magari a voce alta.

In quegli anni io pagavo ancora lo scotto di una brutta malattia fatta da piccolo: ero gracile, cachettico, debole, malaticcio, e il freddo mi bloccava il respiro. Per questo avevo chiesto al Chierico biondo di potermene restare in aula al caldo. Lui ne aveva parlato con il Padre, e il Padre aveva trovato la soluzione di mandarmi da Suor Rosaria.

Suor Rosaria era la suora più anziana. Era alta, magrissima e ammalata: per questo anche in una delle due stanzette in cui lavorava, quasi sempre da sola, c’era una piccola stufa elettrica che lei ogni tanto – non sempre – teneva accesa e ci si scaldava le mani dalle lunghe dita ossute, secche come fuscelli. Anche i piedi li aveva grandi, da uomo, calzati in pantofolone  di panno marrone con la cerniera, e portava sempre tre o quattro maglioni di diversa taglia uno sull’altro, tutti di colori smorti, forse per fare pendant con il velo e la gonna da suora. Aveva un pesante crocefisso d’ottone tenuto al collo con un rosario dai grani di legno, che, da come oscillava se si chinava, sembrava che non ce l’avrebbe più fatta a tirare su il capo. Non so di cosa fosse ammalata, ma spesso tossiva. Una tosse cupa.

Suor Rosaria si occupava di distribuire ai bambini e ai ragazzi gli indumenti, nuovi o usati non saprei dire, che i “benefattori” mandavano alla Città dei Ragazzi. Tra di noi c’erano anche ragazzi grandi, dei giovani adulti diseredati, senza famiglia ed emarginati dal contesto sociale, che lavoricchiavano in tipografia o in falegnameria. Qualcuno tentava la strada dal seminario, gli altri se ne andavano in cerca di un proprio futuro non appena se la sentivano di affrontare la vita fuori di lì, ma intanto servivano vestiti per tutti.

Gli indumenti arrivavano da chissà dove in balle, scatoloni e in sacchi di iuta; una delle due stanze di Suor Rosaria ne era sempre stipata. Il suo lavoro consisteva nel dividere i capi di vestiario per tipologia, le maglie con le maglie, le camicie con le camicie, eccetera, e, poi, grossomodo per taglie. C’era roba di tutti i colori dell’arcobaleno e di tutte le taglie, specie quelle grandi, esagerate. Tanti capi venivano subito scartati e rimessi nei sacchi, insieme con i vestiti e la biancheria da donna, che alle volte arrivava per sbaglio e veniva maneggiata come se fosse infetta.

Poi bisognava stirare tutto alle belle meglio, «perché», diceva Suor Rosaria, «era tutto pulito e sterilizzato», ma tutto era stropicciato come foglie di cavolo. Il lavoro di stiratura, però, venivano a farlo delle suorine giovani, che lavoravano giusto negli intervalli tra un impegno liturgico e l’altro, e per poco che stirassero diventavano sudaticce e rosse in viso sotto il velo. Io aiutavo per quello che potevo, sia nella spartizione dei capi che nel riporre in cartoni e scafali quelli recuperati.

Di tanto in tanto, ma non di frequente, c’era da fare la doccia, dopodiché quei vestiti venivano distribuiti a tutti. Cambio completo, dalle mutande alla giacca, ognuno la sua taglia, più o meno. Dei colori non si teneva conto, sicché quelli della Città erano riconoscibili ovunque perché sembravano degli Arlecchini. Niente della roba indossata veniva lavato e recuperato: tutto finiva confusamente nei sacchi insieme con le taglie inutilizzabili, e dove questa robaccia andasse a finire non so. Forse tornava in qualche lavanderia, e poi ricominciava il giro. Tante cose mancavano alla Città dei Ragazzi, come ad esempio le lenzuola, il companatico e la pulizia nei gabinetti, ma i vestiti non mancavano mai, e, a dire il vero, neanche il pane e le preghiere.

Mentre lavorava, Suor Rosaria recitava un rosario dietro l’atro, ed io dovevo rispondere alle sue Ave Marie, che per ogni Mistero erano in numero variabile perché non le contava. Una volta le ho contate io: ventitre.

Un giorno Suor Rosaria mi diede un grosso barattolo piatto, di latta, in cui teneva bottoni, spilli, aghi da balia e ditali, e mi chiese di raschiare via con la punta delle forbici il disegno che c’era sul coperchio, «perché», mi disse, «è un po’ … scandaloso». Era una scatola dei biscotti Plasmon, e sopra c’era un uomo nerboruto, una specie di Ercole tutto muscoli, disegnato nella posa di battere un grande martello su di un’incudine. Era vestito solo di una specie di pareo cinto ai fianchi, come Gesù in croce.

Ma il lavoro che più mi piaceva fare era abbinare le calze.

Anche le calze arrivavano a scatoloni, a sacchi. Ogni tanto ne prendevamo uno e lo svuotavamo in mezzo alla stanza, formando una montagnola policroma. C’erano calze di ogni colore, di ogni misura e di ogni materiale possibile. Calze nere da prete, rosse da cardinale, bianche da ospedale; calze in tinte di ogni colore, unite o variegate. Calzini a batuffolo, da neonato, calze scure eleganti, calzettoni da montagna. Calze di lana, di cotone, di nylon e di non so cos’altro. Solette di lana grezza, calze alla caviglia e gambaletti al polpaccio.

Le calzette piccine piccine venivano rimesse nello scatolone, così come quelle giganti e quelle con buchi o vizi di fabbrica troppo manifesti, e naturalmente, e non senza disappunto, le eventuali calza da donna in nylon trasparente.

Tutte le calze erano ovviamente spaiate, e il mio compito era quello di trovare a ogni calza la sua compagna. No, non il suo preciso doppio, che, anche ammettendo che nel mucchio vi fosse, la cosa sarebbe stata pressoché impossibile. Per ogni calza bastava trovarne una simile: lunga più o meno uguale, di taglia più o meno uguale, di filato più o meno uguale e di colore … più o meno uguale!

Io afferravo un calzino che non fosse tanto strano, lo palpavo, lo osservavo attentamente e poi mi tuffavo su quella montagnola arlecchinesca e vi ravanavo dentro fino a trovarne un altro che di certo non era identico al primo, ma gli assomigliava parecchio. Allora sovrapponevo le due calze disuguali ma comparabili, le univo inseparabilmente formando una palletta, e le riponevo con cura in un cassettone.

Le prime volte sottoponevo i miei abbinamenti al giudizio di Suor Rosaria, ma presto capii che a lei sarebbero andate bene anche le rave con le fave, e che dava un’occhiata giusto per compiacermi. Solo quando mi capitava di fare proprio il paio esatto, perfetto, che le due calze erano proprio gemelle, allora non trattenevo la contentezza e glielo dicevo:

- Suor Rosaria, guardi qua: queste due sono proprio uguali uguali. Ha visto?

Suor Rosaria guardava per finta e diceva:

- Bravo! E’ la Madonna che ti ha aiutato. Diciamo un’Ave Maria di ringraziamento alla Madonna che ti ha fatto trovare la calza compagna.

Nel 1962 io ero probabilmente l’unico ospite della Città dei Ragazzi cui non venivano mai date le calze che io stesso abbinavo. Io portavo un vero paio di calze, io. Calze fatte a mano dalla mia mamma o dalla mia nonna, calze di lana grezza che faceva grattare i malleoli, ma una esatta compagna dell’altra e della mia misura perfetta, aah! Verosimilmente ero anche l’unico bambino cui non venivano mai dati vestiti, perché io avevo una famiglia, io, genitori e nonni che mi volevano bene. Soldi non ne avevano, i miei, ma per le vacanze io andavo a casa, e a casa mi lavavano e mi vestivano di roba mia, pulita e profumata di liscivia, aah!

Poi mi riportavano alla Città, perché dovevo fare le Scuole Medie e non c’era altro verso.

NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Aimo, nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili

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