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I racconti di Giuseppe Aimo: “La giornata del servitore”

Era una giornata radiosa di inizio primavera. Una di quelle giornate che quando ti alzi, ti stiracchi, sbadigli e guardando dalla finestra vedi la cima del Monviso ancora innevata, e più in basso il verde nuovo su tutte le montagne accanto, e l’aria è così tersa che hai a fuoco tutto l’orizzonte. Allora apri, respiri lungo, e dici:
– Ah! Che bella giornata!

- Oggi è una giornata del servitore, – disse il nonno
– Cosa vuol dire, nonno? – chiese il ragazzo.
– Io la so, questa storia – disse la mamma. E il ragazzo:
– Ma io no: raccontatela anche a me.
– Raccontagliela tu, papà, – disse la mamma e figlia, – tu le favole le racconti bene.
– Non è una mica favola …

- Quello che è: vogliamo sentire come la racconti.
– Dai: raccontala, nonno!
– C’era una volta …
– Allora è una favola!
– C’era una volta un …
– Una volta quando? Devi essere preciso!
– Una volta … quando mio padre aveva ancora i pantaloni corti, diciamo … ottant’anni fa, va bene? Lasciatemi parlare, se no perdo il filo.

E il nonno raccontò.

C’era una volta un contadino, un certo Tobia di Mombarcaro. Non un mezzadro: un particolare1, uno che aveva di suo una grande cascina, una moglie e figli e figlie e la stalla piena di bestie2.

Il giorno della fiera di San Giuseppe questo Tobia andò a Ceva davanti al Duomo, dove si radunavano i giovani che cercavano lavoro nelle cascine. Fece finta di niente, girò, guardò. Poi buttò l’occhio su un ragazzo che gli sembrava sveglio e robusto, gli si avvicinò e gli chiese se voleva aggiustarsi come servitore.

- E’ ben per questo che sono qui, – gli disse il ragazzo.

Allora Tobia lo fece camminare avanti e indietro, che non avesse difetti; gli strinse un braccio sopra il gomito per sentirgli i muscoli e gli chiese:

- Quanti anni hai, ragazzo?

- Tra due mesi compio quattordici anni.

- L’età è giusta e sei ben sviluppato. Di dove vieni, ragazzo?

- Da Canelli, vengo. I miei sono mezzadri, siamo tre figli maschi di cui il più piccolo sarei io.

- Ah, dalla Bassa Langa.

- A casa nostra non c’è a basta lavoro per tutti, e …

- Ho capito, ho capito. E allora: saresti disposto a venire un anno da servitore da me a Mombarcaro, in Alta Langa? Da me il lavoro non manca, ma neanche il mangiare te lo faccio mancare. Come ti chiami?

- Alfredo, mi chiamo, ma mi dicono Fredo. Venire da voi … dipende da quanto mi date.

- Tu quanto conti di guadagnare?

- Diecimila lire l’anno. E un paio di pantaloni nuovi di fustagno a Natale, se sarete contento di come vi servo.

- Diecimila lire? Non sono mica poche …

- A me il lavoro non mi spaventa. Mio padre mi ha detto di non aggiustarmi da nessuno per meno di diecimila lire. Piuttosto tornare a casa e andare a giornata. Così mi ha detto mio padre.

- Va bene. Ti prendo anche se diecimila è tanto. Però ti dico subito una cosa, e sentimi bene le mie parole: io ho due figlie della tua età, poco più, e se ti prendo a fare il salame con loro mi tolgo la cinghia dei pantaloni e ti faccio venire i budini sulla schiena. Siamo intesi?

- Ci siamo capiti, padrone.

- Bene. Allora prendi il tuo fagotto che andiamo. Ho il biroccio al Borgo Sottano.

Strada facendo questo Tobia chiese molte cose a Fredo, su Canelli, sui padroni, sulla sua famiglia, eccetera. Poi gli disse:

- Tu, Fredo, mi piaci. Mi sembri un bravo ragazzo. Allora a riguardo dei soldi ti voglio fare un’altra proposta.

- Che proposta mi fate, padrone?

- Sentimi bene, Fredo: la mia proposta è questa. Invece delle diecimila lire, a fine anno io non ti do niente.

- Come sarebbe niente? – chiese Fredo allarmato.

- Lasciami parlare, ma sentimi bene le mie parole. Allora: invece di darti le diecimila lire l’anno, per ogni giorno che al mattino quando sorge il sole non c’è neanche una nuvola in cielo, io ti do mille lire.

Fredo stralunò.

- Mille lire? – chiese.

- Mille lire. Ma … sentimi bene le mie parole, giovane: le mille lire te le do solo quando in cielo non c’è neanche una nuvola per tutto l’orizzonte. Hai capito? Pensaci bene e poi dimmi se accetti.

Fredo cabalizzò che con tutte le belle giornate serene che ci sono d’estate avrebbe guadagnato altroché diecimila lire. E belle giornate ce ne sono anche di primavera, eccome, e d’autunno, e perfino d’inverno, quando fa quel gelo porco ma il cielo è sclinto3 come uno specchio. Pensò che mal che andasse avrebbe guadagnato almeno ventimila lire, e se la stagione fosse stata di siccità anche trentamila lire. A occhio e croce. Rimettere non ci avrebbe rimesso di sicuro. Sicché a suo padre avrebbe portato dodici, anche quindici mila lire e il restante se lo sarebbe tenuto e lo avrebbe messo alla Posta. A parte una cifra che avrebbe speso per andare un po’ in festa e comprarsi qualcosa di bello. Così cabalizzò Fredo.

- Ci sto! – disse deciso Fredo a Tobia.

- Oh, là! Bravo! – disse soddisfatto Tobia a Fredo. Ed aggiunse:

- Lo sai che Mombarcaro è il punto più alto di tutte le Langhe? Siamo a novecento metri, sulla “vetta delle Langhe”, come dicono. E sai perché Mombarcaro si chiama così? Perché dicono che nelle giornate serene si vedono le navi nel porto di Savona. Così dicono i vecchi, ma io non le ho mai viste. Forse le vedevano quando bevevano troppo dolcetto, che da noi è più piccolo di quello della Bassa Langa, ma è sempre buono. Ah, ah!

Le prime giornate a Mombarcaro furono di pioggia, ma Fredo non si preoccupò. Era marzo, del resto, e marzo è pazzerello, come c’era scritto nel suo libro di terza, l’ultimo anno che suo padre l’aveva mandato a scuola. E d’ogni modo Tobia era stato sincero. Lavoro ce ne’era tanto, tante bestie da guardare4, la stalla da levare il letame un giorno sì e l’altro no, l’acqua da tirare su dal pozzo, la legna da spaccare, le fascine da portare dal portico al forno, andare a potare i salici, a legare  i sarmenti …  Qualcosa da fare Tobia glielo trovava sempre, anche se il tempo era brutto. Ma mangiare si mangiava bene, da quel Tobia.

La padrona lo prese subito a benvolere e lo trattava come uno dei suoi figli maschi, benché lui fosse più grande. E poi c’erano le due figlie, che erano sempre allegre, e a posarci gli occhi addosso ogni tanto, con la cautela del caso, s’intende, faceva bene alla vista. E la domenica tutti alla Messa, anche la padrona, le figlie davanti e lui dietro con i ragazzi; e a pranzo le tagliatelle con il sugo di coniglio, e poi il coniglio stesso. Robe che a casa sua le vedeva solo a Natale o neanche. E quando Tobia lo vide che per andare a Messa raschiava via il fango e il letame dagli zoccoli e li lucidava con il nerofumo del camino, gli regalò un bel paio di scarponi di cuoio con il carrarmato sotto, e gli disse:

- To’, Fredo: mettiti queste scarpe qui. Erano di mio fratello che è morto in guerra. A me non mi vanno perché ho il piede grosso. Volevo tenerle per uno dei miei figli, ma non voglio più vederti trascinare quegli zoccoli come fate voi della Bassa Langa.

Ma soldi … niente! Gira che ti rigira, non ci fu in tutto marzo e neanche in aprile un solo mattino che non piovesse, che non ci fossero nuvole sparse o nebbia.

- Anche se poi si rasserena, è il mattino che conta nel nostro contratto, – gli diceva Tobia.

Finalmente una mattina d’inizio giugno Fredo poté dire:

- Padrone, avete visto che mattinata serena? Non c’è neanche una nuvola: oggi mi dovete dare le mille lire, secondo i patti.

- Ah sì? – disse Tobia. – Vieni con me fin lì sul bricco, che guardiamo bene.

Lo portò un po’ più in su, sul bricco di fianco al cimitero e gli disse:

- Ecco: questo è il punto più alto di tutta la Langa. E’ di qua che dobbiamo guardare, di qua c’è la vista libera tutto intorno.

Così dicendo Tobia guardò il cielo all’orizzonte, e guardando girava su se stesso in senso orario senza spostarsi dal posto. Fredo lo seguì in quel lento movimento a perno. A Nord, in direzione di Torino, non c’erano nubi. Con sugli occhi una mano a visiera per ripararsi dai raggi del sole nascente guardarono a Est: non una nube. Tutto pulito anche a Sud. Ma rivolgendosi a Ovest Tobia disse contento:

- Ah! Ah! Le vedi quelle due nuvolette laggiù, di fianco a Monviso?

- Beh, sì, ma … è tutto sereno … – disse Fredo con la gola secca.

- Eh no, eh no, ragazzo mio! Sereno vuol dire sereno, cioè senza nuvole. Questi erano i patti: neanche una nuvola all’orizzonte!

- Sì, ma …

- Sì ma, sì ma. Ci sono o no quelle due nuvolette laggiù? Ci sono! E allora oggi non è sereno. Mi dispiace, ma per oggi niente mille lire.

- Fredo ci rimase molto male, ma pensò:

- Pazienza! Adesso andiamo verso l’estate e …

Infatti pochi giorni dopo lui e il suo padrone erano di nuovo sul bricco a scrutare l’orizzonte a trecentosessanta gradi oltre il mare di colline verdi. Gira che ti gira in tondo e …

- Là! Ecco una nuvoletta là a Sud, in direzione del mare. La vedi?

Fredo la vedeva, oh!, se la vedeva. Erano le mille lire che non vedeva, neanche quel giorno.

La volta dopo la disgraziata nuvola era a Nord, poi di nuovo a Ovest, e via andare: qualche brandello di nube da una parte o dall’altra c’era tutte le mattine. Sicché Fredo dubitò di essere stato imbrogliato ben bene.

Ma a giugno, finalmente ci fu una mattinata di cielo totalmente azzurro, senza neanche un’ombra di bianco nel cielo, e Tobia gli disse:

- To’, Fredo. Eccoti le tue mille lire. Io la mantengo, la mia parola.

Fredo pensò che con il caldo, con l’estate, giornate così ce ne sarebbero state, ma si sbagliava. Non aveva calcolato che l’aria fresca del mattino condensa in piccole nuvole l’umidità che la notte sale dalla terra calda, né del vento caldo e leggero che porta dal vicino mare l’evaporazione notturna. Erano soli brandelli di nuvole che si dissolvevano sempre con i primi raggi del sole, ma tanto bastava perché Tobia non tirasse fuori le mille lire.

Poi venne l’autunno, e l’inverno e … per farla breve arrivò San Giuseppe e la scadenza dell’anno di contratto che Fredo aveva intascato quattromila lire invece delle diecimila.

Al momento di andarsene Fredo tratteneva a stento il pianto, e disse:

- E adesso come faccio a tornare da mio padre con solo quattromila lire? Va bene le scarpe, i pantaloni di fustagno, va bene che mi avete trattato bene, ma seimila lire …

- Io sono stato ai patti, – disse Tobia con un sorriso malizioso. Mi è andata bene, ma potevo anche rimetterci la camicia che porto addosso, e …

- Avete da lamentarmi per come vi ho servito, per tutto l’anno?

- Questo no. Tu, Fredo, sei un bravo ragazzo, e sei uno che non si tura indietro quando c’è da sudare. Ma io sono stato ai patti.

Già. I patti sono patti, ma Fredo non si decideva a prendere il suo fagotto e partire.

Finché la padrona venne sull’uscio e gridò al marito:

- Tobia, adesso piantala lì, ti dico! Non vedi che stai esagerando troppo con questo povero figlio?

Allora Tobia prese dal taschino sei bigliettoni da mille lire, li diede a Fredo e disse:

- To’, Fredo. Prendili, salame che non sei nient’altro! Cosa pensi: che noi siamo gente così? Tu ci hai serviti bene per tutto un anno, sei un bravo ragazzo. Prendi questi soldi e portali a casa.

Fredo se ne stava lì con i soldi in mano, smarrito, ammutolito, fermo come un paracarro.

- Adesso vai, – aggiunse Tobia, – e se vuoi tornare per un altro anno, digli ai tuoi che ti do dodicimila lire. Io aspetto una settimana prima di aggiustare un altro. Va bene così?

- Vai, – disse la padrona, e la prossima volta non ti fidare più di uno che ti propone dei patti strani. Non farti più tirare da soldi fuori dell’ordinario.


Questa è la storia della giornata del servitore, – concluse il nonno. – Realtà o favola poco importa: c’è la morale, e questo non guasta.


NOTE

1) “Particolare” non come aggettivo, ma come sostantivo, con il significato di “padrone”, “piccolo proprietario della sua terra”, ovvero “non mezzadro”, “non affittuario”. Piemontesismo

2) Per “bestie” si intendevano solo i bovini, non il pollame, conigli, suini, ovini …

3) Terso, trasparente. Piemontesismo. Si dice per lo più di un vino, quando, osservandolo controluce, non presenta tracce di torbidità. Italianizzazione del dialetto piemontese.

4) “Guardare” nel senso di “governare”, “accudire”, “avere cura”  …  Piemontesismo.

Questo racconto è stato pubblicato sulla rivista “Langhe. Cultura e territorio”, diretta da Donato Bosca, n. 11 del 2014. Edizioni Araba Fenice) e sulla home page del sito Internet ufficiale del Comune di Castellino Tanaro.


NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Aimo, nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.

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