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I racconti di Giuseppe Aimo: “L’ultimo”

Eccolo. Lo raggiungo che è già in vista del Municipio. Da casa sua, alla Serra, ha già fatto più di un chilometro. Cammina calmo, sull’asfalto della provinciale; non tanto sul bordo, piuttosto di un bel metro in dentro. Cammina a sinistra, perché ci sente poco, e stando a destra le poche macchine che lo sfiorano sorpassandolo non le sente sopraggiungere, e si spaventa.  Quelle che gli vengono incontro, invece, le vede arrivare, ma non si sposta in fuori che di un passetto appena.

E’ vecchio, alto, magrissimo. Il busto è ancora diritto, appena inclinato in avanti per il peso degli anni; ma il collo è rigido, il capo serrato tra le spalle ossute. Le gambe, invece, sono anni che se ne lamenta. Gli fanno male e vanno dove vogliono loro. Il passo è lento, sghembo, ondeggiante; si aiuta con un bastone nodoso, lucido, non so di che legno. Estate e inverno porta in capo un berretto di velluto a coste larghe, marrone stinto. Anche le scarpe sono sempre le stesse: sformate, gibbose sul collo del piede, polverose o fangose a seconda del tempo. Per il resto è vestito pulito: vive con la sorella vedova, e un nipote che lo rispetta.

Tutte le mattine, salvo quando gli acciacchi, l’inclemenza del tempo e dei parenti non glielo permettono, esce di casa dopo colazione e si mette in cammino sulla provinciale. Tutto il paese lo sa, e prima o poi qualcuno gli da un passaggio.

Tutti i giorni va a Ceva, qualcuno lo porta. Si fa lasciare al Borgo Sottano, va fino in piazza a prendersi un bel caffè alla Corona Grossa, poi compra pane fresco, grissini all’olio d’oliva, i più sfarinabili, sempre gli stessi, e ogni tanto un po’ di formaggio, o qualcos’altro che gli dice la sorella. Il pane fresco sempre. Il pronipote racconta che gli avranno detto mille volte che non c’è bisogno di tutto quel pane, ma non c’è verso. Meno male che hanno cane e conigli, così non lo sprecano.

Poi torna al Borgo Sottano, si siede su una panchina in riva al Cevetta, appoggia entrambe le mani sul giro del bastone verticalizzato in mezzo alle gambe, e aspetta.

Guarda le papere, l’acqua, di tanto in tanto il cielo, e aspetta.

Prima o poi qualcuno passa.

Passa sempre qualcuno che lo conosce, qualcuno del nostro o dei paesi vicini. Qualcuno lo carica e lo porta a casa, e se non fino a casa comunque un tratto, fino in Piantorre, almeno fin dopo la rotonda di Lesegno, dove il primo che arriva lo carica e lo porta a casa.

Lo conosciamo tutti, tutti sappiamo di questo suo giro.

Se proprio non passa nessuno, ma succede di rado, alle undici precise si alza dalla panchina, va nel viale che porta alla stazione dove c’è un’agenzia di pratiche automobilistiche e di trasporto pubblico, e prende un taxi. Si accomoda dietro, con il bastone in mezzo alle gambe, le mani sopra il bastone, come un pascià. Per mezzogiorno lui è sempre a casa, garantito, con il pane fresco nella busta di plastica fermata al polso.


Rallento, lo affianco e mi fermo in mezzo alla strada, tanto non c’è nessuno. Abbasso il finestrino e grido, che senta:

- Fiore, oh Fiore! Vai a Ceva?

In dialetto, naturalmente.

Fiorenzo si ferma e si volta a guardarmi. Non dice una parola: entrambi sappiamo già tutto.

Mi porto verso destra, se mai arrivasse qualcuno. Lui, lento, si guarda bene davanti e dietro ruotando di grado in grado l’intero corpo legnoso, che solo il capo non ce la fa. Poi attraversa, piano; seguo i suoi passettini nello specchietto. Quando è alla mia destra mi allungo ad aprirgli la portiera, e gli dico, tanto per dire:

- Sali, Fiore. Sali pure adagio, io non ho fretta.

Fiorenzo si incastra in macchina con grande difficoltà. Si aiuta afferrandosi al tettuccio con la mano di solo osso, introduce prima la gamba sinistra, poi si siede di sghimbescio e finalmente tira dentro anche la destra. Ci mette il suo tempo, perché le macchine, dice, hanno i sedili troppo bassi, e c’è poco spazio per le sue gambe troppo lunghe e troppo artritiche. Non è il caso di ricordargli di mettere la cintura di sicurezza: lo sa che queste macchine moderne – le maledette! – suonano che non la smettono più se non ti allacci la cinghia, e, rassegnato, annaspa subito alla ricerca dei fermagli, prima ancora di richiudere la portiera.

Partiamo.

Guido piano nei tornanti a scendere verso il Tanaro.

Solo quando siamo quasi in Piantorre Fiorenzo mi chiede:

- Vai ben a Ceva, no?

Trascina le parole, che gli escono a voce bassa, quasi da non capirlo. Strano, per uno sordo, ma forse è per un problema di respirazione, di fiato corto.

- Sì, sì, Fiore, – gli dico mettendogli una mano sul ginocchio alto e puntuto, – stai tranquillo: ti lascio al Borgo Sottano.

Lui fa cenno di sì con il capo.

Poi di nuovo silenzio, e io aspetto la domanda e le parole di sempre:

- Tu … tu sei ben il figlio di Riccardo, no?

- Eh sì, Fiore: sono Beppino, il figlio di Riccardo della Valle.

Lui conferma con il capo. E poi:

- Con tuo padre … eravamo coscritti, lo sai?

- Lo so, Fiore, lo so. Ho una vostra fotografia di quando andavate a scuola; avrete avuto dieci, undici anni.

Sorride appena, e poi tace, fino a chiedermi, e anche questo io lo so già:

- Quanto è già che … che è morto, tuo padre Riccardo?

- Sono quasi tre anni, Fiore.

- Tre anni. Quasi tre anni.

Scuote la testa, e tace.


Le altre volte i nostri discorsi si fermano qui, o per lo più diciamo ancora qualche parola sul tempo, sul caldo o sul freddo, giusto per arrivare a Ceva.

Ma oggi no. Oggi Fiorenzo tossisce, si raschia la gola, tira fuori di tasca un fazzoletto e ci sputa dentro. Poi dice:

- Con tuo padre … con Riccardo della Valle … eravamo insieme nei Partigiani, lo sai?

Per dirlo si volta verso di me, con grande fatica per via della cintura che gli impedisce di muovere il busto.

Si volta e mi guarda.

Lo sento che mi guarda con i suoi occhi acquosi, bianchi di cataratta, con un sorriso triste sul viso.  Mi guarda, ma non mi vede, perché nel suo sguardo lacrimoso procedono pattuglie di ventenni armati, sporchi, mal vestiti, sognanti e spaventati dai loro sogni. Passano marce ordinate cantando al passo, fulminee azioni di guerriglia, fughe a precipizio in fondo ai rittani fino a non avere più fiato. Scorrono attentati nella nebbia della via Pedaggera, case incendiate, ordini acidi in tedesco, fucilazioni, morti. Tanti giovani morti. Pianti di madri. Silenzi irreali.

Non me l’aspettavo, quest’ultima cosa di oggi, e un groppo di commozione mi chiude la gola, mi bagna gli occhi, mi rende difficile perfino guidare.

- Lo so, Fiore. Lo so. Eravate insieme, con il tenente Cesale.

Poi di nuovo silenzio. Fiorenzo si gira, reclina il capo sul petto, e tace.

Solo entrando in Ceva si volta di nuovo a guardarmi, e lo sento dire in un gorgoglio di fiato:

- L’ultimo. Io sono l’ultimo.


NOTE SULL’AUTORE


Giuseppe Aimo,
nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.


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