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I racconti di Giuseppe Aimo: “Il parto cesareo”

Quando ero ragazzo ho visto nascere decine di vitelli. Mio padre era un po’ il “praticone” del paese, nel senso che, come dicevano, «se ne intendeva un po’», e molti lo chiamavano quando una mucca doveva partorire.

- Ernesto, – gli dicevano, – vieni un po’ a vedere se è tutto a posto.

Lui andava, e se non ero in collegio mi portava con sé.

Si arrivava alla cascina che tutti erano sempre agitati, si respirava un’aria tesa, perché l’evento avrebbe segnato in bene o in male la contingenza di un’intera stagione. Appena nella stalla, mio padre guardava da lontano la vacca e il suo pancione, osservava il suo scalpiccio sulla paglia, il suo continuo alzarsi e coricarsi nell’inutile ricerca di una posizione meno dolorosa. La toccava sul posteriore, in certe giunture ai lati dall’attaccatura della coda, per sentire se «era rotta». Si faceva dire, se non lo vedeva direttamente, se la mucca aveva già «rotto le acque», e quanto di queste acque era uscito, se poco (meno di un secchio) o tanto (un bel secchio grande). Io mi chiedevo perché mai si usasse il plurale, acque e non acqua, come per Mosè quando ha attraversato il Mar Rosso.

Infine si faceva portare acqua e sapone. Se era d’inverno si toglieva la giacca e il maglione, ma non la camicia, questo mai. I contadini hanno sempre le maniche rimboccate, i gomiti scoperti, ma è raro che si tolgano la camicia. Si slacciava il polsino e lentamente, molto lentamente, arrotolava la manica destra lungo il braccio, su, fin sopra il bicipite, se ci riusciva fin oltre il giro di spalla. Quando aveva bloccato la manica ben ferma in un salamotto, che non scendesse, si insaponava ben bene la mano e il braccio per tutta la sua lunghezza. Ma attenzione: si insaponava, non si lavava, e non essendo mai le sue mani propriamente pulite, la schiuma era sempre grigia, per non dire nerastra. Poi, lento, il braccio grondante a quarantacinque gradi dal corpo, si avvicinava alla partoriente e pronunciava la solita frase:

- Qualcuno mi tenga ferma la coda.

Il padrone della stalla o chi per lui afferrava la coda e la contorceva sul fianco della povera bestia, che guardava indietro di sottecchi a queste manovre, e sbuffava come una caldaia in ebollizione. Allora mio padre infilava, lentamente ma inesorabilmente, il suo braccio all’interno dell’animale, su, dentro, tutto il braccio dentro, fino ad avere il rotolo della manica pressato contro la vulva grondante di umori. Per fare bene questa manovra si metteva di sbieco, e guardava in basso, pronto a scansare, non sempre riuscendovi, eventuali calcioni che la povera bestia ritenesse di indirizzargli, non fosse altro che per l’offesa della totale e intima violazione del suo corpo.

Ravanava dentro per buoni cinque minuti, anche di più, e intanto raccontava al proprietario in ansiosa attesa l’esito della perlustrazione:

- Si presenta bene, muso sulle gambe davanti; muove la testa, mi lecca perfino la mano.

A volte aggiungeva alla prognosi una frase che il padrone non avrebbe voluto sentire:

- Testa piccola: o è maschio piccolo, o è femmina.

In entrambi i casi la notizia, se poi confermata dai fatti, non era buona. Primo perché è meglio maschio che femmina: il maschio rende di più; secondo perché le femmine hanno sì, spesso, la testa piccola, ma di sicuro hanno il bacino più grande del maschio, e questo non facilita il parto.

Altre volte il referto ancora peggiore, e alle sue parole una nube nera scendeva su tutta la casa, tacevano anche i bambini e i cani:

- Si presenta podalico.

Lui diceva «di culo». Oppure:

- Scivola indietro, c’è qualcosa che non mi piace.

O peggio ancora:

- Non riesco ad afferrarlo: ho paura che sia morto.

Quando si presentavano queste gradazioni tragediografiche, mio padre non andava oltre: estraeva il suo braccio grondante, si lavava sommariamente, si asciugava con il canovaccio portato apposta dalla padrona, lasciandolo nero, e mentre srotolava la manica della camicia, proprio in quel momento esatto, non prima e non dopo, diceva:

- Io, per me, chiamerei il veterinario Lagnasco, ma … sono cose che dovete decidere da voialtri.

Ci mettevano sempre un po’, quelli di casa a decidere, combattuti tra il costo del professionista e la paura di perdere il vitello o – tragedia nella tragedia – la mucca. Ma il più delle volte mandavano un ragazzo a chiamarlo, il veterinario, e allora mio padre lo aspettava.

Il dottor Lagnasco, veterinario condotto, era un sarcofago d’uomo di centocinquanta chili, poco più poco meno. Arrivava con una Cinquecento famigliare color grigio-salvia che procedeva in pendenza, più bassa di buoni dieci centimetri dal lato del guidatore. Faticava non poco a estrarre la sua massa da quell’automobilina, e attraversava l’aia sbuffando, braccia e gambe inevitabilmente allargate per le placche lardose sui fianchi e all’interno coscia. Portava una borsa di cuoio consunto che sarà stata non meno di venti chili, da cui uscivano ferri chirurgici di dimensione e stato da far spavento perfino a Frankenstein. Lui stesso, come la sua macchinina, camminava un po’ di sghimbescio, pendendo dal lato della borsa. Come vedeva mio padre diceva:

- Toh! Volevo ben dire che non ci fossi anche tu.

Credo che il dottor Lagnasco non abbia mai deciso in cuor suo se gli convenisse odiare mio padre per le chiamate che gli faceva perdere quando i parti erano regolari, o essergli riconoscente per quelle che gli faceva avere quando era lui – mio padre – a dire «chiamate Lagnasco». Nell’incertezza lo trattava un po’ male, ma senza cattiveria, tanto per fare, per stare al gioco delle parti. Alle volte lo minacciava:

- Io ti denuncio, Ernesto, ti denuncio per abuso di professione veterinaria.

Ma non l’ha mai denunciato.

Altre volte arrivava all’assurdo di essere lui, il veterinario, quello che mandava a dire a mio padre di andare lui, l’abusivo, a vedere una tal bestia nella tal stalla della tal borgata, che lui, il sapiente, sarebbe venuto solo se mio padre, il praticone, lo avesse ritenuto necessario. Perché non ne poteva più di girare per quelle strade di merda, perché era stanco morto, perché faceva troppo caldo, perché faceva troppo freddo, perché doveva andare alla fiera dei fischietti nel tal paese, che tanto poi, in quella cascina lì, non avevano neanche del vino buono …

Se chiamavano lui, mio padre lo aspettava, il dottor Lagnasco.

- Perché, – gli diceva, – voglio proprio vedere se fa quello che farei io, se fossi io il veterinario, con tutti i ferri, i medicinali adatti, eccetera.

Questo suo dire a Lagnasco non piaceva per niente, e lo minacciava:

- Io ti denuncio …

Ma lo aspettava anche perché se c’era poi da fare un taglio cesareo lui lo aiutava, e questo a Lagnasco piaceva molto: gli faceva comodo.

In questo caso mio padre faceva mettere abbondante paglia fresca sotto la mucca, mentre Lagnasco le infilava in una piega del cuoio del collo un ago di dimensioni tali che avrebbe passato un polpaccio umano, e attraverso quest’ago iniettava una siringata di un qualche anestetico: dopo qualche minuto la povera bestia non si reggeva più sulle gambe e si coricava con uno sbuffo compassionevole. Qualcuno della famiglia o dei vicini legava le gambe davanti dell’animale e qualcun altro le teneva la gamba di dietro ferma, che fosse sicura e libera l’area di lavoro tra la poppa e la pancia dell’animale. Poi il veterinario tirava fuori dal suo borsone il set dei ferri chirurgici avvolti in un telino verde, mentre mio padre cospargeva di alcool denaturato dei grandi batuffoli di cotone, li afferrava con delle lunghe pinze e li accendeva, e con la fiamma flambava i ferri per sterilizzarli, poi li disponeva tutti per bene sul telo steso sopra la paglia. Qualche goccia fiammante puntualmente cadeva a incendiare la paglia, ma tutti erano pronti a spegnere il principio d’incendio con gli scarponi, con i berretti.

Si poteva incominciare. Mio padre si inginocchiava sulla paglia; Lagnasco, dopo varie finte, ci si coricava gemendo e sbuffando più della mucca, spalmando in qualche modo la sua pancia che non lo ingombrasse troppo, mentre la povera bestia guardava la scena intorno a se con occhi lacrimosi e sembrava dire a tutti «purché finisca». Poi mio padre rasava brutalmente la zona del ventre che Lagnasco gli indicava urlando:

- Più su, più giù, più in là … ma se l’hai fatto cento volte, non sai ancora dove devo tagliare?

E iniziava a pungere con il bisturi – ma sarebbe più corretto dire colpire – l’area rasata, e quando la bestia non dava più segno di sensibilità, ovvero quando non tentava più di scalciare, incideva il cuoio per la lunghezza di un palmo di mano. E dopo il cuoio i tessuti interni, via via più in dentro nel ventre teso come un tamburo, finché arrivava abbastanza in profondo da poter inserire nell’apertura tra il cuoio e il vitello la sua grossa mano. E allora, con una mossa fulminea tra il truculento e il miracoloso, zac!,  estraeva il vitello grondante sangue e liquami da quel passaggio tutto sommato piccolo, che non si capiva neanche come ciò fosse possibile.

Lagnasco recuperava chissà dove movenze e attenzioni che da uno come lui non l’avresti mai detto: soffiava con le labbra a contatto con le narici del vitellino, se del caso gli sentiva il cuore con lo stetoscopio, lo afferrava per le zampe anteriori come un coniglio gigante e lo passava con un «teh, prendi!» a uno di casa che già tendeva le braccia a riceverlo, per dedicarsi alla mucca. Puliva e disinfettava con attenzione estrema il taglio e poi incominciava a cucire le membrane interne, sempre sbuffando, gemendo, vaporando sudore, insultando mio padre se non gli passava i ferri nei tempi giusti, mentre quelli di casa sfregavano con la paglia asciutta il vitellino appena nato e lo disponevano a portata di lingua della sua mamma, che pure in quelle condizioni l’aveva seguito con gli occhi fin da quando era uscito da dove non sapeva neanche lei, ma che era suo figlio, questo sì, lo sapeva, e subito se lo leccava e leccava, per asciugarlo lei, con la sua lingua rasposa, di più e meglio che non quelli con i loro sacchi e la loro paglia. Mio padre faticava, con le sue mani dure come badili, a preparare le gugliate di filo, ma le dita grasse di Lagnasco trovavano movimenti agili come quelle di un sarto di fino, o di un pianista.

Arrivati alla cucitura del cuoio la sudorazione e le imprecazioni di Lagnasco raggiungevano l’apice, perché lì la fatica era tanta. Mio padre ora tirava anche lui il filo grosso e nero, ora avvicinava e accavallava per i punti i lembi di cuoio premendo con entrambe le mani sul povero ventre, mentre Lagnasco gli urlava:

- Tira qua, taglia lì, ferma là, razza di mammalucco interdetto che sei!

Finito, mio padre si alzava e buttava i ferri in un secchio d’acqua. Ma la fatica non era finita: c’era da tirare su da quella paglia putrida prima Lagnasco, e poi la mucca, ed erano entrambe imprese difficili, specie la prima.

- Ci vorrebbe un paranco, – diceva ogni volta mio padre, – e non per la vacca …

Appena in piedi, e recuperato un minimo di fiato e di equilibrio, Lagnasco incominciava a dire:

- Su, facciamola alzare, questa vacca, che se no non ci fa la placenta. Ma fate attenzione: non fate i goffi, – e aggiungeva lui stesso incitamenti vocali nonché qualche calcio alla povera bestia stremata. Se non bastava si ricorreva alla scossa elettrica e op!, eccola in piedi, la mamma, barcollante e sofferente ma sempre attentissima a non pestare il suo piccolo nato.

Poi usciva dalla stalla, Lagnasco, che aveva bisogno d’aria e di sedersi su una panca, una scala, una sedia da mungitura o qualsiasi cosa che reggesse la sua mole, e puntualmente diceva alla padrona:

- Mentre che aspettiamo a vedere se va tutto bene, vai un po’ a cercare se hai ancora una bottiglia di quel vino buono, quello dell’altra volta.

Nessuno si ricordava di quale vino e di quale volta, che forse non c’era neanche stata, ma di sicuro il vino saltava fuori, e magari anche pane e salame, e mio padre e Lagnasco se ne stavano un po’ lì a contarsela, mentre quelli di casa facevano avanti e indietro tra la stalla, l’aia e la cucina. Finché Lagnasco chiedeva se il vitello era già diritto, e entrava a vedere con i suoi occhi come quell’esserino muoveva i suoi primi passi, incerti e di scatto, come quelli che camminano sui trampoli nelle fiere, dirigendosi senza sbagliare alla mammella gonfia per la sua prima poppata. Solo a quel punto Lagnasco prendeva il suo borsone e ciondolando anche più di prima,  a seconda del vino, si dirigeva alla sua Cinquecento, e insaccandosi con grande sforzo nell’abitacolo indirizzava a mio padre il suo saluto:

- Io ti denuncio, Ernesto, stai all’erta che ti denuncio.

Dopo svariati rasposi tentativi di messa in moto la Cinquecento si avviava vibrando e traballando tutta, e rassegnata partiva, e tutta pendente dal lato guida se ne usciva dall’aia tra lo svolazzare di galline e l’abbaiare dei cani.

A quante di queste scene io ho assistito da bambino, e anche di peggiori, più truculente, finite male, con o senza Lagnasco o un altro veterinario, io non lo so. Allora non ci si preoccupava per niente di allontanare i bambini da questi spettacoli, neppure da quello dall’uccisione del maiale, che gridava con voce umana finché aveva sangue in gola.

Alle volte rifletto su questo fatto. Non so, se avessi avuto un figlio, se gli avrei permesso di assistere a queste rappresentazioni. Sono però convinto di due cose: la prima è che al giorno d’oggi neanche molti adulti reggerebbero a queste viste, e la seconda è che io, tutto sommato, non credo di averne riportato delle turbe particolari nel comportamento. O forse mi sbaglio. Non so.



NOTE SULL’AUTORE

Giuseppe Aimo, nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.


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