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I racconti di Giuseppe Aimo: “Buh!”

Un mattino di un giorno d’estate un uomo qualunque di mezza età entrò nella sala d’aspetto di un medico di base di una piccola città di provincia. Due persone erano in attesa, un uomo anziano e una donna incinta. Sedevano uno di fronte all’altra, su scomode sedie di plastica addossate alle pareti opposte, senza guardarsi. Dirimpetto all’ingresso, un breve corridoio di disimpegno immetteva allo studio del medico e ai servizi.

- Buongiorno, – salutò l’uomo qualunque di mezza.

- Buongiorno, – gli rispose l’uomo anziano alla sua destra.

- Buongiorno, – gli rispose la donna incinta alla sua sinistra.

Il nuovo entrato sedette di fianco alla porta d’ingresso, incrociò le gambe e sistemò sul ginocchio la cartellina azzurra che portava con sé, le sue mani grandi e i suoi pensieri.

- Chi è l’ultimo? – chiese dopo qualche minuto.

- L’ultimo sono io, – disse l’uomo anziano con voce da prete, – c’è già uno dentro.

Si udiva, infatti, un brusio di voci indistinte nell’interno dello studio medico.

La donna incinta prese una rivista dal disordine del tavolinetto centrale, ma la ripose subito sollevando polvere; l’uomo anziano guardava con tranquilla indifferenza le stampe grigie alle pareti.


Entrò una ragazza e si fermò per qualche istante all’ingresso, accanto all’uomo qualunque di mezza età. Non salutò, valutò con uno sguardo neutro la situazione e si mosse di scatto verso una sedia vicina al disimpegno, la più lontana da tutti, attraversando la stanza con passo ortopedico da indossatrice maldestra, il busto eretto, le spalle arretrate, spandendo nell’aria un intenso profumo dolciastro. Raggiunta la sedia vi si accasciò di colpo, e con un veloce movimento sincronico incrociò le gambe, senza per nulla alterare la postura del busto, del capo e delle braccia. Poi restò ferma, immobile, lo sguardo muto verso l’ingresso.

Silenzio. Quattro persone su quattro pareti. Atmosfera sospesa.

La ragazza fissava l’uomo qualunque di mezza età, ma non lo vedeva. L’uomo qualunque di mezza età, che l’aveva seguita con gli occhi nel suo cammino a sedere, la fissava sua volta, la scannerizzava

Bella donna. Alta, fisico perfetto, capelli color biondo paglia acconciati a caschetto, leggermente rientranti ad altezza di spalla, non uno fuori posto. Viso da bambola, grandi occhi chiari, ciglia a ventaglio, gote cerose, labbra fucsia appena dischiuse in un cenno di sorriso da fototessera. Tra capo e fronte occhiali da sole con montatura griffata, rosa chiaro, posati lì come per caso. Parure di orecchini e girocollo in piccole biglie di pietra dura a gradazioni di viola. Al polso un grande orologio bianco cinturinato en pendant con il resto degli accessori.

L’uomo qualunque abbassò lo sguardo a terra. Piedini garbati in zeppe con il tacco alto di sughero legate alla caviglia con laccetti di cuoio terminanti in perline color fucsia; unghie curate e smaltate dello stesso colore. Gambe abbronzate, perfette, fasciate da leggins neri aderenti, con a metà polpaccio volute di pizzo molto retrò.

L’uomo qualunque risalì con lo scanner. Due palmi stretti di gonna viola in maglia di lana, fintamente sorretta in vita da una larga cintura in materiale plastico catarifrangente, rosa-violetto. Salendo ancora, pancino rientrante, ombelico scoperto, e un body alto meno del necessario a coprire il seno costretto e sorretto in un reggipetto push-up con le coppe in pizzo rosa in bella evidenza, anch’esso in maglina elasticizzata viola, fermato alle spalle da bretelline color carne, quasi invisibili sull’abbronzatura. Sopra il minuscolo body, un bolerino a manica corta, in materiale cartilaginoso, semitrasparente, con rose e viole in filigrana, il colletto largo e rigido sulle spalle per non intralciare l’onda dei capelli sul collo, negligentemente aperto sul davanti per un vedo-non-vedo, guai-a-te-se-non-guardi. Al gomito del braccio sinistro, anchilosato ad angolo, una borsa in materiale plastico, rigida e lucida anch’essa, del colore esatto della cintura.


Con un unico improvviso movimento la ragazza si alzò e avanzò decisa nella direzione dell’uomo, che la guardava con fissità colpevole. L’uomo, incerto e sorpreso, disgiunse le gambe e alzò entrambe le mani, il palmo in avanti in segno di resa e di scusa, prima di accorgersi che l’obiettivo reflex della ragazza era puntato al di sopra della sua testa, alla bacheca con gli orari dello studio e altri avvisi, alle sue spalle.

Lei gli si fermò di fronte, a mezzo metro, come se lui non esistesse.

Lui sentì il profumo del suo ombelico.

Lei lesse, o fotografò, l’avviso, strizzando appena gli occhioni belli. Poi si voltò di scatto e tornò al suo posto, camminando come su un’asse sospeso su una fossa di coccodrilli.

Nella mano stringeva un I-phone dal dorso laccato in rosa, come le sue unghie di riporto su tutte le dita, qualcuna con stelline, lune, pianeti. Libera la mano destra, a sistemare con movimenti rapidi in punta di unghie ora il bolerino, ora il corpetto, ora la gonna sui leggins neri.

Riprese la posa a gambe accavallate, riposizionò sul collo i capelli con un impercettibile scossa del capo e ristette immobile, senza appoggiare la schiena alla sedia, i muscoli tesi in quella postura statuaria, il bel volto austero.


Venne il turno dell’uomo anziano: lei non si mosse.

Venne il turno della donna incinta: lei non si mosse.

Entrò un’altra donna giovane: lei non si mosse.

Non un filo di voce per un saluto, non un cenno del capo.

Statuina da carillon scarico.

Bambola, viva solo per lo sbattimento di ciglia.


Poi venne il turno dell’uomo qualunque di mezza età, che entrò dal medico con la sua cartellina azzurra e ne uscì dopo soli cinque minuti.

Nel disimpegno incrociò la ragazza che incedeva con il suo passo meccanico e lo sguardo atropinico. Quando le fu a fianco, l’uomo qualunque sentì il suo profumo chimico, e come per gioco si volto d’improvviso verso di lei e le fece:

- Buh!

La ragazza non si voltò a guardarlo. Sollevò verso di lui il gomito sinistro in difesa, sgranò ulteriormente gli occhi e spalancò la bocca in urlo muto. Ma nello stesso tempo incrociò malamente le gambe, inciampò nei suoi piedi, perse l’equilibrio e cadde di spalla verso il muro. Cercò d’istinto di proteggersi con la mano destra, ma due unghie le si spezzarono e la ritrasse, inorridita. Una delle zeppe le uscì dal piede, le gambe intorcinate e scomposte non la sostennero e scivolò lentamente, con tutto il corpo contro quel muro, giù, giù, fino al pavimento. Nella calamitosa discesa, si scompose del tutto: la gonna le salì a scoprire, sotto l’intarsio dei leggins, una parvenza di mutandine rosa, il body le salì fin sotto le ascelle, gli occhiali da sole le caddero, il caschetto di capelli le si sfrangiò tutto. Anche l’I-phone le sfuggì di mano: cascò, rotolò, rimbalzò illuminandosi ed emettendo un singulto, forse la prima nota di una suoneria; poi ricadde, espulse la batteria e tacque. Le perline colorate dei suoi accessori saltellarono come pidocchi in fuga sul pavimento.

A terra, la ragazza incominciò a muoversi scompostamente per cercare di alzarsi, ma la borsa le sfuggì dal braccio e rovesciò in giro tutte le sue cianfrusaglie.

- Oh, mio Dio che disastro. – disse l’uomo qualunque. – Si aggrappi a me, signorina: l’aiuto io.

Ma lei non sembrò sentire l’invito né vedere la mano che lui le porgeva, e continuò a razzolare per terra. Non urlava, non parlava, non piangeva: squittiva appena, e più si muoveva più sembrava sfaldarsi, liquefarsi su quel pavimento. Una macchia d’umido le si andava allargando sotto.

Venne la donna che era in attesa, uscì il medico dal suo studio, e guardarono entrambi allibiti quella metamorfosi, quel mucchio di cenci e di paccottiglia.

- Ma … è morta? – chiese il medico incredulo all’uomo qualunque di mezza età.

- Non lo so, dottore, – rispose l’uomo, – io le ho fatto soltanto «buh!».


NOTE SULL’AUTORE


Giuseppe Aimo,
nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.

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