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History of violence

Arbatax. Il 14 aprile scorso è stata allestita alla torre S. Miguel di Arbatax (nella foto) una mostra fotografica di due artiste sarde la cui attività si svolge soprattutto a Sassari e dintorni. La mostra è stata organizzata dall’Associazione Eliconie, costituita da poco più di un mese e già attivissima, è la seconda esposizione infatti per quel che riguarda le arti visive.

Le due artiste sono nomi già noti nell’ambiente dell’Arte, si tratta di Gigliola Lai e Paola Puccini, le quali hanno già maturato un feedback di tutto rispetto per quel che riguarda la critica. Entrambe hanno conseguito la laurea all’Accademia di Belle Arti di Sassari sul finire degli anni 90’, e in seguito la laurea in Scienze dell’Educazione.

Percorsi artistici e di formazione culturale dunque molto affini, che le ha portate a creare col tempo un autentico sodalizio nell’ambito della loro attività artistica, che hanno chiamato ‘Gipa’, acronimo che prende spunto dalle iniziali dei loro nomi.

L’impegno è stato costante nel tempo, tante sono le mostre collettive e personali che le hanno portate davanti all’attenzione della critica, della stampa  e degli appassionati. Sul piano espressivo è evidente la ricerca e la tendenza a  personalizzare  lo stile  delle opere rappresentate, traguardo  di chi, dopo un buon avviamento, arriva a consolidare la propria visione dell’arte attraverso mezzi e concezioni del tutto personali. E’ questo aspetto che definisce le capacità e caratterizza le potenzialità dell’artista, conferendogli una solida ‘personalità’ proprio sul versante dello stile.

Le opere esposte alla torre S. Miguel sono a mio avviso speculari  di  un modo singolare d’intendere e interpretare il mondo che ci circonda, i suoi vuoti e i suoi vortici, dunque la propria ‘visione del mondo’, ossia quella che i filosofi chiamano Weltanschauung, termine dell’idioma tedesco entrato ormai nel nostro linguaggio con una certa naturalezza.

Si tratta di fotografie ad alta risoluzione, corpi di donne che non vogliono  certo essere una replica puramente rappresentativa del nudo.

Questa esposizione è strettamente legata al titolo della mostra stessa ‘History of violence’, e la donna di violenza se ne intende.. C’è pertanto un orientamento preciso nelle  foto esposte, che mette in rilievo dei corpi piegati e ripiegati su se stessi, quindi legati al fine di tenerli in un drammatico immobilismo. E’ una sequenza, dunque, perché una sala precede l’altra e non a caso; le foto, che non sembrano neanche tali ma disegni realizzati a carboncino, devono essere ‘lette’  seguendo una logica dinamica nell’interpretazione. Nella  storia dell’Arte il nudo in sé non sarebbe certo una novità dato che artisti di ogni tempo hanno rappresentato spesso nudi di donna, quale bellezza per eccellenza. Nel corso del Rinascimento anzi  era diventato quasi un culto, atto dovuto alla sua  sinuosità e femminilità.

Basti pensare a Giorgione e Tiziano – tanto per fare un esempio -  che dipinsero capolavori in questo campo.

Anche nel profondo sud della storia troviamo riferimenti sotto forma di simboli, I Fenici non disdegnarono di rappresentare le caratteristiche peculiari della femminilità.  Sono ben noti i soggetti antropomorfi nella mitologia fenicia, scolpiti con sembianze  femminili, ed erano  simbolo di fertilità, ma anche culto di carattere religioso in quanto raffigurava una delle divinità, ossia Tanit, la Dea Madre, emblema di prosperità, amore, compagna preferita del dio Baal.

Nella società del nostro tempo il nudo di donna è diventato ossessione, non più riflesso di armonia e  bellezza, ma una visione distorta che non di rado offende la donna proprio per quel suo protendere lo sguardo in un oltre che non le appartiene.

L’arte autentica non oscilla tra bellezza e oscenità, è semplicemente rappresentazione e definizione di ciò che un corpo nudo sintetizza nella sua naturale essenza.

Un breve excursus storico per significare che il corpo della donna è sempre stato al centro dell’attenzione, sia per l’armonia delle sue forme, sia come soggetto che ha il potere e la funzione di replicare la vita.

Il messaggio che veicolano le foto simboliche della mostra ‘History of violence’, dato il tema, sembrerebbe evidente, se si considera lo stato  di costrizione di quei corpi nudi, l’apparente rigetto e negazione al mondo esterno, ma poiché un’opera, allorché viene divulgata, appartiene ai fruitori dell’Arte,  è naturale che ognuno interpreti secondo il proprio modo d’intendere un’immagine. Descartes sosteneva che la realtà non è mai quella che si rivela ai sensi, ma un oltre che la ragione elabora in autonomia.

Io ho notato in queste immagini certo uno stato di sofferta acquiescenza, di limite verso la libertà, ma anche la dignità della lotta e del riscatto, segni di una ribellione appena celata. Anche il modo in cui sono legati i corpi nudi, non appare inesorabile e senza scampo,  si percepisce  nello sfondo bianco che simboleggerebbe la luce, la chiave di una liberazione che non è mera utopia.

E’ appunto la storia che ha riguardato la donna nell’avvicendarsi dei secoli; la sua autonomia del resto non è conquista lontanissima, basti pensare che in Italia le donne hanno avuto diritto di voto in epoca recente, verso la metà del novecento, ossia quando la Costituzione ha finalmente previsto il suffragio universale. Se consideriamo altri popoli al di là dell’Occidente, la sequenza di foto esposte alla torre S. Miguel, assume un significato e una valenza ben precisi sulla condizione della donna dei nostri tempi. Si tratta di un tema importantissimo, altamente sentito in ogni società, e le due artiste, Gigliola Lai e Paola Puccini, hanno voluto trasmettere un forte messaggio attraverso queste foto, media espressivo che assume sempre più rilevanza nel mondo dell’arte.

Si resta affascinati davanti a queste opere che quasi urlano il rifiuto verso una condizione di ‘detenzione morale e psicologica’, io  ho scorto in quel clima di solitudine, il tentativo di spezzare vincoli che non sono né schiavitù né libertà.

Paola e Gigliola sono due artiste poliedriche, complete, con l’attenzione sempre rivolta alla ricerca, l’Arte del resto è un percorso di perfezionamento con le sue pietre miliari.

Il loro eclettismo non si ferma alla fotografia e alla pittura, l’estro è rivolto anche ad altre tecniche, come la grafica, l’incisione, e altro ancora, che in definitiva sono poi mezzi espressivi, il linguaggio dell’Artista che dialoga con la società e il mondo che lo circonda.
(Virginia Murru)


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