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Gli accordi di Bruxelles non hanno scongiurato la brexit

E accordo sia, allora sulla brexit. Il nostro premier, parafrasando sui vari punti degli accordi, ha commentato positivamente gli esiti dei negoziati con il primo ministro della Gran Bretagna. ‘Il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno.. anzi pieno per tre quarti’ – ha dichiarato. Ovviamente intendeva in favore dell’Unione. Ma in Europa, quella più propensa a riconoscersi un ruolo di appartenenza al vecchio continente, non si festeggia nulla, né sul presunto scongiurato pericolo della brexit, né sul contenimento delle concessioni, che non sono state comunque ‘regalini’ a buon mercato. Il problema sta forse nei Trattati, che non sono porte blindate per quel che concerne l’esigenza di unità e maggiore integrazione. Sono porte socchiuse, e da tutte quelle fessure passano i venti di libertà e autodeterminazione di quei paesi dell’Unione che non si sono mai riconosciuti dentro l’anima indivisibile dell’Europa.

Paesi che non cedono nulla in termini di slancio verso l’obiettivo della vera unione dei popoli europei; gli inglesi non esprimono questo sentire, è assolutamente evidente che nei loro orizzonti non ci sono traguardi di questo tipo, ma solo ed esclusivamente un allinearsi per ragioni di puro tornaconto. Certo, nelle considerazioni su questa struttura sovranazionale – qual è l’Unione Europea – non si può prescindere da motivazione di carattere economico, ma non si possono nemmeno ignorare le ragioni culturali, antropologiche, sociali, che caratterizzano e conferiscono identità al vecchio continente. Entrare dalla porta e uscire dalla finestra, esprime un po’ di squallore, dato il puntiglioso sottolineare ‘della ferma, ostinata volontà,  di stare a distanza di sicurezza’ dalle briglie di questa Unione.  L’Europa ‘usa e getta’, è una concezione che non ha aderenza con i principi più nobili che hanno ispirato i padri fondatori, e certo non sarebbe piaciuta a Churchill. Ma tant’è..

Visto che si punta solo alla questione economica, e gli inglesi avrebbero più da perdere rispetto agli altri paesi dell’Unione qualora decidessero di uscire, ci si chiede perché questa grande paura di lasciarli andare per i fatti loro, se non sentono alcun vincolo nei confronti di quel nobile, civile, fiero senso d’identità in cui si riconoscono gli europei. C’è in ogni caso un’ostentata ‘presunzione’ in questo sdegnoso rifiuto di conciliare con le norme dei trattati. Il premier inglese ha sottolineato in particolare che, nei loro intendimenti, c’è quello di acquistare maggiore autonomia, e dunque la volontà di allontanarsene, il timore di sentirsi la pastoia ai piedi, qualora si arrivasse ad un governo unico e all’unione anche politica dei paesi membri. Un rischio da scongiurare, per loro. Ha senso che un paese così refrattario e ‘ribelle’, se ne stia in periferia? E se si arriverà davvero a formare gli Stati Uniti d’Europa, il Regno Unito, che ruolo potrebbe svolgere davanti ad uno Stato federale? Quale forza di gravità?

Di certo, gli inglesi che andranno ad esprimere il loro voto tra qualche mese (il referendum è stato indetto per il 23 giugno prossimo) – brexit sì, brexit no – forse non faranno neppure valutazioni di questo tipo, buona parte, secondo i sondaggi, voteranno istintivamente per correre da soli, e se otterranno questo sospirato ‘divorzio’, non sarà una prateria sconfinata di vantaggi nel contesto geografico del continente. Chissà se Cameron, e gli altri 5 ministri che dovrebbero conciliare con lui sull’opportunità di stare nell’Unione, dividendo in due il governo sulla linea di ferro della brexit, riusciranno ad aprire gli occhi al popolo inglese.

Per quel che riguarda gli accordi di Bruxelles, in verità non vi sono reali ragioni per essere soddisfatti. Come già era previsto, le ‘trattative’ si sarebbero concluse solo col ricorso al compromesso, perché chiaramente nelle intenzioni di Cameron e del suo entourage di governo, c’erano rischi e margini di manovra ben calcolate, nel senso che si chiedeva 10 per strappare  6/7. Ed è quello che più o meno  si è ottenuto, anche in ambito di accesso al welfare state, da parte dei lavoratori europei che svolgono attività nel Regno Unito. Cameron aveva chiesto un limite a tali benefici per 13 anni, e gli accordi si sono raggiunti invece per 7. Il governo inglese potrà esercitare  pertanto il limite di accesso ai diritti previdenziali (sanità e indennità di disoccupazione), per 7 anni, cioè fino al 2024.

Cameron comunque ritiene di avere conquistato terreno sulla dibattuta questione delle immigrazioni, con un migliore controllo sulle frontiere, e una gestione più favorevole del welfare per il governo.

Sull’indicizzazione degli assegni dei lavoratori che hanno sul loro stato di famiglia figli residenti nel  paese d’origine, si è stabilito che essi avranno diritto all’assegno per i minori a carico, secondo il reddito medio del paese d’origine, quindi in base a questi criteri gli assegni saranno erogati. In questo delicato punto della trattativa, gli inglesi avranno diritto al beneficio pieno solo a partire dal 2020.

Il premier inglese ritiene di avere raggiunto i suoi obiettivi, perché del suo ‘pacchetto’ di richieste, si è portato a casa buona parte di quello che aveva chiesto;  in fin dei conti questa era la sua condizione per la permanenza nell’ UE. In virtù delle sue battaglie, da inquilino privilegiato, ha ottenuto una sorta di ‘Statuto speciale per la Gran Bretagna’, e tiene a sottolineare che rivendicherà sempre la propria indipendenza nel consesso dei 28 paesi membri, si è assicurato che non farà mai parte di uno stato federale (se mai ci sarà in futuro..), né l’esercito del Regno Unito potrebbe mai essere parte di questo super stato..

In breve, ha ottenuto  ulteriori vantaggi e autonomia, uno status particolare di privilegi, in cambio di nessuna volontà di avvicinamento al vero spirito di Unità, che tradotto in pratica, significa tenersi lontani dalla vera Europa, se non per le proprie convenienze e opportunità di carattere puramente economico. Un’Europa ‘riformata’,  che non sembra ancora abbastanza duttile per i sudditi di Sua Maestà, visti gli umori del dopo Bruxelles, ossia un senso d’insoddisfazione, o quasi indifferenza, che è anche peggio. I quotidiani sono un po’ scettici e cauti, dall’Indipendent, al Financial Times, al Daily Express, al The Guardian. Nessuno esprime ottimismo, sembra un terreno chiodato la questione della brexit. Timori, tuttavia ve ne sono nel mondo economico, e alla City; quando si ragiona con i numeri, la razionalità non è un optional.

La crisi delle certezze è aperta sull’economia globale, e non è il migliore momento per rischi così importanti; per la Gran Bretagna, la brexit, potrebbe essere la carta peggiore sulla quale puntare i propri azzardi. Ma si sa: sono sempre i popoli, nel bene e nel male, a scrivere la loro storia. E’ ineluttabile.
(Virginia Murru)


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