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Giusi Merli, interprete de “La grande bellezza”: il teatro è la più grande metafora della vita (Intervista)

Il film “La grande bellezza” è Arte contemporanea pura, riconosciuto dalla critica come un capolavoro del cinema italiano, se n’è parlato tanto, e se ne continua a parlare, perché un ‘masterpiece’, suscita curiosità, istiga la ricerca degli aspetti più inediti.

In apparenza è una ‘storia’ senza  legante preciso, o un fil rouge che segua con coerenza la logica di un ‘io narrante’; invece, nell’interpretazione di ogni personaggio, c’è un aspetto di vita che viene illuminato a giorno. Emerge come olio sull’acqua il clima di decadenza della borghesia romana, che cerca tuttavia di sopravvivere, di celebrare se stessa, attraverso gli esigui spazi temporali che offre il terzo millennio. Ci sono i dilemmi del proprio tempo, visti nella penombra di un’indagine psicologica che resta indefinita; tutto è estremizzato, dilatato sulla linea degli eccessi.

Il protagonista (Jep Gambardella) è impietoso quando deve definirne i tratti, e non indulge sulle inesorabili vacuità  del vissuto, non immune dall’insidia delle convenzioni, dal ripiego alle evanescenze della bellezza. Nel film si possono trovare quei ‘luoghi’ inediti dell’anima e i non luoghi della vita. In questo ‘viaggio’ dell’assurdo e del paradosso, sembrerebbe che ad essere raccontato sia l’inconscio del protagonista, in libera associazione di pensiero. Tecnica narrativa che rimanda in qualche modo all’”Ulysses” di J. Joyce, in una sequenza d’immagini e dinamiche scenografiche che mettono in rilievo questo rovescio d’anima, in cui la ragione non viene chiamata in causa. E’ un universo interiore che si materializza in immagini e in azioni secondo un ordine che proviene, appunto, più dall’inconscio che dalla coscienza.

E’ in definitiva una finissima sapienza artistica, tipica di un certo ‘narrare’ nel cinema, alla quale non è estranea la ricerca psicologica, che appartiene solo ai grandi. Qualcuno ha scritto che non vi è relazione ‘parentale’ tra Fellini e Sorrentino. Purtroppo, ogni volta che nasce una nuova ‘creatura’, dobbiamo a tutti i costi trovare somiglianze e similitudini nei ‘tratti somatici’, con i ‘genitori’ o collaterali, come fosse un atto dovuto. Credo che, se relazione artistica o ‘trait-d’union’ debba esserci tra i due registi,  il connubio sia legittimo, perché Sorrentino ha tutte le credenziali, l’estro e il genio per continuare l’opera di Fellini. Non penso ci sia erede più degno in Italia.

Sorrentino, in un’intervista, ha del resto dichiarato di essersi ispirato ad alcune importanti personalità del nostro cinema, in primis Federico Fellini, ossia il Maestro ‘by definition’. La grande bellezza è dunque un richiamo allo stile felliniano, ad alcuni suoi capolavori, quali Otto 1/2 e la Dolce Vita; dopo avere visto il film si conclude che il richiamo è naturale.

Il regista  ha affermato che si tratta di un “film innamorato dell’Italia”, e Roma rappresenta proprio quella “grande bellezza”  a cielo aperto, che scintilla  in visioni notturne dirompenti verso sensi. Anche se, fa notare Giusi Merli, una delle interpreti, in definitiva, la ‘grande bellezza’ alla quale rimanda il film, non è stata ‘trovata’ (ma nel film lo dice chiaro anche il protagonista).

Il film  ha ottenuto tutti i riconoscimenti possibili nell’ambito del Cinema: dall’Oscar, per il migliore film straniero, ai numerosi David di Donatello, Nastri d’Argento, Golden Globe, European Film Awards, tanto per citare solo i più prestigiosi.

Il cast è importante: oltre a Tony Serpillo, nel ruolo di protagonista,  c’è Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Giusi Merli, Pamela Villoresi, Isabella Ferrari, Roberto Herlitzka, Serena Grandi, insieme ad altri attori di notevole spessore artistico e professionale.

Giusi Merli  interpreta il ruolo di Suor Maria,  “la Santa”, personaggio di forti magnetismi spirituali,  misteriosi ed eloquenti silenzi. Non poteva mancare questo ruolo nella compagine della narrazione, la spiritualità è un’’accezione’  che avvolge la città eterna come un centro di gravità, scorre tra le mille stazioni della religiosità romana, ne rappresenta semanticamente l’essenza: ne è satura l’aria.

Le  interpretazioni della Merli si caratterizzano per la forte spiritualità, a prescindere dal ruolo.   Espressione di questa  peculiarità è anche la sua partecipazione ad un cortometraggio ambientato in Sardegna, “A casa mia”,  diretto da Mario Piredda (di origini sarde), nel quale l’attrice recita in sardo. Il corto è stato premiato col David di Donatello, nella categoria short movie.

Giusi Merli sostiene che ‘La grande bellezza’  è un film  “fortemente spirituale, e non un’esibizione da cartolina delle attrattive artistiche di Roma”, interpreta in modo ineccepibile la parte della religiosa, che allude alla figura di Madre Teresa. Bellissima la scena del ‘soffio’, così spiritualmente potente da far spiccare il volo ad uno stormo di fenicotteri rosa, dei quali la Santa conosce il nome, uno per uno.

Giusi Merli è un’attrice Pisana ‘di lungo corso’,  (40 anni di esperienza in teatro), Pisa è anche la città nella quale ha concluso l’iter dei suoi studi, nella cui Università ha conseguito la laurea in  Lingue e Letterature straniere.

“Iniziata’ al palcoscenico in teatro, su una linea contemporanea d’avanguardia, dove si esprime al meglio, è un’attrice duttile sul piano interpretativo, con un volto particolarmente espressivo. Ha recitato un po’ ovunque in Italia, Europa e Stati Uniti. L’aspetto fisico asciutto del suo “corpo senza tempo”, sono un tutt’uno quando va il scena.

La vera protagonista del film “La grande bellezza alla fine è Roma, in tutta la sua monumentale magnificenza – ed è subito chiaro fin dalle prime scene – insieme alla sua ‘gente’ più autentica, i romani, con la celebrazione dei loro vizi e virtuosismi. Il film racconta un “viaggio” immaginario tra i meandri mondani di una Roma eterea, notturna, compiacente e complice, talora contradditoria, indifferente. Non per nulla nella ‘narrazione’ l’incipit è la citazione di un’opera di Céline: “Viaggio al termine della notte”.

In quei fermenti notturni, dove la vita scorre tra ozio e indolenza, c’è qualcosa di fluttuante che va oltre la rappresentazione e l’inerzia di quel mondo patinato. I personaggi percorrono senza sapere il tracciato di un viaggio vagheggiato,  attraverso gli itinerari surreali di una società che in apparenza vive di superficie, quasi nel non senso, e ignora il volto più profondo e reale della Vita. Una ricerca non certo proustiana, immaginifica, ma pur sempre la ricerca di qualcosa che pulsa intorno all’esistenza, si direbbe passiva dei personaggi. In quel loro porgersi generoso e acquiescente, dove a volte le parole, le relazioni, riflettono silenzi e negazione, non partecipazione attiva ed entusiasmo di esserci. Semmai apparire.

La ‘storia’ gravita intorno a Jep Gambardella (ruolo magnificamente interpretato da Tony Serpillo), scrittore in crisi d’ispirazione, e giornalista di un sistema d’informazione un po’ mainstream. Jep è l’epicentro di uno stile di vita borghese, vagamente in  dissoluzione, che inconsapevolmente si dibatte come un funambolo nella vita reale, per via di quell’ambivalenza di ruoli, cedimenti alle inconsistenze, al trasognamento.

E’ talmente assorbito dall’intrigo della mondanità notturna romana, da risultare più incline,  in certo qual modo, ad assumere il profilo di un “perdigiorno”.  Peculiarità paradossale che non disturba il ritmo di un’esistenza rivolta alla ricerca di qualcosa d’indefinito e  sfuggente, che lo stesso protagonista non riesce perfettamente a focalizzare.

Uomo maturo, ma tanto assorbito da quel fervore di vita notturna da farlo apparire un apprendista della vita, mai assuefatto ai ritmi indolenti di quelle feste, oppio che lo immobilizza sul nulla, quel nulla del quale vorrebbe scrivere, ma non sa scuotersi dai conflitti di un sé totalizzante; dal blocco del suo estro creativo. “Guarda la mia vita: il nulla” – “E’ tutto sedimentato tra il chiacchiericcio e il rumore..”.

Ama la mondanità e quello stile di vita un po’ borderline, ma in fondo è un nostalgico, a tratti vagamente bohèmien. In questa mancanza di logica narrativa, si scorge un sottile legame con gli aspetti assurdi dell’esistenza, rappresentati da Beckett, nel quale non di rado domina proprio il non senso della vita. Avanguardismo comunque, che spezza la trama e l’ordito del razionale, di una logica guidata dalla coerenza della ragione.

‘La bellezza salverà il mondo’ – bellezza rivolta all’Arte, alla creatività proveniente dall’estro umano – anche Dostoevskji, ne ‘l’Idiota’,  mise in bocca questo assioma al personaggio chiave del suo romanzo.

Jep viaggia quasi in incognito nella sua esistenza, più  che vivere sembra procedere per inerzia, sottoscrive quotidianamente le clausole essenziali e vincolanti della vita, verso la quale è fedele a modo suo, ossia un po’ da ignavo un po’ da istrione. Certo si riconosce il diritto di sbagliare e cadere, senza impedimenti moralistici o deragliamenti in sensi di colpa. E’ un viaggio in appendice, il ruolo di questo singolare personaggio, senza voli pindarici di retorica sul senso di un procedere a distanza di sicurezza dal mondo che lo circonda.

Ho incontrato Giusi Merli, una delle interpreti, durante una serata culturale, nella quale le è stato assegnato un riconoscimento alla carriera. E’ una donna semplice, sensibile alle problematiche sociali. Nonostante una vita dedicata al teatro, e i numerosi riconoscimenti ricevuti, il suo porgersi alla gente è schietto e diretto, dal suo volto luminoso traspare disponibilità verso gli altri, e nessuna pretesa di privilegi nel suo ruolo di personaggio pubblico. Tra i numerosi premi che le sono stati assegnati, c’è anche quello relativo ad un corto, quale migliore attrice, a Barcellona.

Dopo decine d’anni di esperienza nei palcoscenici di mezzo mondo, ritiene che ci sia più realtà nello spazio scenico di un teatro, o nella vita?

“La vita è un grande teatro. Il teatro di per sé è la più eloquente metafora della vita, perché mette a fuoco il senso stesso dell’esistenza umana”.

Qual è l’opera che più la rappresenta tra le tante che ha interpretato?

Sì, in effetti sono tante, ma non posso negare il fascino che su di me esercitano le opere di Shakespeare, tra queste, “La tempesta”, nota opera teatrale in 5 atti.  E’ semplicemente meravigliosa. Mi ha dato tanto in termini di gratificazioni, io ho interpretato il ruolo di Calibano. L’opera è stata tradotta in napoletano del ‘700 da Eduardo De Filippo, che non portò tuttavia mai in scena. E’ invece andata in scena nel carcere di Arezzo, dove allo spettacolo hanno partecipato attivamente  i detenuti. Si tratta di un’esperienza unica, che mi ha trasmesso davvero molto sul piano umano.

Cos’è per lei l’Arte e la sua rappresentazione?

E’ prima di tutto un mezzo di comunicazione di fondamentale importanza, è semplicemente un modo per trasmettere qualcosa a chi ascolta, veicola infatti dei messaggi non criptati. L’Arte, quella autentica, dà un indirizzo, induce a pensare.

C’è relazione di affinità tra ‘La grande bellezza’ e qualche opera di Federico Fellini?

Se proprio si dovesse cercare un’affinità, io la trovo con Satyricon, celebre film di Fellini del 1969, ispirato all’opera dell’autore latino Petronio.

E’ la Vita “La grande bellezza”?

La bellezza non è l’aspetto fisico delle cose, nell’arte come nella vita, non solo questo, sarebbe riduttivo. La bellezza è qualcosa che trascende i sensi, la fisicità, perché è l’essenza spirituale di ogni cosa creata. Bellezza fisica e spirituale sono un tutt’uno, come un’accezione cosmica: sono una la metamorfosi dell’altra, due anime che si ‘parlano’ e si fondono in una.
(Virginia Murru)


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