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Genova. Oltre la tragedia di Adele l’emergenza è trovare risposte al vuoto giovanile

Genova. Restano in carcere Gabriele Rigotti, 19 anni e Sergio Bernardin, 21 anni arrestati dopo la morte di Adele De Vincenzi, la ragazzina di 16 anni deceduta nella notte tra venerdì e sabato per aver ingerito una pasticca di ecstasy.

Lo ha deciso il gup Nicoletta Bolelli al termine dell’interrogatorio di garanzia e la convalida dell’arresto. I ragazzi hanno risposto alle domande del giudice ricostruendo la serata di venerdì. I loro avvocati hanno annunciato che faranno ricorso al Riesame per chiedere la scarcerazione o i domiciliari.

Adele è morta per una dose di Mdma, potente metanfetamina usata per confezionare le pasticche di ecstasy che può essere ingerito in polvere mescolata all’acqua. Droga che ha consumato insieme al fidanzato e a una coppia di amici in una stanza in affitto nel quartiere San Martino di Genova, zona universitaria della città. Il fidanzato, Sergio Bernardin, 21 anni, e l’amico Gabriele Rigotti, 19 anni, sono finiti in manette con l’accusa di spaccio aggravato e morte come conseguenza di altro reato. Gli agenti della squadra mobile, diretti dal primo dirigente Marco Calì, nel giro di poche ore sono riusciti anche a individuare il pusher che aveva venduto la metanfetamina: si tratta di un ragazzo di 17 anni, residente a Busalla. Per lui è scattata una denuncia, vista la minore età. Tutto succede nella tarda serata di venerdì. I quattro si vedono nella stanza di Rigotti: prendono la sostanza e decidono di proseguire la notte nel centro storico.

Si avviano a piedi ma in via San Vincenzo, vicino alla stazione Brignole, Adele collassa. Sviene per strada e gli amici chiamano il 118. Le condizioni non sembrano subito critiche ma in pochi minuti la ragazza entra in coma profondo. I medici dell’ospedale Galliera tentano di salvarla per circa un’ora. Alla fine il cuore di Adele cede e la giovanissima muore. «È arrivata che era in coma profondo», dice Paolo Cremonesi, direttore del Pronto soccorso dell’ospedale Galliera. Il medico lancia un appello: «Bisogna far capire ai giovani che non esistono droghe leggere o pesanti».
La polizia non si ferma: mentre la Mobile è a Busalla, altri agenti visionano i filmati della videosorveglianza cittadina per capire se Adele, che si è accasciata per strada in via San Vincenzo, avrebbe potuto essere soccorsa prima.

La droga, ancora una volta, si affaccia prepotentemente nel mondo degli adolescenti, ritorna alla ribalta nelle cronache di tg e giornali. Nuove denominazioni e nuove pericolose assuefazioni si aggiungono alla già lunga lista di sostanze stupefacenti in voga negli anni passati, eppure di droga e dei pericoli legati all’assunzione di queste sostanze si parla sempre meno. O meglio se ne parla solamente quando una tragedia, come quella di Adele, irrompe nell’attualità, squarcia quel velo di buio, di notti consumate nello “sballo” che uniscono solitudini di giovani adolescenti disorientati e desiderosi di andare oltre “per vedere l’effetto che fa”, per provare a riempire quei vuoti esistenziali che nella società post-moderna, dove la tecnologia e la Rete creano comunità virtuali sempre più precarie, affiorano in modo inesorabile.

E le risposte della politica? legalizzare o no la cannabis. Ma la risposta sulla legalizzazione non è che una parte del problema. E lascia scoperta tutta l’altra, ancora più difficile: il perché.  La politica deve cercare risposte anche a questa domanda sulle cause che riguarda i giovani, sul loro bisogno di riempire quel vuoto di senso che li lascia privi di valori, di slancio progettuale, di direzioni e orientamento. Questo è un dovere prioritario della politica. Gli inquirenti scavano dietro la storia di Adele e provano a dare una motivazione a quello “sballo”. Qualcosa sta già emergendo in queste ore e sono elementi che ritraggono un’adolescente ferita per la scomparsa della madre, morta per un tumore un anno fa.

La droga è un palliativo per un male che cresce dentro piano piano, come un mostro, e alla fine ti fagocita. Difficile dire cosa ci sia dietro quella voglia di “sballo” e di autodistruzione, ma è evidente che è un preciso compito politico far uscire dal silenzio l’informazione che da troppo tempo tace, perché non fa più notizia, e soprattutto potenziare luoghi e servizi socio-educativi per accompagnare personalità emotivamente fragili, che vanno sostenute durante la difficile e incerta stagione dell’adolescenza.
(Lara Calogiuri)

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