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Genova. Il malato immaginario di Andrée Ruth Shammah alla Corte

Genova. Da martedì 9 gennaio a domenica 14 gennaio 2018 Ore 20:30, 19:30, 16:00 sarà in scena al teatro della Corte “Il malato immaginario”.

Commedia nera di Molière, come è noto ultima tra le sue interpretazioni, Il malato immaginario del 1673 era per un critico come Cesare Garboli una “farsa” in cui la polemica molièriana contro i politici, che era stata inaugurata e censurata nel Tartuffe, cambia bersaglio, e si fissa per l’ultima volta, ossessivamente, per estensione e analogia, contro il potere dei medici. Ma, al di là dell’intreccio – felicissimo come in tutte le commedie di Molière – quel che preme sottolineare qui è la qualità della scrittura, la pulizia del testo che la regia di Shammah porta accuratamente alla luce. E Gioele Dix confeziona il suo Argante svelando l’universalità delle fobie e delle presunte malattie: non semplicemente un ipocondriaco, ma un uomo alla prese con la paura più grande e assoluta, quella della morte, cui fa da solare contraltare la serva Tonina.

Interpretato con intelligenza e ironia da Gioele Dix, Argan spreca la sua vita fra poltrona, lettino, toilette, clisteri, salassi. Sotto la candida cuffia a pizzi, nella vestaglia bianca, nelle calze bianche molli sui piedi ciabattanti, si trova una debolezza a volte innata, un’incapacità genetica di prendere qualsiasi decisione. Il suo alter ego è Antonietta, detta anche Tonina, interpretata da Anna Della Rosa, una cameriera tuttofare, che il padrone vive spesso come un incubo, super presente, impicciona che vede tutto e tiene in mano tutto, a partire dal destino dei padroni. Lo spettacolo, con la raffinata regia di Andrèe Ruth Shammah, si sofferma sulle nevrosi ipocondriache del protagonista, in una continua tensione tragicomica mirabilmente costruita che continua ancora oggi ad affascinare e a stupire gli spettatori.

Un Malato immaginario “senza tempo e di tutti i tempi”, privo di convenzioni, in tensione continua, costruendo con la parola e la sua densità tragicomica, un doppio livello di angoscia esistenziale e gioco teatrale. Un omaggio al grande attore, ma anche una necessità della regista di riprendere oggi il “suo” Malato per rappresentare le fragilità dell’uomo, la consapevolezza del disagio, del bisogno di difendersi dal mondo esterno e di fuggire le responsabilità dell’esistenza, in una consonanza col presente, con l’irreversibile condizione della perdita di fiducia in se stessi e nei propri simili.
(Lara Calogiuri)

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