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Genova. Il Gabbiano di Cechov nella versione del 1895

Genova. Il Gabbiano di Anton Čechov, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, torna in scena al Teatro della Corte da martedì 26 febbraio fino al 3 marzo. La regia dello spettacolo è di Marco Sciaccaluga. Inizio spettacoli ore 20.30, giovedì ore 19.30, domenica ore 16.

Il Teatro Nazionale di Genova ha scelto di portare in scena (primo teatro in Italia) la pièce di Čechov nella versione del 1895, quella precedente alla censura zarista, la cui traduzione è curata da Danilo Macrì. Primo dei quattro capolavori che Čechov scrisse per il palcoscenico, Il Gabbiano è un dramma delle illusioni perdute: nelle angosce, nelle contraddizioni, nelle sconfitte dei suoi protagonisti, c’è tutta la complessità dell’uomo moderno. Immortale riflessione su Arte e Vita, “Il gabbiano” è un classico del teatro moderno, uno dei testi teatrali più noti e rappresentati di sempre, capace di parlare ai giovani vittime del loro dolore esistenziale e agli adulti che stentano ad accettare il trascorrere degli anni e che, ipocritamente, auspicano il ricambio generazionale mentre rifiutano di cedere il passo alle nuove generazioni.

L ‘autore sembra aver iniettato nei personaggi, sia pur di età e di temperamento diversi, tutte le proprie altalenanti aspirazioni e, al tempo stesso, l’incapacità di essere condottieri della propria vita. Nel giovane animale, stroncato mentre vola elegante e spensierato, da un capriccio umano, si riconosce Nina, rea confessa del fallimento della propria esistenza, ancora amata da Konstantin (forse uomo di talento, certo provvisto di qualità morali e di costanza), che tuttavia non vuole o non sa ricambiare. In realtà, in questo dramma, tutti sono o sono stati “gabbiani”: tutti aspiravano a volare, forti dello scrigno dei propri talenti umani e del capitale affettivo, ma non lo hanno saputo fare, non hanno attivato abbastanza l’ autostima e la capacità di valutazione che serve per dirottare le sirene bugiarde; ora, malcontenti, si lasciano vivere tra le ineluttabili banalità della vita.

«Il palcoscenico di Cechov – sostiene Sciaccaluga – è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. La feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca». Il tema di un’umanità delusa dall’inutilità della vita ritornerà in tutti i successivi lavori teatrali di Cechov.
(Lara Calogiuri)


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