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Genova. Di scena il caso Dorian Gray riadattamento dell’opera di Wilde

Genova. Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo dello scrittore irlandese Oscar Wilde(1854-1900), considerato il manifesto dell’Estetismo e della poetica dell’art for art’s sake, per cui l’espressione artistica è libera e indipendente dai principi della morale.

Il romanzo, pubblicato nel 1890, ha molti influssi culturali e letterari: a partire dal Faust (1808) di Goethe fino al romanzo di Joris-Karl Huysmans Controcorrente (À rebours, 1884), passando per Mademoiselle de Maupin (1836) di Théophile Gautier e per i romanzi di Balzac.

L’estetica decadente del romanzo, debitrice delle posizioni teoriche del critico d’arte Walter Pater (1839-1894), trova un suo corrispettivo in Italia, in quegli stessi anni, nelle opere di D’Annunzio, come Il piacere e Il fuoco.

Nello spettacolo  che avrà luogo al Teatro Garage  venerdi 1 dicembre ore 21.00, vengono messe in risalto le tre personalità dei protagonisti della storia scritta da Wilde: Henry, Basil e Dorian, e del loro comportamento in relazione alla stessa storia che li accomuna tutti. Sofisticato  come un vero dandy, il primo; morboso e solitario, il secondo; vanitoso e perfido il terzo, Dorian Gray, che nel romanzo di Wilde assurge a protagonista assoluto. In questo riadattamento drammaturgico dell’opera di Giuseppe Manfridi il suo ruolo si equipara a quello degli altri due in uno smontaggio della trama narrativa ripensata nei termini di un’indagine processuale. Al centro dell’inchiesta, un mistero dall’intreccio tanto articolato da non essere noto, nella sua interezza, a nessuno dei tre. Henry, Basil e Dorian si avvicenderanno, così, in una serie di deposizioni corrispondenti ad altrettante visioni dei fatti.

E’ un’opera di teatro musicale che seduce lo spettatore in un racconto psicologico e spirituale sui temi romanzati da Wilde, tra intensi monologhi teatrali e arie musicali che vanno dall’orchestrale al rock contemporaneo. Il protagonista e la fisicità della sua anima sono immersi in videoproiezioni e disegni di luce che formano geometrie oniriche proiettate su più livelli di profondità. Lo spettatore ha così la possibilità di entrare in un rapporto intimo ed emotivo con il protagonista che va oltre la quarta parete. Manfridi, con grande abilità, scava a fondo nella vicenda e nell’animo dei tre personaggi, mostrando le diverse realtà. La parola recitata affascina, seduce e nello stesso tempo spaventa. I rintocchi di una campana, le variazioni musicali, indicano i passaggi di registro da un soggetto all’altro. L’incalzare del ritmo, sempre più marcato nel passare da un movimento all’altro, è tale da far maturare una suspense imprevista, e le atmosfere gotiche in cui matura la vicenda finiranno ben presto con l’assumere i connotati di un noir senza precedenti.

Testo di grande attualità se pensiamo alla nostra società sempre più dominata dal culto della bellezza e della giovinezza. In un mondo in cui l’immagine governa sul dialogo e sulla parola, la regia sceglie la parola. Riduce al minimo la scena e ci fa riflettere sul nostro desiderio di apparire. I tre personaggi mostrano ognuno un volto, una verità sempre in bilico tra lucida follia e ragionevoli dubbi.
(Lara Calogiuri)


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