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Genova. Al Kowalski presentazione di “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino

Genova. Martedì 13 giugno, alle ore 19.30, al Kowalski (via dei Giustiniani 3r, Genova), si terrà la presentazione del libro  “Trentacinque secondi ancora di di Lorenzo Iervolino” L’evento è inserito nel calendario della rassegna letteraria Palo, incrocio, traversa! OFF. La serata è organizzata dalla libreria FalsoDemetrio.

Città del Messico, 16 ottobre 1968. Due atleti con i pugni alzati, i guanti neri, la testa china, i corpi immobili sopra al podio. È la premiazione dei 200 metri, i due uomini sono Tommie Smith e John Carlos. Sul secondo gradino, anche lui con una spilla del Progetto olimpico per i diritti umani, c’è l’australiano Peter Norman. Una foto, tra le più celebri del Novecento, immortala quel gesto di protesta inatteso. «Mostrano sempre l’immagine. Ma non raccontano mai la storia» ricorderà un giorno Carlos. Perché da allora i nomi e i corpi dei tre protagonisti saranno sospinti «nelle sabbie mobili dell’oblio». Squalificati a vita dalle Olimpiadi, rimarranno soli a fronteggiare le minacce di morte e l’ostracismo dell’establishment. A mezzo secolo di distanza, Lorenzo Iervolino si incarica di ricostruire quella storia, di riempire quel vuoto. Muovendosi tra finzione letteraria e un attento lavoro di ricerca, Trentacinque secondi ancora ripercorre la battaglia di Smith e Carlos dall’infanzia, segnata dalla segregazione razziale, fino alla gara della vita, per approdare al tardivo riscatto civile, politico e sportivo. Una battaglia che si salda alle inquietudini dell’America del secondo dopoguerra: i linciaggi e gli scioperi, Malcolm X e Martin Luther King, l’ascesa delle Black Panthers e l’attivismo del professor Harry Edwards, l’ispiratore della protesta. Che ci rammenta, ancora oggi, come una «vittoria finale» non sia possibile. Ogni generazione dovrà raccogliere il testimone lasciato da quei corridori”.

la storia di Tommie Smith e John Carlos è una storia pesante, di quelle che ci fanno sentire piccoli e incapaci; ed è per questo una storia da raccontare. Da raccontar bene con fedeltà, attenzione e intelligenza.
Cosa che riesce alla perfezione a Lorenzo Iervolino, nel suo Trentacinque secondi ancora. Lo scrittore accetta con umiltà e vocazione di sparire tra le pagine del suo libro, di adombrarsi per lasciare spazio ai suoi personaggi, a quei due grandi atleti che alle olimpiadi di Città del Messico 1968, dopo aver corso i 200 metri, salirono sul podio olimpico con ai piedi soltanto i calzini scuri a simboleggiare la povertà di tutti i neri d’America, alzarono il pugno guantato di nero verso il cielo e chinarono il capo, mentre nello stadio ammutolito risuonava l’inno degli Stati Uniti d’America.

Come i due corridori scelsero di rinunciare alla gloria individuale per trasformare quella che sarebbe stata una semplice premiazione in un momento di riscatto e rivolta; così Iervolino, da narratore a servizio di una storia, si libera dell’egocentrismo imperante nella narrativa contemporanea e accetta di ridursi a strumento umano per dar voce ad altri; prova silenziosamente ad alzar la voce e con il suo gesto di scrittore fa parlare chi è stato costretto troppo a lungo al silenzio.

Questo libro va finalmente oltre l’immagine celeberrima, che ritrae i due campioni sul podio olimpico, in compagnia di Peter Norman. Un’immagine iconica che proprio per la sua efficacia e potenza espressiva ha però elevato, ed insieme ridotto, i due atleti protagonisti, a creature inumane prive di esistenza reale e vulnerabilità. Era dunque necessario tornare a parlare degli uomini, sviscerare il significato e le motivazioni che spinsero i due atleti a quel gesto fiero, coraggioso e per alcuni offensivo, quasi profano. Era necessario raccontare il momento in cui quel gesto venne compiuto, perché ricostruendo il passato si può meglio scrutare il presente e comprendere l’incessante bisogno di rivolta del popolo afroamericano. E così capire che quella dei neri d’America, come tutte le rivolte, può essere reale soltanto se permanente.
Trentacinque secondi ancora ci mostra la vita, il percorso e la corsa di Tommie Smith e John Carlos, narrando il prima, il dopo e il durante. Un cammino condiviso con un giovane australiano,Peter Norman, già attivista per i diritti degli aborigeni e arrivato secondo nello sprint olimpico, che pagherà anche lui duramente il sostegno alla protesta dei due atleti americani. E proprio l’ostracismo, purtroppo, è stato il minimo comune denominatore delle vite dei protagonisti di quel podio, un bando che affliggerà la vita di tutti e tre fino almeno al 2005, anno in cui alla San José State University verrà inaugurata una statua dedicata al black power salute. Una scultura che ritrae solo il gesto di Smith e Carlos e lascia vacante il posto che sul podio fu di Norman, un vuoto che rappresenta la possibilità per qualsiasi altra persona di manifestare i propri ideali, di salire sul secondo gradino e mettere i piedi esattamente dove lui li aveva messi. Allo stesso modo di Peter, chiunque può usare quel gradino per manifestare la propria solidarietà.
(C.S.)

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