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Genova. 40 anni di Legge Basaglia, ecco come ha rivoluzionato la psichiatria

Genova. Quarant’anni fa, il 13 maggio 1978, il Parlamento approvò una radicale riforma della legislazione vigente in materia di assistenza psichiatrica con la legge 180, la cosiddetta Legge Basaglia.

A Genova, il suo amico e collega Lamberto Cavallin, assessore provinciale alla Sanità (Presidente Rinaldo Magnani), grazie a quelle norme avviò il processo di chiusura di quelli di Quarto e di Cogoleto, avendo compiuto a sua volta gesti rivoluzionari per verificare la condizione in cui venivano trattati i malati mentali .

La legge di riforma venne emanata in tutta fretta per evitare il referendum abrogativo della legge del 1904 di giolittiana memoria, e poi venne integrata pochi mesi dopo dalla riforma generale di tutta l’assistenza psichiatrica. Secondo un’indagine parlamentare del 2006, i disturbi mentali coinvolgerebbero in Italia 2 milioni e duecentomila persone. Le patologie sono in aumento, ma i servizi sul territorio riescono a seguire appena il 10 per cento dei sofferenti, anche perché molti di loro preferiscono non farvi ricorso per paura dello stigma. Intanto una rete di assistenza si è diffusa su tutto il territorio nazionale. Ci sono 211 dipartimenti di salute mentale (Dsm), cioè sistemi integrati di servizi attraverso cui l’azienda sanitaria gestisce gli interventi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. Tra i servizi più comuni i centri di salute mentale, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, i day hospital, le cliniche psichiatriche universitarie e le case di cura private.

A questi si aggiungono i 612 centri diurni, dove si svolgono attività di vario tipo, e le 1552 strutture residenziali, cioè abitazioni protette. Basta ciò a dire che la 180 funziona? Chi ha il polso della situazione sono le associazioni di familiari. Ma anche qui la spaccatura si ripropone. C’è una maggioranza di associazioni, circa 160, raccolte sotto la federazione Unasam (Unione nazionale per la salute mentale) che guarda alla 180 come a un faro; c’è però anche una discreta minoranza, circa trenta associazioni, raccolte nella Fisam (Unione associazioni italiane per la salute mentale) che contesta la 180 e combatte per la sua riforma. A quest’ultimo gruppo appartiene Maria Luisa Zardini dell’Arap (Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica): «La 180 è una legge ideologica e vaga che dice solo quello che non si deve fare: dice che è proibito istituire reparti psichiatrici negli ospedali. Ma quale malattia non ha un reparto dove ci si può curare? Come capire che un dato farmaco o trattamento funziona se non hai sotto gli occhi la persona? La 180 dice che non bisogna costringere il malato alla cura: ma quanti schizofrenici non riconoscono la loro malattia e fanno danni a se stessi e agli altri?».

Domande dolorose a cui Gisella Trincas, presidente dell’Unasam, contrappone un’altra visione del problema: «La 180 è una legge di civiltà, un percorso che non è ancora stato pienamente attuato per le inefficienze della politica. La Basaglia ha messo al centro la persona e la sua dignità, ha sostenuto che la follia fa parte della vita e come tale non può essere relegata in luoghi chiusi, ma va presa in carico dalla società. Se questa è la logica, così come ciascuno di noi può rifiutare una cura del cancro – salvo poi tornare sui propri passi grazie alla vicinanza di familiari e terapeuti –, anche chi soffre di un disagio mentale deve poter avere la stessa possibilità. È una questione di diritti. E allora si contratta, si lotta insieme, aggregandosi ad altri, chiedendo a gran voce l’intervento dei servizi e della politica». In caso di pericolosità, continua Trincas, la legge già prevede il ricorso al trattamento sanitario obbligatorio, cioè a un ricovero forzato per convincere la persona alla cura, prorogabile di settimana in settimana. Su un punto però tutti i familiari sono d’accordo: è necessario che la psichiatria vada verso la persona sofferente e la sua famiglia e non resti dietro una scrivania ad aspettare.

«Non è ammissibile che lo psichiatra ti riceva una volta al mese» denuncia Zardini. Rincara Trincas: «È chiaro che se i servizi sono carenti, gli operatori impreparati e le famiglie sole e per giunta ghettizzate dallo stigma sociale, non c’è da stupirsi che poi invochino il manicomio. Ora che le strutture alternative si sono diffuse, bisogna lottare affinché esse migliorino di qualità e creino reale integrazione».
(Lara Calogiuri)

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