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Genova. “Tra i vivi non posso più stare” in scena al Teatro Cargo

Genova. Domenica 28 gennaio, alle ore 16.30, al Teatro Cargo sarà in scena uno degli spettacoli cult, da anni in cartellone. Un evento in cui si fondono musica, teatro e arti visive: lo spettatore è completamente immerso in un ambiente dove rischia di farsi sopraffare dalle emozioni. Fuori da ogni retorica, questo evento affronta il tema dell’Olocausto con occhi contemporanei: inevitabile poiché lo spettacolo è stato il crogiuolo delle sensibilità di un ampio gruppo di giovani artisti provenienti da Conservatorio e Accademia, a confronto con professionisti più maturi, la regista e gli attori, tutti di ventennale esperienza.

È uno spettacolo vivo. Con lo spettacolo Tra i vivi non posso più stare la regista Laura Sicignano entra tra le pieghe della Storia, come ha già fatto altre volte, collaborando però con le competenze e gli sguardi di altri giovani artisti: gli studenti del Conservatorio Nicolò Paganini e quelli dell’Accademia Ligustica. Il risultato è uno spettacolo itinerante fatto di recitazione, narrazione, montaggi video e musicali (tutta la musica è frutto di un lavoro originale di registrazione e mixaggio elettronico) e una buona dose di spaesamento da far vivere agli spettatori (la scena, organizzata in vari modi, anche è frutto di un lavoro collettivo che mescola immagini, video, installazioni). Chiamato a fare un percorso reale attraverso spazi diversi e con continui spostamenti che alterano la prospettiva, il pubblico è accolto individualmente e ad ognuno è attribuito un numero: «d’ora in poi sarete questo numero». Il viaggio ovviamente è anche della memoria, riconoscibile in elementi estremamente noti legati alla deportazione e alla Shoah.

La pressione, la folle direzione non-conoscibile degli ordini, lo scardinamento delle regole minime di umanità che vengono riproposte – seppur con attenta cura in dose omeopatica al pubblico – di fondo cercano di evocare, ricostruire come proposta di esperienza diretta, il disagio progressivo, l’escalation di assurdità e crudeli follie a cui a mano a mano i deportati venivano sottoposti. Le immagini forti non mancano (la tortura di una capò in tedesco a una prigioniera), ma il registro è volutamente non vessatorio.

Lo spettacolo del Cargo è una composizione caleidoscopica che armonizza la violenza e forse la pulisce persino troppo di quel suo aspetto sudicio, ripugnante tesa com’è a non cadere nelle trappole della retorica. Il valore aggiunto è l’aver virtuosamente impiegato forze giovani che riscrivendo la memoria con il loro sguardo e i loro strumenti non possono che averla interiorizzata una volta di più come patrimonio culturale. Gli interpreti si prestano ad essere narratori appassionati, protagonisti della storia in varie vesti: prigionieri privilegiati, funzionari, sopravvissuti e molto altro. Riflettere ecco cosa non può che suscitare una forma spettacolare così mossa e articolata (seppur non particolarmente innovativa).

Porta a riflettere sull’uso della memoria: non più come strumento piatto di ricostruzione lineare di eventi, che può anche subdolamente sottrarre ognuno alla sua parte di presa di responsabilità, in un gesto reiterato; ma piuttosto la memoria come riscrittura, come paramentro che può aiutare a leggere la caoticità del presente in cui siamo immersi.
(Lara Calogiuri)

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