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Futuro dell’Unione europea a rischio? L’euroscetticismo che fa rima con anti-europeismo

Le consultazioni elettorali rappresentano una delle vie più importanti, attraverso le quali i popoli possono autodeterminarsi ed esprimere liberamente le loro opinioni sulla politica. Ma possono anche essere un filtro per il ‘passaggio’ di ideologie che non sempre veicolano principi democratici e liberali.

L’antieuropeismo sta dilagando nei paesi dell’Unione Europea, ed è ormai un dato concreto emerso nella consultazione elettorale del 25 maggio scorso.  I risultati hanno messo in luce rigurgiti allarmanti di nazionalismi e xenofobia, sentimenti di rigetto  verso l’integrazione dei paesi facenti parte dell’Europa, e segnali d’insofferenza che non rendono merito alla storia della Comunità Europea, e a quel lontano Trattato di Parigi del 1951 (entrato poi in vigore nel ’52), e al Trattato di Roma firmato nel 1957 (entrato poi in vigore nel ’58). Col primo si costituì la Comunità Europea del carbone e dell’acciaio – col secondo la CEE e l’Euratom, ossia l’istituzione di un Mercato Unico, attraverso la definizione di risoluzioni di carattere commerciale comuni, e l’accordo riguardante la gestione dell’energia atomica.

Passi importantissimi, compiuti nell’apparente indifferenza della Gran Bretagna, che rifiutò con espedienti vari, l’aggregazione alla storica determinazioni dei sei capi di stato fondatori della CEE nel ‘57. E in effetti, nonostante l’adesione poi alla Comunità Economica Europea nel 1971, il Regno Unito ha sempre scelto di restare in ‘periferia’, svolgendo un ruolo che non ha mai voluto davvero legittimare. La dimostrazione più palese di questo suo tenersi a distanza, è stata la decisione di non fare parte degli accordi storici riguardanti la moneta unica, adottata da diversi paesi membri dell’Unione, attraverso l’Euro, prima nel 1998 come unità di conto virtuale, e nel 2002 con la circolazione reale della nuova valuta. Ora gli stati che hanno deciso di aderire alla zona Euro sono quasi venti, tutti convertiti ai principi economici sanciti dal Trattato di Maastricht, firmato nel 1992.

E’ mai possibile che, dopo tutti gli sforzi compiuti dagli stati membri per giungere ad accordi comuni in materia economica, ma anche sociale e politica, si possa rischiare col tempo di cancellare tutto con ideali e interessi nazionalistici, annullando 60 anni di deliberazioni e leggi promulgate nell’interesse di tutti gli stati dell’Unione? Non può essere possibile, non si può lasciare tutto questo all’arbitrio e agli umori di chi sta trattando l’Unione Europea come una discarica di responsabilità, senza motivare realmente la smania di mandare tutto all’aria, per chiudersi nuovamente dietro una frontiera di nazionalismo che rasenta l’autarchia. In piena era di ‘globalizzazione’, tutto questo stride con il ‘trend’ economico-politico-sociale in atto.

La Costituzione europea (sottoscritta il 29 ottobre 2004 a Roma da 25 stati membri), dichiara nel suo preambolo:

“.. /. CONVINTI che l’Europa, ormai riunificata dopo esperienze dolorose, intende avanzare sulla via della civiltà, del progresso e della prosperità per il bene di tutti i suoi abitanti, compresi i più deboli e bisognosi; che vuole restare un continente aperto alla cultura, al sapere e al progresso sociale; che desidera approfondire il carattere democratico e trasparente della vita pubblica e operare a favore della pace, della giustizia e della solidarietà nel mondo.. PERSUASI che i popoli d’Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e, uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino../..”

Eppure le ultime elezioni di maggio hanno messo in evidenza l’importanza, e il pericolo – aggiungo – di questi movimenti che vorrebbero rendere vano più di mezzo secolo di strategie politiche ed economiche per semplificare i rapporti commerciali, rendere libera la circolazione di beni e persone, dando un senso a questa fratellanza e ai principi ispiratori che sono partiti da Culture e  civiltà molto simili tra loro. Le elezioni di maggio si potrebbero definire ‘antistoriche’, rivelatrici di mine vaganti che destabilizzano concezioni collaudate, emergono vecchi fantasmi che si credevano ormai esorcizzati e condannati dagli stessi eventi della storia recente. Perché dietro al rifiuto al progresso e all’integrazione dei paesi dell’Unione, ci sono intolleranze di ogni genere, non ultime quelle di carattere religioso, ma soprattutto culturali, l’ostilità nei confronti del ‘diverso’, in spiccioli, razzismo strisciante.

A questo punto l’Europa e i progressi per renderla sempre più unita e solidale, rischiano di diventare simili alla tela di Penelope; i nemici di un’unione solida e invulnerabile sono i cittadini stessi dei paesi membri, il malcontento e il desiderio di destabilizzazione arriva proprio da questi margini d’opinione sottovalutati, forse. Eppure il loro voto è stato come un tuono il cui eco avrà riflessi non trascurabili nelle scelte politiche dei governi dell’Unione Europea: non si può ignorare l’irruenza di queste voci del dissenso.

Che poi non sappiamo se definire ‘dissenso’, o desiderio più o meno velato di ‘restaurazione’ d’ideali in qualche modo collusi con i principi democratici che hanno ispirato tutte le Costituzioni degli attuali regimi politici. Si tratta di un trionfo, almeno in tanti paesi, delle destre, dei conservatori, di coloro che vogliono portare indietro l’orologio degli avvenimenti che hanno segnato la storia dell’Europa. Che non amano l’Unità nella Diversità, non amano i flussi migratori, che insomma vorrebbero ristabilire il filo spinato delle frontiere. Non è demagogia la loro, è una strada pericolosa, certo preoccupante, ma possibile. Dovremmo saperlo bene, ma evidentemente le dure lezioni impartiteci proprio dalla storia, non sono servite a immunizzarci, a renderci più consapevoli e responsabili.

L’avanzata di coloro che vorrebbero portare fuori i rispettivi stati dall’Unione Europea, non è di poco conto, basta leggere i risultati in Francia, con il flusso di voti ottenuti da Marine Le Pen, così come in Gran Bretagna, anche qui gli euroscettici hanno confermato le aspirazioni del premier  Cameron (conservatore), il quale, è noto, non simpatizza per l’Unione. I Conservatori comunque si sono battuti e hanno ottenuto una vittoria netta alla Camera dei Comuni, sulla proposta di consultazione referendaria, che si dovrebbe tenere entro il 2017. Il popolo britannico deciderà così definitivamente, se il Regno Unito dovrà restare nell’ Unione Europea oppure uscire.

Secondo i dossier dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), le ragioni di questo euroscetticismo, vanno ricercate anche nell’incapacità dei governi dell’Unione di dare risposte più convincenti alla crisi in atto, attraverso svolte efficaci rispetto alla politica tradizionale. E qui stanno cavalcando l’onda i movimenti ostili all’Unione, all’Euro..

Non serve domandarsi la ragione di queste ‘fughe’, viviamo in un’epoca in cui la crisi delle certezze non riguarda solo l’economia, tanti altri fattori si aggiungono a questi sconvolgimenti in atto, e forse neppure i sociologi potrebbero esprimere analisi attendibili su tali fenomeni. Resta certo l’amarezza, la delusione, anche, di queste correnti che spazzano via ideali positivi per la civile convivenza.

L’Unione Europea, soprattutto negli ultimi dieci anni, è intervenuta, attraverso leggi precise in materia, su aspetti estremamente negativi delle nostre società, come corruzione, mafie, droga, riciclaggio e tantissimo altro, entrando anche in merito alla disciplina degli istituti di credito, ai cosìddetti paradisi fiscali.. Ma soprattutto ha portato avanti negoziati in cui era necessaria, anzi indispensabile, una mediazione, per evitare conflitti in tante parti del mondo, l’influenza dell’Unione Europea in queste circostanze politiche delicatissime, è sempre stata di grande peso.

Se purtroppo questo serpeggiante euroscetticismo non fosse fin troppo spontaneo, sembrerebbe una congiura ordita per dividere quello che il tempo e la volontà stessa dei paesi dell’Unione, hanno fortemente cercato e voluto, affermato e reso solido con determinazioni di carattere democratico all’interno del Parlamento Europeo, frutto di scelte popolari avvenute attraverso le varie consultazioni elettorali che si sono avvicendate negli ultimi decenni. E’ inutile anche ostentare ottimismo, quando il fenomeno è in crescita, si direbbe direttamente proporzionale all’incidenza della grave congiuntura economica che ha interessato l’Europa, e tutto l’Occidente da oltre un decennio.

Certamente la crisi economica, derivata in parte dagli sconvolgimenti creati dalla globalizzazione,  dalla prepotente ribalta di economie emergenti, come quella cinese, indiana, brasiliana ed altre, ha risentito di questi cambiamenti, ai quali, forse, non si era preparati. Si tratta di mercati che hanno spazzato via le ‘regole’ del commercio internazionale e le sue interdipendenze, proponendo ogni genere di prodotto a prezzi assolutamente concorrenziali, e creando serie difficoltà all’Europa che aveva (e ha..) assetti economici, dinamiche  e discipline interne di ben altra natura.. In definitiva ci sono variabili che hanno determinato squilibri, costretto i governi dei paesi occidentali a prendere misure anti-crisi, non semplici da applicare quando l’andamento economico è stato in qualche modo sovvertito, interessando ogni settore, soprattutto la tenuta delle imprese, l’occupazione, che ha registrato difficoltà anche in paesi come la Germania e la Gran Bretagna, storicamente solidi  sul piano industriale e dell’occupazione.

In seria difficoltà si è trovata anche la solida economia degli Stati Uniti, che è entrata qualche anno fa in fase di recessione, e tutt’ora il debito pubblico americano è in mano agli istituti di credito cinesi..

La Cina per quel che riguarda i mercati internazionali e finanziari ormai, fa davvero il bello e il cattivo tempo, tanto per dirla con un luogo comune. Acquista estensioni enormi di terreni in Africa, e ormai per noi, termini come ‘Land grabbing’, non sono più astrazioni che si possono ignorare.

Intanto i partiti antieuropeisti si riuniscono e decidono strategie politiche comuni, con l’ovvio intento di contrastare le concertazioni e risoluzioni del Parlamento Europeo.

Del resto questo arroccarsi in interessi territoriali ha solo creato tensioni, per ragioni diverse, naturalmente, ricordiamo il sud Tirolo in Italia, l’Irlanda del Nord, Catalogna, in cui si è svolto il referendum per l’indipendenza proprio qualche giorno fa, con esito negativo, così com’è avvenuto in Scozia del resto, dove grandi erano le aspettative, e notevoli sarebbero state le conseguenze per la Gran Bretagna. E infine, oltre la linea dei paesi dell’Unione Europea, troviamo i problemi politici e militari sorti ultimamente in  Ucraina (che comunque aspira a diventare candidata UE).  La tensione sul piano internazionale, dovuta all’annessione di Crimea e Sebastopoli alla Russia, avvenuta in apparenza con regolare consultazione referendaria, ha creato reazioni in ambito Nato, e da parte dell’Ue e Stati Uniti,  poiché, in realtà, dietro queste scelte popolari, vi sono ragioni politiche complesse, che hanno contribuito a questa determinazione, ossia alla scelta d’integrazione con la Russia. E non sono gli unici problemi che l’Unione sta affrontando sullo scacchiere internazionale, in Europa e territori limitrofi.

Il disegno originario dei primi paesi membri della Comunità Europea era ambizioso, e tanti erano i fini da raggiungere attraverso intese comuni e grandi cambiamenti, soprattutto di carattere economico.

Certo uno degli obiettivi dei primi trattati era quello di eliminare i grandi squilibri sul piano economico tra gli stati facenti parte dell’Unione, ma per quanto ci si sia adoperati in tal senso, purtroppo i risultati non sono quelli auspicati. Tuttavia questo non significa che le grandi conquiste nell’ambito dell’Unione, debbano essere cancellate per seguire sistemi d’involuzione civile, sociale e culturale, che non portano da nessuna parte. Non si può davvero concepire, è una marcia contro il tempo e la naturale tendenza all’ innovazione, è un’avventura che non porterebbe nulla di positivo in termini democratici ed economici ai singoli stati.
(Virginia Murru)


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