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“La vetrina dei poeti”: Fulvia Marconi

Note biografiche di Fulvia Marconi

Appassionata di poesia sin da ragazza, scrive e partecipa ai concorsi letterari piazzandosi al primo posto in 16 concorsi su appena venti; seconda o terza per i rimanenti. Si tratta di riconoscimenti che riceve dal 2006, periodo in cui decide di dedicarsi interamente all’arte poetica.
Al suo attivo ha due raccolte poetiche pubblicate per i tipi dell’Editrice Nicola Calabria – Patti: “Sulle ali dei sogni” (2007) e “Il dì… di ieri” (2008). “Un mare d’inverno” viene declamata nella trasmissione radiofonica “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo, col quale redige regolare contratto ventennale per un’antologia di autori vari dal titolo “Poetando / Poeti della notte”.
La poetica della nostra Autrice non rimane esclusivamente personale, essa si apre anche ai problemi più vasti, non ignora il sociale. Fulvia Marconi si può definire la poeta dell’uomo in cammino. Partecipa in qualità di membro di commissione esaminatrice all’XI edizione del Premio Nazionale di Poesia – 2009 “Giacomo Natta”-Vallecrosia (l’anno precedente 1^ assoluta al Premio “G. Natta”). Prima esperienza, decisamente positiva, di “dicitrice”, insieme con Francesco Mulè, di brani tratti dalla letterature italiana da San Francesco ai giorni nostri.

OLTRE LA VITA

I capelli qual veli smarriti
fra le nuvole rosse al tramonto,
sfioreranno le cime fluenti
di quegli alberi al far della sera.
Solo l’iride assorto degli occhi,
nel confondersi al calmo del mare,
carezzare potrà mille gemme,
all’albore del loro risveglio.
E sbadiglia assonnata la vita
nello scorrer perduto del tempo,
poi… quel battito d’ali leggero
mi conforta al mutar dell’essenza.
Ed intanto, l’azzurro cobalto
sarà il cielo ed il mare… l’eterno,
e il respiro… il fluir del perenne
nei rintocchi d’istanti sbiaditi.
Le mie dita al segnar del confine,
fra il mistero e la gioia infinita
in quel lungo percorrer bramoso
del cammino tra sogno e realtà.
Proprio allora, potrò liberarmi
nel pensiero di chi tanto amai
intonando quel canto all’amore
che sia sacro o profano… chissà!

FRA QUELLE FRONDE IN CUI S’IMPIGLIA IL CANTO
(Salviamo la natura!)

Grato d’olezzo il fieno a primavera,
fra azzurre trasparenze al dilagare
di vividi riflessi d’aure quiete
d’un cielo che s’accende di splendore.
Vedo sbocciar campanule sui prati
che speranzose di recar diletto,
all’occhio pronto a coglierne il colore,
san civettar persino con il sole.
Di quel fragor celeste ch’è la vita,
figlio del vento e pur dell’aria pura,
un uccellino dal capino nero
sogna cantando all’acqua fresca e chiara.
S’impigliano le note dei gorgheggi
tra fronde, bacche rosse e gelsomini
e danzano al respiro di quell’aria,
che vuol narrare al vento sol d’amore.
E ride il fiordaliso stretto al grano,
tra quel frinir di grilli e di cicale,
ma s’alza un vento gelido dal colle
che parla di paura e pur di morte.
Da quella fronda in cui s’impiglia il canto,
tuona il fucile nel forare il sole
e smette di sorridere quel grano,
mentre si sfoga in pianto il fiordaliso.
Solo il silenzio assorda tutto il prato,
non più del trillo m’è dato l’udire,
era un capino nero, era un incanto…
fra quelle fronde in cui s’impiglia il canto.

LA CASA FRA I CILIEGI
(Dedicata alle vittime di tutte le guerre)

Quella casa fra i ciliegi oltre il colle,
chiude stanca i suoi occhi a non vedere,
le rose che appassiscono fra l’erba
tanto alta da rubar la luce al grano.
La casa dei ciliegi ha dei ricordi
di stelle scese a incorniciar capelli
a giovani fanciulle innamorate
all’ombra fresca dei longevi pioppi.
La casa oltre il colle più non spera.
Preghiere già pregate e rifiutate
ora scolpite sulla pietra fredda
che non riflette più chiaror lunare.
I suoi gerani rossi sui balconi,
rimembrano, confuso con gli odori,
il sangue sparso preda d’una guerra,
che più non sa chi è vinto o vincitore.
La casa dei ciliegi ha gli occhi tristi
e s’agita sgomenta in cupi sogni,
ripensa a quelle grida di bambini
dai piedi scalzi e dai vestiti a fiori.
E più non si sorride nella valle,
il fiume scorre e mormora domande,
soltanto dieci croci senza effigi
in quella casa estinta fra i ciliegi.

“Una nota di critica”
a cura del Prof. Francesco Mulè, poeta e operatore culturale

Poesia, quella di Fulvia Marconi, ricca di singolare bellezza lirica e di voglia di nuovi traguardi letterari.
I suoi versi, dolcemente musicali e finemente pennellati dalla forza di un’arte immaginifica, fanno trasparire la fondatezza di una interiorità spirituale e spiritualizzante, nonché la singolare delicatezza di tinte, di toni, di immagini e di stile che venngono a riflettere decisamente uno stato d’animo sempre alla continua e perseverante ricerca del Sé.
Poeta della parola ariosa e personale, intenta ad esplorare la propria anima, al fine di trasmettere il “nuovo”, il “bello”, l’essenza di una vita completamente smaterializzata. Fulvia Marconi ci riesce in pieno, perché immaginazione ed esperienza di un passato interamente vissuto fanno sì che (come da una sorgente non può che sgorgare acqua chiara e fresca) il suo pensiero venga ad essere il motore di una poetica matura e serena, capace di trasmettere emozioni e sensazioni al lettore involontariamente coinvolto tra i colori, i profumi e i suoni della “parola” deliziosamente marconiana.

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