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Flussi migratori? Una vecchia storia…

I flussi migratori nel pianeta non sono certo un’emergenza del nuovo millennio, è quasi retorica rimarcare che si tratta di un fenomeno sempre esistito, fin dalle ere più remote. Sono stati questi movimenti di massa che hanno  determinato anche affinità biologiche, nell’evoluzione della specie umana, non si è trattato solo di cambiamenti sul piano culturale.

Già alcuni milioni di anni or sono, avvenivano spostamenti consistenti d’individui  alla ricerca di migliori condizioni di vita; erano correnti migratorie che segnavano il passaggio nei diversi continenti, creando i presupposti per uno scambio di conoscenze, allora rivolte soprattutto alla sopravvivenza. Certamente la specie umana, attraverso gli incroci genetici di persone provenienti da aree del pianeta anche lontanissime, rispetto al luogo in cui quelle società primitive avevano scelto di stabilirsi, aveva reso più simili le peculiarità delle varie razze,  sebbene col susseguirsi dei millenni e una relativa stabilità, le stesse si fossero poi meglio definite, differenziandosi e caratterizzando gli aspetti etnici dei popoli nei diversi continenti.

Tutto il frastuono mediatico intorno al flusso continuo di migranti, che dai paesi del sud del mondo arrivano in Europa, è evidentemente giustificato dal drammatico rilievo che assumono le vicende legate a questi spostamenti, i quali avvengono via mare, attraverso mezzi di collegamento e trasporto talmente precari da causare tragedie. Avvenimenti di questa portata  possono solo sconcertare, dato che le società dei paesi europei che accolgono i migranti, sono impotenti nei confronti delle nefaste conseguenze di questi esodi, che sembrano incontrollabili. I disperati ce li ritroviamo davanti alla porta di casa, e ci chiedono conto della nostra indifferenza, che ha profonde radici nella storia.

Tuttavia il problema legato a questi movimenti inarrestabili di esseri umani, costretti ad abbandonare il proprio paese d’origine per cercare una svolta e condizioni di vita più umane e accettabili, è molto complesso. Da decenni le istanze provenienti dall’emergenza dei flussi migratori, che specie in Italia assediano implacabilmente le coste, sono nell’agenda dei politici, e si concludono con sterili summit sull’argomento. Sterili perché si concretano con misure insufficienti ad arginare il fenomeno, e soprattutto perché il problema non è stato ancora affrontato come si  dovrebbe.

L’Italia, in apparenza, sembra il paese europeo più ‘bersagliato’, i notiziari ci propongono continuamente scenari che impressionano l’opinione pubblica, per la drammaticità con cui, non di rado, finiscono questi spostamenti nelle acque del Mediterraneo, perenne spartiacque tra le società del benessere e quelle della miseria, che ancora affligge i paesi in via di sviluppo. Così li chiamiamo con un eufemismo: ‘paesi in via di sviluppo’, da una quarantina d’anni a questa parte.. E la via dello sviluppo in realtà non è stata mai percorsa, è un sentiero senza traguardo per la gente che fugge dalla minaccia dei focolai di guerra, che essi non hanno scelto, perciò li coglie impreparati e inermi. Ma fuggono anche da un’altra guerra quotidiana: la fame, che assume vaghi ma chiari contorni nel volto e negli sguardi di questi diseredati, vittime di un destino che non ha mai permesso loro di stabilire solide radici nei luoghi in cui sono nati, e che certo non abbandonano volentieri.

Nessuno lascia a cuor leggero la terra nella quale è nato e cresciuto. Il problema è che l’Occidente non ha mai prestato la dovuta attenzione alle condizioni disastrate di questi paesi, in gran parte africani. I nostri politici sono sempre stati presi dalle problematiche interne, dalle alterne vicende relative alle crisi economiche, che hanno messo a dura prova la stabilità dell’Europa e anche quella degli States. L’Occidente pareva circondato da una cortina invulnerabile, eppure la storia ci ha insegnato che non esiste immobilismo che non possa essere rimosso, e sono gli eventi ciclici di carattere economico e sociale a determinare certe tempeste. Ancora oggi, dopo l’incerto avvio del nuovo millennio, gli equilibri non sono tornati ad essere quelli degli ultimi decenni del novecento. Tutto e il contrario di tutto è stato rimesso in discussione, la crisi delle certezze è più che mai in atto. E mentre si affronta questa strana pandemia economica, ecco che arriva il sud del mondo a chiederci come mai ci siamo accorti di loro proprio ora, ora che arrivano a raffica nelle frontiere del nord Europa, ma soprattutto nelle coste italiane, e muoiono a centinaia, anzi sono migliaia ormai.

L’Italia, in realtà, non è proprio il sogno di riscatto più ambito dai migranti, certamente è l’approdo più sicuro per quelle imbarcazioni; per molti di loro sembra  la barca di Caronte, quella che ti dovrebbe portare nell’altra sponda, in un suolo sicuro, sempre che ci arrivi sano e salvo.. Il che non è mai una garanzia, le cronache e i dati su questi viaggi disperati parlano chiaro. Stipati in ‘scatole’ di legno, come fossero bestie, poca differenza con la gente di colore  che nel XVII secolo salpava dalle coste africane alla volta delle Americhe.

La differenza sta nelle aspettative, forse.. Mentre questi ultimi sapevano del destino al quale andavano incontro – sempre salvo incidenti di percorso in mare – ossia un destino da schiavi senza scampo, gli attuali migranti si spostano, si fa per dire, volontariamente, perché il loro paese non è in grado di offrire un’esistenza degna di questo nome. E non hanno alternative, anche con i paesi confinanti; e l’Europa è il faro che illumina di più, o forse abbaglia, dato che solo una parte riuscirà poi a integrarsi con i popoli europei  con i quali convivranno. Per gli altri c’è una vita di periferia, di quelle che lasciano ai margini, ai confini comunque di una società diffidente e ostile. Per una percentuale di loro ci sarà invece un ritorno forzato, dopo la terribile odissea di quei viaggi impossibili, verranno espulsi senza avere diritto di replica.  In parte esistono fondate ragioni per non accogliere in massa i flussi continui che arrivano dal sud, in quanto l’Europa è ancora impreparata economicamente, e in parte si devono fare i conti con l’inerzia dei sistemi che dovrebbero prevedere certe dinamiche sociali e umane, ed essere pronti pertanto ad affrontarle nei migliori dei modi. Ma siamo ben lontani da una simile efficienza organizzativa-

L’Italia e la Grecia sono stati i paesi europei più ‘assediati’ dai migranti: intorno ai centomila arrivi nel corrente anno in entrambi. Sono peraltro i paesi più semplici da raggiungere, dato che  sono circondati dal mare. Da sempre la morfologia del territorio si è prestata agli assalti dei popoli del Mediterraneo, in particolare Saraceni. Oggi gli sbarchi sono di altra natura,  comunque creano difficoltà logistiche sul piano dell’accoglienza, oltreché economiche, dato che il numero di arrivi non è certo di poco conto per le regioni che hanno affrontato una simile emergenza.

Che l’Italia sia stato un popolo di migranti già lo sappiamo, com’è noto del resto, che tra la seconda metà dell’ottocento e i primi decenni del novecento, gli italiani che hanno lasciato il proprio paese per stabilirsi all’estero, in particolare nelle Americhe, sono stati circa 25 milioni.. Chi più di noi potrebbe capire meglio il fenomeno?

Ma i flussi migratori che dal sud del mondo convergono verso l’Occidente, non riguardano solo il nostro paese, alle frontiere della Francia, Germania, Svezia ed altri paesi del nord Europa, sono molto consistenti, secondo i dati forniti dall’ Unhcr – Agenzia Onu per i rifugiati – in Francia e Germania sarebbero arrivati oltre duecentomila migranti, per ciascun paese, in Gran Bretagna e Svezia circa 150 mila.. Si tratta di numeri che impressionano. Secondo l’Agenzia per i rifugiati, ci sarebbero oltre 60 milioni di esseri umani che cercano di lasciare il proprio paese per trovare riparo sicuro altrove, possibilmente dove si offrono maggiori garanzie di accoglienza e integrazione. Che lo voglia o no l’Europa ora dovrà affrontare la questione dei paesi in via di sviluppo, non si potrà andare avanti con interventi tampone, né si potrà pensare di accogliere ogni anno centinaia di migliaia di persone, in una situazione economica che presenta già serie difficoltà per la sua gente. ‘

‘Accoglienza’ è una bella parola che tutti noi dovremmo amare, e nessuno discute sul fatto che è necessario mettere da parte l’egoismo e guardarsi intorno, nessuno, o una piccola percentuale, esprime intolleranza per questioni culturali, religiose o di carattere sociale, verso questi esseri umani sfortunati. Ma non è questo il punto.

Il problema non è legato al breve periodo, ma al futuro. Egoismo sarebbe pensare di risolvere il problema con un’accoglienza irresponsabile, senza alcun freno, senza che finalmente i governi dei paesi occidentali si decidessero ad affrontare la realtà andando oltre le conseguenze di questi flussi migratori di massa, per analizzare le origini e le ragioni di tali spostamenti. Partendo dal presupposto al quale già si è accennato, ossia dal fatto che nessuno lascia volentieri il proprio paese per avventurarsi in un altro estraneo alla propria cultura, con tutte le incognite e  angosce che  questo può comportare. Si comprende bene dunque, che è giunto il tempo di trovare soluzioni adeguate  ai loro problemi. Problemi che sappiamo essere causati prevalentemente dal malessere economico, ma non trascurabili sono anche i conflitti interni, guerre e guerriglie. In tal caso è già un’altra storia, che ha le caratteristiche dell’asilo politico, e non è certo una novità, dato che questo ‘status’ è purtroppo comune ai popoli di tanti paesi del Mediterraneo e non, e sia l’Italia che il resto d’Europa, hanno sempre accolto con senso di solidarietà le persone in fuga per motivi di guerra.

Negli ultimi dieci anni in particolare, si fugge dalla fame, dall’impossibilità di vivere una vita che offra almeno l’essenziale a se stessi e alla propria famiglia. Andarsene e abbandonare tutto diventa allora il male minore, ed è la speranza a guidare come un astro, non di rado ingannevole, questa povera gente. Sarebbe necessario intervenire con adeguati investimenti sull’economia di queste nazioni; è difficile capire nel terzo millennio la fame in un continente come l’Africa, che ha enormi potenzialità sul piano delle risorse interne e della produttività, un continente di per sé ricco, sempre assediato dalla ‘fame’ rapace dei paesi occidentali, che lo hanno colonizzato e sfruttato, senza mai pensare al benessere delle popolazioni autoctone. Dovremmo sentirci in debito verso queste nazioni, prenderci finalmente la responsabilità di aiutarli davvero a stare in piedi da soli. L’alternativa qual è? Permettere l’abbandono di tutti i paesi interessati al fenomeno migratorio e accettarli senza riflettere alla loro sofferenza? Rassegnarci alle continue ecatombe in mare, limitandoci ad accoglierne una parte e consegnando un foglio di via agli altri? E’ giusto prevenire, dare una buona mano a questi popoli ad avviare misure più solide e certe per l’economia dei propri paesi, aiutarli a camminare con le loro gambe. Ognuno ha le proprie risorse, sarebbe necessario supportarli per mettere in moto un sistema  valido ed efficiente, che fissi le basi per una sussistenza umana, economica e sociale dignitosa. Ce l’ha fatta il Sud Africa, qualche altro paese africano, perché non si dovrebbe riuscire finalmente a mettere le ruote sotto la montagna d’immobilismo che impedisce a questo continente di decollare? Un miliardo e mezzo di persone vive con circa due dollari al giorno, si possono migliorare le loro condizioni di vita, e non sarebbe difficile, non occorre essere degli economisti per capirlo. La Nato spende ogni anno cifre astronomiche in investimenti di carattere bellico, e i soli Stati Uniti nei vari interventi in Medio Oriente, hanno speso cifre impossibili, per ragioni che in fin dei conti sono discutibili, dato che alla guerra quasi sempre c’è un’alternativa. Dirottare questi mezzi colossali per investirli in modo efficace nei paesi in via di sviluppo, e frenare la disperazione di chi è costretto ad avventurarsi nel nostro continente per un pezzo di pane, è a mio avviso prima di tutto una priorità e un dovere morale, un atto dovuto nei confronti di questi popoli abbandonati a se stessi. Così si parla di pace con cognizione di causa, non riempendosi la bocca di belle parole mentre si stringe un fucile in mano..

Riflettiamoci tutti, così non è possibile andare avanti, non se ne può più di assistere a questi olocausti nel Mediterraneo, le soluzioni, quando si volesse, esistono, e sono da preferire all’inerzia.
(Virginia Murru)

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