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Finale Ligure. “Tra pensiero e realtà II”, mostra di Giovanni Mazza a Finalboro

Finale Ligure. Mostra personale di Giovanni Mazza nel complesso monumentale di Santa Caterina, Oratorio de’ Disciplinanti, Finalborgo (SV) fino all’11 gennaio, orario dalle ore 15 alle 20 tutti i giorni (lunedì chiuso).

Avvicinandosi a una mostra di Giovanni Mazza, la prima sensazione che si prova è di stupore per tutte quelle grandi opere dove spicca la figura umana, singola o che si fa popolo. Così emergono corpi, teste, visi, che abitano tele di grandi dimensioni.

Ma non basta. Prima di iniziare il percorso della mostra, si può leggere una premessa dell’artista che spiega quanto sia necessario all’osservatore una decodifica di ciò che sta per guardare: “un suggerimento per una interpretazione più completa del dipinto, facendo riferimento, in particolare, alla natura motivazionale che, a livello percettivo e rappresentativo, presiede alla realizzazione pittorica […] (per) stimolare a un’indagine più attenta della forma…” Spesso accanto ai dipinti c’è una poesia, qualche volta dello stesso Mazza.

Eppure Mazza non è un pittore astratto: le sue figure sono vere, reali, hanno ossa, carne, muscoli, e si potrebbe credere che siano di semplice comprensione. Non è così: l’arte vera, qualunque forma di arte, non è affatto semplice perché sottende contenuti profondi, visioni profetiche dell’esistenza umana che, senza l’aiuto dell’artista stesso, si rischia di perdere o di fraintendere.

Giovanni Mazza ha percorso, attraverso le sue esperienze, la seconda metà del Novecento, si è nutrito degli stimoli degli anni ’60 e ’70, ha osservato e osserva gli eventi passati e quelli a lui contemporanei.

Così ha forgiato il suo dolore nei lavori sui campi di sterminio della seconda guerra mondiale o nella donna nera che si protende sopra la vittima della malavita che tanto offende il nostro paese ogni giorno. Persino la “deposizione” non è riferita a Cristo ma, ripetuta all’infinito, alle innumerevoli vittime senza diritti delle società che continuano a macchiarsi dell’omicidio della loro stessa gente.  “Solitudine”, sempre per fare qualche esempio, è un olio che ci scava nel cuore perché, nelle nostre città avanzate, tutte fatte di forme geometriche dis-umanizzate, siamo disperatamente soli, mentre “Il grido” manifesta proprio l’essere umano schiacciato dalla vita moderna e “Drammi” ben individua l’alterazione e l’annichilimento dell’essere umano doloroso, perduto negli stupefacenti.

Non manca “L’attesa” che disegna l’emigrazione di chi attende “lidi sognati, / là / dove l’acqua zampilla limpida e fresca…”, con tanta speranza nel cuore di trovare qualcosa di meglio in un nuovo paese accogliente che non la fame, la guerra, la morte…

Sono tante le tele, tutte importanti, tutte a scandire la riflessione su un tema rilevante.

Nel carpire la profondità delle rappresentazioni, aiutati, appunto, dai commenti del creatore stesso, si ribadisce che l’arte deve essere educativa, formativa, un faro di luce della mente nelle tenebre in cui viviamo. L’arte deve incontrarci con parole semplici: la creazione, come la lettura dell’esperto, deve rivolgersi alle persone comuni, come noi. Senza paroloni che vogliono dire tutto e niente, l’arte non deve essere per pochi intellettuali ma per ognuno di noi, deve dare testimonianza del proprio tempo e indicarci il giusto cammino.
(Renata Rusca Zargar)

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