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Diritto alla felicità

Savona. Durante una delle mie lezioni-incontro destinate agli adulti sul tema “La donna nella poesia, creatura attiva e passiva”, la mia amica Elisa ha sollevato il problema che le religioni, già attraverso la storia che Eva è stata creata da una costola di Adamo, diano una patente di inferiorità alla donna.

“Allora l’Eterno Iddio fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che s’addormentò; e prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. E l’Eterno Iddio, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. E l’uomo disse: -Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata ‘donna’ perché è stata tratta dall’uomo.” (Genesi 2: 21-23) Nel testo ebraico il nome ‘donna’ è ‘ishshah’ che era il femminile di uomo.

In questi tempi davvero tragici, quando la donna viene uccisa da un uomo che le è vicino, fidanzato, ex marito, compagno, quasi una ogni due giorni, nel piccolo gruppo di signore-alunne, la discussione è diventata accesa e non c’è dubbio che ognuno di noi, secondo le sue capacità, sia chiamato a impegnarsi perché questo orrore abbia temine.

Però, mi è venuto in mente, istintivamente, che non mi sarebbe dispiaciuto essere venuta dalla costola di mio marito. Sarei stata ancora più “dentro” al suo essere, ancora meno lontana da lui. In lui mi sarei perduta per sempre…

Infatti, che cos’è la costa o costola? Un osso che protegge il cuore e i polmoni che sono la sede della vita fisica e, simbolicamente, dei sentimenti, cioè della vita emotiva.

Al di là del valore simbolico e allegorico della storia di Adamo ed Eva, adatta a spiegare alla gente semplice che la creazione è opera di Dio, oggi la scienza, senza negare un punto di inizio del creato, ci dice che gli “ominidi” provengono dalla trasformazione, forse sei milioni di anni fa, di un antenato comune a noi e alle scimmie (noi abbiamo grande affinità genetica in particolare con orango e scimpanzé), certamente maschio e femmina. La vita, poi, si è formata partendo non dalle costole, che sono arrivate molto più tardi, ma da microorganismi (prima molecole organiche che diventarono in grado di riprodurre se stesse, organismi monocellulari, poi pluricellulari che, infine, si differenziarono in molte specie, sempre più avanzate, colonizzando la terra, formatasi più di quattro miliardi di anni fa).

Possiamo provare, dunque, a superare i pregiudizi e i limiti dei secoli e del pensiero di tempi passati nei quali (per fortuna) non ci riconosciamo più. L’uomo cacciatore, procacciatore di cibo, o il guerriero, che hanno giustificato la sua presunta superiorità, non sono più valori del nostro quotidiano. Il progresso ha ridato anima e cervello alla donna che deve esprimere se stessa nella società. Non c’è ragione, dunque, che ella sia considerata inferiore, anche se altri momenti e  civiltà lo avevano decretato.

La donna è a protezione dell’uomo così come l’uomo è a protezione della donna, ognuno esercita il ruolo secondo le sue personali potenzialità, non valgono i diktat, privati o pubblici che siano, ma l’educazione, la comprensione, la stima e la pietà.

Perché l’uomo capisca queste cose (e si comporti da uomo, cioè da essere umano degno di questo fondamentale nome) si deve partire dalla formazione. Prima di tutto, deve essere abolito l’assurdo desiderio del figlio maschio e la concezione tribale propria di molte madri che si sentono superiori per averne partorito uno. L’invidia del pene non è un’emozione intelligente: perché invidiarlo? Non è più gratificante dare la vita, essere madri che credere di dominare con un organo tanto facilmente fallibile? Il preconcetto della superiorità maschile non è più giustificato neppure dal fatto che l’uomo garantisse la sopravvivenza della sua famiglia anche di origine, perché oggi gli anziani sono spessissimo abbandonati a se stessi e, in particolare, proprio dai figli maschi.

Poi, bisogna insegnare alle femmine che, oltre a non essere proprietà di nessuno, hanno diritto di pretendere di essere felici.

Il concetto di felicità è per noi ancora nuovo, anche se sancito persino dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti (1776) che si rifaceva all’Illuminismo francese che tanto ha cambiato la storia del pensiero europeo.

Infatti, è l’abate Pestré che scrive “diritto alla felicità” compilando la voce “felicità” dell’“Enciclopedia  o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri” di Diderot e d’Alembert (1751), che delineava la visione del mondo promossa dal movimento filosofico e culturale illuminista, raffigurandosi come “summa” complessiva e descrizione ordinata dell’intero universo del sapere, in una lingua nazionale. Così, la felicità terrena si fa strada collegata allo sviluppo, le energie non sono più da spendere tutte nello sforzo di sopravvivere, l’universo appare governato da leggi comprensibili e gli esseri umani sono capaci di migliorare la loro condizione terrena. La felicità non è solo individuale, deve essere estesa alle società, all’umanità intera, perché la Ragione, base del pensiero filosofico illuminista, vuole la felicità.

Anche nella Costituzione italiana, l’articolo 3 sancisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Dunque, la realizzazione della persona umana, della propria essenza,  è intesa come identica alla felicità del singolo. Garantire la tutela della dignità della persona in ogni suo aspetto è garantirne la felicità; permettere a ciascuno di realizzare i propri sogni, decidere personalmente del proprio cammino,  sviluppare a pieno se stesso, trovare il necessario equilibrio, è il diritto alla felicità.

Le imposizioni atte a trasferire sulla persona modelli prefabbricati, esterni alla persona stessa, devono cessare: ciascun essere umano è unico e irripetibile, artefice dei suoi progetti, non clonato su un prototipo.

Le femmine devono smettere di sentirsi a disagio, schiave di doveri tribali e di responsabilità altrui. Nella coppia, i doveri sono di tutti e due, in pari misura, come le responsabilità, le sofferenze, i dolori e le gioie. I progetti comuni, i successi e i fallimenti, la pietà per l’altro, così debole, proprio come noi stessi, le lacrime e i sorrisi, tutto è da condividere.

La coppia deve essere il luogo prediletto della felicità, per il maschio e la femmina, o comunque essa sia composta.

Renata Rusca Zargar



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