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Dietro le quinte di “Memorie di Villa Pedrini” – romanzo con rimandi autobiografici di Giovanna Mulas

“Io scrivo i sogni, signori miei. E i numeri mal si adattano ai sogni..” (tratto dai dialoghi di ‘Villa Pedrini’)

“Villa Pedrini”, una delle ultime opere della pluricandidata al Nobel per la letteratura, Giovanna Mulas, non ti lascia in pace finché non arrivi, senza realizzarlo, in appendice. Non ti lascia molto tempo per riflettere, la penna espertissima dell’autrice sa come intrigare il lettore e accompagnarlo fino in fondo alla strada della storia narrata.

In questo romanzo della maturità artistica, della Mulas, il lettore, in fin dei conti, ci trova la vita nelle sue camaleontiche rappresentazioni, tra sussulti e grida, attese e fughe rocambolesche dai margini di un dolore che concede ben pochi armistizi nel suo imperterrito procedere. Un dolore che brucia in apparenza discreto, tra le pieghe e i ricettacoli dell’esistenza dei personaggi, assalta con il suo impeto i giorni spalancati nelle penombre del quotidiano, quasi celandosi dietro le ombre compiacenti delle ambigue verità che si porta dietro.

‘Memorie di Villa Pedrini’ è una storia che apre i suoi cancelli all’interno di un mondo borghese, dove le scansioni del tempo, hanno valori chiusi in circuiti di convenzioni che irrigidiscono e accerchiano la spontaneità e naturalezza di un’esistenza. Il mondo sembra contrarsi dietro inferriate di costumi che, non hanno solo la pretesa di segnare linee di confine sulle supposte ascendenze di ordine elitario, ma di formare, sulla via di sottili coercizioni comportamentali, profili d’anima e di pensiero. Un veleno sottile inoculato sotto forma di perbenismo esasperato, che in definitiva rientra nel codice morale di un modo d’essere e apparire, già archetipo di una casta che difende a morsi, quando occorre, i privilegi delle sue gabbie d’oro.

Il protagonista del romanzo svolge un ruolo di riferimento nel Casato dei Pedrini, egli sente il dovere di trasmettere i valori del rango al quale appartiene, e non ostenta nemmeno dubbi o flessibilità nel riconoscere i passaggi  che il tempo salda attraverso i ricambi generazionali. Niente può scalfire il suo modo t’intendere e concepire la realtà. Egli tiene a fare applicare la severità di quei regolamenti nella propria famiglia, come se, Villa Pedrini, già per il nome in sé, avesse diritto di restare con le radici fisse in un passato che ha necessità di perpetuarsi, per non perdere il vago alone di gloria fittizia affrescata nei muri della sontuosa dimora. E’ forse questo mondo ovattato e impalpabile, descritto con la sapiente penna dell’autrice, a trattenere gli ultimi rigurgiti di una nobiltà in decadenza, comunque già spodestata della presunta autorevolezza che aveva caratterizzato il suo ruolo fino alla metà del Novecento. E’ evidente lo ‘scontro’ generazionale, ma in realtà il dissidio corre prima di tutto su segmenti paralleli all’interno della famiglia.  Serpeggia, nel rapporto logorato e compromesso tra Alfiero, il rude personaggio che rappresenta per antonomasia il retaggio aristocratico dei Pedrini, e la moglie Agnese, che ha osato sfidare le convenzioni di una società alla quale si è concessa con riserva da sempre, avendo infine l’ardire di tradirlo, con la forza esplosiva di un sentimento per un altro uomo. Per Agnese è ‘colpa ed l’espiazione’, legate indissolubilmente tra loro, senza sconti di pena sul piano affettivo, familiare e sociale. Sconterà duramente il coraggio di avere reciso il filo spinato di quella fortezza che doveva essere inespugnabile, a prova di tempesta e di scasso, e per essersi inoltrata nel tunnel dell’errore e dei suoi tornanti.

Quando Alfiero Pedrini ne prenderà atto, la sua rivalsa sarà senza misericordia verso la donna che ha sposato e si è permessa un simile affronto. La rivelazione giungerà nel suo animo come la deflagrazione di un ordigno che fosse scaraventato a tradimento su tutte le sue certezze, e avvertirà che perfino le fondamenta della Villa ne saranno scosse. Comprensibile dunque la ferita che andrà a segnare l’animo e il sentire più profondo nei confronti della moglie, ma sarà anche la sfida che lei  fisserà tacitamente sul campo neutro del loro rapporto, a suscitare il suo disprezzo. La conseguenza sarà l’allontanamento di lei sul piano affettivo, fino all’’apostasia’ di un sentimento che si era illuso fosse il cardine, il muro portante della famiglia che abitava la Villa. Il frutto di quella relazione clandestina, una piccola ignara e innocente, amata fino al momento della ‘verità’ come figlia legittima; sarà poi rispettata, ma con profondo distacco, per arginare ‘il danno’, e ‘salvare il salvabile’ in quel mondo che gli è crollato addosso all’improvviso, con l’impeto di un ciclone.

Lotta per tenere la moglie nella Villa, alle sue condizioni,  brandisce l’arma del decoro; ma il disprezzo  glielo fa sentire fin nelle ossa. La vita della moglie viene blindata dietro il rigore di un isolamento in apparenza frutto del desiderio di restare appartati, in realtà è il riverbero di una condanna senza scampo. Dietro l’apparenza irreprensibile di sempre, il linguaggio misurato e accorto, il solito aplomb nei rapporti con la gente,  c’è una maschera d’odio che si fa voce estrema, con l’assenza e i cingoli di un risentimento che si porterà dietro per tutta la sua esistenza, condannando di fatto entrambi allo squallore più totale. In questo conflitto non dichiarato, negli spazi inermi della loro vita, ci sono due figli che percepiscono e respirano solo l’aria tossica di quelle atmosfere, nell’impotenza: la casa ha solo un padrone. Uno di loro scompare in giovanissima età, e resta Vanessa, ‘diritto di prelazione’ sugli errori della madre, che egli continuerà a proteggere e a tenere sotto controllo, perché nulla sfugga da quel cerchio d’oro che sa in realtà solo opprimere e schiacciare. Se prima il mondo giungeva in quelle stanze altissime come un estraneo, ora sembrava un nemico dal quale bisognava schermirsi.

E Alfiero s’impadronirà anche dei figli di Vanessa, anzi farà in modo che non seguano la madre quando deciderà che è tempo di andare oltre le siepi severe che circondano il parco della Villa, rompere ogni argine con il protocollo di quella vita che somiglia al teatro dell’assurdo, ad una commedia di Beckett.

Alfiero non le permetterà che lei  porti via i due bambini, avuti da una relazione che il ‘padre’ non ha mai approvato; Vanessa raggiungerà così da sola una città del nord Europa, inseguendo il suo sogno, che è poi quello di realizzarsi come scrittrice, sua vocazione da sempre.

In ‘diagonale’, s’inserisce la storia di altri due personaggi: Silverio, al quale Vanessa è stata legata in passato, e Alessandra, la moglie. Nell’economia del romanzo questi due personaggi occupano una parte non indifferente; egregiamente descritta è l’affezione mentale che ha colpito Alessandra, gli esiti e gli svolgimenti della malattia all’interno della Casa di cura nella quale è stata condotta dal marito. Emerge forte il disagio di questa condizione, il tormento e il travaglio mentale e psicologico di una persona che affronta le nebbiosità di una mente psicotica, che, per ragioni di origine traumatica, conseguenti ad un incidente nel quale ha perso la sua bambina, si ritroverà sola a gestire il buio fitto di quella condizione, nonostante l’apparente premura di un marito che ostenta soltanto la sua presenza.

Negli intendimenti dell’autrice, vi è forse il desiderio di focalizzare l’attenzione del lettore proprio sulle emergenze e l’impotenza di chi si trova di fronte allo spettro di una mente che non sa più ritrovare la via dell’equilibrio, si dibatte nei meandri oscuri di uno stato patologico, senza prospetti rassicuranti davanti a sé. Si rifugia nei rari momenti di lucidità e si aggrappa ai vaghi suoni che provengono dalla frontiera della vita, senza saperne decodificare il senso. Sono le soste di una dannazione vera e propria, perché quando quel turbine mentale le concede tregua, si rende conto di non riuscire a fuggire da se stessa e da quel male oscuro che la tiene stretta in una morsa.

Il romanzo si conclude senza risolvere il tormento che affligge i personaggi, nemmeno il rude Pedrini saprà riscattarsi dalla dura prova che ha affrontato, perché ostaggio di una sfera coatta d’immobilismo e convenzioni, che non gli daranno scampo.  Il lettore giunge così alla conclusione che è forse l’essere più fragile di tutta la storia narrata, burattinaio e burattino che permette al passato, e alle sue insulse convinzioni, di asservirlo, senza concedergli via di fuga. La storia si conclude senza risolvere le sospensioni e le rarefazioni dei climi interni alla Villa. E tale è forse il desiderio della Mulas: lasciare al lettore le direttive sull’orientamento delle vicende raccontate, perché possa dare infine il senso migliore al romanzo.

‘Villa Pedrini’ è una storia che sicuramente sa coinvolgere ed accompagna chi legge, dalla prima all’ultima riga, con una sensazione di levità accattivante e di riflessione. Potrebbe essere una storia trasposta ovunque nella società, a parte i contorni narrativi che identificano i personaggi e le vicende che li riguardano. Per questo si avverte il lungo respiro che ne universalizza il senso, rendendolo prossimo alle misure dell’animo di ognuno, per quel suo dispiegarsi in vertici di grande coerenza con le vicende umane.
(Virginia Murru)



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