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Come mai nel mondo c’è una popolazione che vive “troppo” a lungo?Ultracentenari

— Nei trent’anni tra il 1980 e il 2010 il numero di centenari americani è aumentato del 68%. In Italia—secondo notizie Istat—negli ultimi 10 anni i centenari sono passati da 11mila a oltre 14mila, mentre quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati:  da 472 a 1.112, un incremento, si può dire, del 136%.

Dati molto difficili  da spiegare, proprio perché i soggetti interessati sono tutti nati almeno un secolo fa ed erano già adulti prima dell’introduzione degli antibiotici e delle rivoluzioni medicali e sanitarie della seconda metà del secolo scorso.

Queste popolazioni di vegliardi inoltre non sono equamente distribuite sui territori

nazionali che le ospitano. Si concentrano in aree di iper-longevità, dette dai demografi “zone blu”, spesso periferiche e, ovviamente, relativamente isolate. Parti della Sardegna, l’isola giapponese di Okinawa e la greca Ikaria, sono tra le più note. Il perché delle concentrazioni anomale è molto dibattuto. Sì è guardato a fattori dietetici come i consumi di verdure, la rete sociale di sostegno e la genetica senza trovare una risposta soddisfacente.

Nella zona blu dell’isola greca di Ikaria gli “iperlongevi” maschili hanno al 99% il vizio del fumo, non disdegnano una goccia d’alcool e molti sono analfabeti. La scienza si rifiuta di credere che così si viva più a lungo, ma i dati raccolti non sono d’accordo. Bisogna trovarne degli altri, più congeniali.

Newman,  incuriosito dal mistero, ha deciso di allargare l’indagine ad altri fattori che accomunano le zone blu—ed è inciampato in una sorpresa: in comune hanno bassi redditi, un alto tasso di analfabetismo e di criminalità, e soprattutto un’attesa di vita al di sotto della media delle nazioni dove sono presenti… Per Newman, i fattori, presi insieme, suggeriscono un’ipotesi molto diversa da quelle finora studiate: indicherebbero secondo lui “un ruolo primario per la frode e per gli errori amministrativi nella registrazione dei dati relativi alle nascite”—e se fosse così-,  i record di longevità registrati potrebbero essere erronei”.

In Italia l’introduzione della registrazione su base nazionale precede quella degli Stati Uniti, ma  gravi incoerenze nei dati presentati—risulterebbe per esempio che gli italiani più longevi “sono concentrati nelle province più povere, più remote e dall’attesa media di vita più bassa”—sosterebbero, sempre secondo Newman, “l’ipotesi che costituiscano, in larga parte, una raccolta di age reporting errors (errori di segnalazione dell’età)”.

Newman è andato a cercare le prove in due paesi noti per la “nitidezza” dei dati sulla registrazione delle nascite— l’Italia e gli Stati Uniti—limitandosi ai soli “supercentenari” (dai 110 anni in su). Negli Usa ha trovato che l’82% delle nascite dei supercentenari ebbero luogo prima dell’introduzione della registrazione obbligatoria (1900)—cioè, non sono regolarmente documentate—e che con l’avvento della registrazione il numero di nascite di persone oggi classificabili nella categoria crolla dell’80%.

I “più vecchi dei vecchi” sono comunque pochi e molto probabilmente non la fonte di un numero troppo alto di frodi pensionistiche—il sospetto del ricercatore—ma deturpano e distorcono il lavoro degli scienziati che, studiandoli, vorrebbero scoprire il segreto della lunga vita.
(Francesco Mulè)

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