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Colpi e contraccolpi nei mercati finanziari cinesi

Dopo lo smacco in borsa del 4 gennaio scorso – in Cina si sta diffondendo un clima d’incertezza e perplessità circa la solidità del sistema finanziario e delle ragioni che hanno innescato un crollo di questa portata. Il governo cinese ha immediatamente messo in campo manovre atte a invertire il processo negativo che si è manifestato nelle due roccaforti della borsa, ossia Shanghai e Shenzhen. Per la verità si tratta d’interventi importanti sul piano finanziario, ma non originali, dato che più volte la Banca Centrale, lo scorso anno, ha trasfuso liquidità nel sistema per tentare di riportare ordine e tranquillizzare i mercati. Comunque il governo è intervenuto con un flusso consistente di 130 miliardi di yuan, che rapportati al dollaro sarebbero circa 20 miliardi.

Ma non è l’unico tamponamento di questa emergenza: per sostenere i mercati sono accorse anche diverse importanti aziende cinesi, pensando di riportare la calma nella tempesta che ha stravolto prima di tutto i risparmiatori, delusi e preoccupati degli ultimi risultati dei mercati. Queste società, una quindicina, si sono impegnate a non vendere le loro azioni sul mercato, almeno fino a gennaio del 2017, ma il provvedimento potrebbe anche essere prorogato, qualora non si riuscisse a riconvertire le aberranti tendenze delle contrattazioni. In ogni caso c’è il divieto di vendere azioni per chi possiede più del 5% di un titolo.

In Asia oggi si riscontrano perdite molto più controllate rispetto a ieri, ma il clima d’incertezza pesa come il piombo in quei mercati.

Il governo cinese ha anche previsto e dato avvio, ad acquisti consistenti di titoli, mediante fondi controllati, le borse tuttavia, anche oggi non hanno manifestato ottimismo nei risultati. Dopo le intemperie del mese di agosto scorso, con i mercati in notevole sofferenza, si era deciso, a livello governativo che, qualora le contrattazioni avessero sfiorato in negativo il 7%, si sarebbero chiusi i mercati, mentre si sarebbe provveduto ad una sosta di un quarto d’ora nel caso in cui il Csi 300 – che sono poi i maggiori 300 titoli quotati, appartenenti ad importanti società  – si fosse arrivati ad un – 5%.

Si tratta di meccanismi di aggiustamento adottati in casi di emergenza finanziaria, quando in borsa i risultati diventano imprevedibili, risposte tecniche delle Autorità di sorveglianza, che tuttavia, devono misurarsi con troppe variabili, non solo interne alla congiuntura cinese, ma anche dello scacchiere economico internazionale, che attualmente presenta livelli d’instabilità non esattamente rassicuranti.

Lo yuan è stato già svalutato alcune volte, anche questo intervento ovviamente era inteso come manovra correttiva, senza sortire peraltro gli effetti che si sperava; evidentemente il malessere economico ha cause più profonde, che non è auspicabile si possano risolvere nel breve periodo.

Quello che è accaduto ieri a Shanghai e Shenzhen, fulcro mondiale dei mercati finanziari, non è propriamente un fulmine a ciel sereno, dato che lo scorso anno, a cominciare da giugno, i segnali delineavano una prospettiva che si andava allontanando decisamente dal trend positivo che aveva caratterizzato l’andamento degli anni precedenti. Gli analisti sapevano bene che le scosse del malessere non erano arrivate senza preavvisi, e andavano ricercate nei vari indicatori riguardanti l’economia cinese, in primis la produzione industriale, decisamente non ai livelli di due anni fa. E infatti proprio la contrazione degli indici riguardanti il manifatturiero, hanno contribuito al crollo della borsa in entrambe le piazze cinesi. Le performance in questo ambito diventano destabilizzanti quando l’indice si contrae e si assesta al di sotto del 50%, mentre si consolida al di sopra, cosa che non è affatto avvenuta in Cina, secondo i risultati divulgati a dicembre scorso.

In Europa si respira meglio che nei mercati asiatici, ma non si possono ignorare certi sismi, né ci si può isolare in una cortina d’acciaio invulnerabile. Non si può parlare di crisi del ’29, ma il colpo è duro. In Europa, in generale, le contrattazioni hanno tenuto, almeno all’esordio in mattinata, poi invece la tendenza è stata ancora una volta verso l’instabilità, e quasi tutte le piazze europee hanno ceduto qualcosa. A riportare il pessimismo nelle contrattazioni sono anche gli avvenimenti geopolitici in Medio Oriente, le tensioni che non accennano a placarsi tra l’Iran, la cui popolazione è in maggioranza Sciita, e l’Arabia, che di contro, invece, presenta una popolazione a maggioranza Sunnita.

I prossimi giorni ci daranno indicazioni più precise, e una lettura forse più  agevole dei mercati finanziari.
(Virginia Murru)

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