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Chiavi della Città alla Madonna della Scala tra fede, leggende, storia

Massafra. Consegnate le Chiavi della Città alla Madonna della Scala. Un antico rito che si ripete nel tempo tra fede, storia e leggende.  “Una nuova stagione si apre per la città. Il mio auspicio è che apra le porte ad una rinnovata etica che possa permeare le azioni di tutti e della politica. Una rinnovata etica che interpelli soprattutto noi, che abbiamo responsabilità di governo e che possa generare nei comportamenti di ciascuno e di tutti nuove speranze. Le stesse speranze che affidiamo alla Vergine Santissima della Scala, affinché protegga Massafra e i suoi figli”. Questo il passaggio finale del sentito e partecipato discorso, pronunciato dal sindaco Martino Tamburrano, nella giornata di domenica 8 maggio, in occasione della cerimonia di consegna delle “chiavi della Città” alla Madonna della Scala, principale Patrona di Massafra. Il sindaco Martino Tamburrano, nel corso del suo intervento, si è soffermato sulla figura del Santo Padre Giovanni Paolo II beatificato il 1 maggio e su come lo stesso fosse stato attratto da una icona della Madonna della Scala, ricevuta in dono dall’Arciconfraternita del SS. Sacramento nel corso di una udienza papale nell’anno 1989. Anche il vescovo della diocesi di Castellaneta, mons. Pietro Maria Fragnelli, ha parlato della recente beatificazione del Santo Padre Giovanni Paolo II. Rivolgendosi alla popolazione ha anche esaltando la figura degli ultimi, invitando a dar voce a chi non ha voce.  Alla cerimonia hanno partecipato le autorità cittadine, le associazioni di volontariato e una folla che riusciva a malapena ad essere contenuta all’interno del crocevia, atavico luogo della cerimonia della consegna delle simboliche chiavi della città. Ma perché la denominazione di “Madonna della Scala”? Le motivazioni sembrano diverse. Due sono le versioni che raccolgono più consensi: il sogno di Giacobbe come scritto nella Genesi (la Scala che dalla terra saliva al Cielo) e la lunga scalinata scavata nella roccia della gravina per raggiungere il Santuario (il nome di Madonna della Scala lo aveva già l’affresco di stile bizantino). Numerosi i fedeli che seguono la statua portata a spalla da decine e decine di portatori, detti “muschieri”, come ha scritto Espedito Jacovelli nel suo volume del 1963 “S. Maria della Scala”, ristampato a cura del Comitato Festa Patronale Madonna della Scala e dell’Archeogruppo “Espedito Jacovelli, che annualmente danno vita ad una raccolta d’opere sul culto, sulle leggende e sulle tradizioni fiorite intorno alla Madonna della Scala. Ricordiamo gli introvabili scritti “Pel centenario della Madonna della Scala di Massafra 1876” (panegirico recitato il 14 maggio 1876 dal massafrese sac. don Cosimo Giannotta nella Chiesa Collegiata di Massafra nell’ottava della Festa Centenaria della Madonna della Scala con correzioni e aggiunte di Portararo); il “Carme” del poeta Giuseppe Nardone (pubblicato a cura del Municipio nel maggio 1876  presso la Tipografia Salvatore Latronico e figlio di Taranto); una cronaca dell’800 sulla “Festa della Madonna della Scala” dell’inglese Janet Ross (tratta dalla sua opera “La terra di Manfredi” pubblicata a Londra nel 1887); “La Municipalità di un Rito” dell’avv. Vincenzo Gallo (stampato nel 1909 dalla Tipografia Martinelli & Copeta di Taranto);  la ristampa anastatica di “S. Maria della Scala di Massafra” di Espedito Jacovelli (nel 1963 stampato dalla tipografia dei F.lli Di Lorenzo di Massafra), il  volume inedito di Giulio Mastrangelo “La Vergine, la cerva e la scala”, “Il segreto delle Cerve” di Antonio Dellisanti, il saggio “La Chiesa e il Monastero delle Benedettine di Massafra” di Espedito Iacovelli, a cura di Giulio Mastangelo, con premessa della riedizione di Roberto Caprara e quest’anno il saggio “Il Capitolo Collegiale di Massafra” (stampato presso la tipografia Piccolo di Cristiano a cura del Comitato Festa Patronale e dell’Archeogruppo “E. Jacovelli”. 
A parlare della Madonna della Scala, del Santuario, del villaggio rupestre e delle grotte farmacia e del monastero, tra storia, tradizione e leggende, oltre ai nomi già citati, da ricordare Cosimo Damiano Fonseca, Roberto Caprara, padre Luigi Abatangelo, don Paolo Ladiana, Paolo Catucci, Gianni Jacovelli, Franco Dell’Aquila, Fernando Ladiana, Antonio Conforti. Come si svolge la processione? Annualmente, partendo dal Santuario, si snoda fino a portarsi all’imbocco di via del Santuario, arrivando all’incrocio con viale Marconi e via Vittorio Veneto, ove avviene l’atteso rito della “Consegna delle chiavi della Città” alla Protettrice. Alla Madonna della Scala sono legate diverse leggende. Tra queste, quella delle cerve, che troviamo anche ai lati dell’altare maggiore nel Santuario ed una cerva anche in atto di arrampicarsi sulla scaletta posta accanto alla statua della Madonna. La leggenda è raccontata in diverse versioni. Una è quella data dallo scrittore massafrese Giuseppe Portararo (nato nel 1859 e morto nel 1947). Questi parla del terremoto del 324 d. C. e del ritrovamento dell’affresco di Santa Maria Prisca grazie ad “alcune cerve che si davano convegno in ginocchio, ogni sabato, davanti ad esso”. Altri scrittori, invece, hanno messo in evidenza scene di caccia. Alcuni cacciatori, inseguendo delle cerve, le videro fermarsi ed inginocchiarsi sopra un sasso. Questo fatto fu riferito al Protonotabile Gustavo, paciere del paese,  che il 1° maggio 418 ordinò lo scavo e lo sgombero delle macerie. Venne alla luce l’affresco della Vergine che già si venerava nei primi secoli del cristianesimo. L’immagine era rimasta sepolta per diversi secoli. Il suo antico nome di Santa Maria Prisca, venne poi sostituito con quello di Santa Maria della Cerva e, infine, in quello di Madonna della Scala. 
All’inizio il Santuario era una chiesa campestre che nel 1509 venne dotata di una campana, benedetta da mons. Giacomo Michele, vescovo di Mottola, da cui dipendeva Massafra. In seguito, aumentando sempre più il numero dei devoti, il santuario venne costruito, ampliato, tra il 1729 ed il 1731, su progetto dell’ing. Ignazio Scarcia di Taranto. E’ a pianta quadrata e l’interno è articolato in tre navate divise da quattro massicci pilastri, transetto e vano rettangolare di fondo con funzione di abside. Strettamente connessa con il Santuario Madonna della Scala è la chiesa rupestre dedicata alla Madonna della Buona Nuova, che è stata parzialmente demolita agli inizi del 1800, in occasione dell’ampliamento del sagrato del Santuario. Al di sotto, si trova la chiesa rupestre inferiore di Madonna della Scala di due ambienti originariamente distinti: uno doveva essere in origine una abitazione, mentre l’altro spazio una cripta-pozzo con accesso dall’alto, costituito da due vani, in uno dei quali si trovava l’originario affresco di Santa Maria Prisca, sul quale in epoca più tardi fu affrescata la Madonna che attualmente si vede (asportata probabilmente già nel XIV secolo) sull’altare maggiore del Santuario sovrastante. La storia continua con il “Miracolo della pioggia”. A metà della scalinata, che porta al Santuario, si può leggere in una lapide il “Miracolo della pioggia” avvenuto nel 1889. La primavera di quell’anno (come ha scritto lo storico prof. Paolo Catucci) è stata la stagione più avara d’acqua per Massafra. I fedeli organizzarono allora una processione penitenziale (invocando il miracolo della pioggia). La processione, partita dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria (dietro alla Croce, portata a turno dai sacerdoti, una folla immensa alternava tra voti e invocazioni, preghiere e canti), giunse al Santuario, ove venne celebrata una Santa Messa propiziatrice, celebrata nel Santuario, mentre i fedeli ritornavano verso casa, giunse la benefica pioggia. A ricordo di questo miracolo, questa lapide sulla quale si legge (parole dettate allora dal can. Giuseppe Madaro): “A perpetua ricordanza della pioggia da lunga pezza desiderata e indi caduta sulle riarse campagne come manna benefica a dissipare il timore di una spaventevole carestia quando un’immensa massa di popolo nel dì 5 e 6 aprile con cuore contrito e con fede vivissima in questo tempio si raccolse per impetrare la grazia dell’Augusta sua Protettrice Maria SS. della Scala i cittadini con animo grato e devoto questa lapide posero”. 
Ogni anno nel mese di aprile (il primo giorno della novena), si svolge la traslazione della statua della Madonna della Scala dalla Chiesa di S. Benedetto al Santuario, Da qui esce in processione la prima domenica di maggio, proprio il giorno della sua festa. Per gli “spostamenti” del Suo simulacro, sono tanti coloro che indicano la Madonna della Scala anche come la “Madonna delle tre chiese”, ovvero “La Madonna in cammino”. La sua “statua processionale” nel corso dell’anno passa, infatti, dal Santuario alla Chiesa di San Benedetto ed a quella di San Lorenzo Martire. Nel giorno della festa la processione si conclude in questa chiesa, nella quale la Madonna rimane esposta alla venerazione del popolo massafrese fino ai primi di giugno quando, dopo la messa vespertina, sarà riportata in processione nella Chiesa di S. Benedetto (vi rimarrà fino ai primi di febbraio, cioè fino ad una decina di giorni prima del 20 febbraio) per poi far ritorno nella Chiesa di San Lorenzo per festeggiare con un novenario il Patrocinio di Maria. 
Alla fine del mese di marzo viene riportata in processione nella Chiesa di S. Benedetto, ove è stata appunto custodita, chiusa nella sua custodia (un cassettone-armadio  cosiddetto “stipone”, chiuso con due serrature). In seguito viene portata a spalla dai maestri muratori nel Santuario e, tirata fuori, viene innalzata e posizionata sul trono già predisposto sulla sinistra (guardando dall’ingresso) dell’altare con ai lati le due cerve ed al centro, sulla parete, l’affresco della Vergine col Bambino. 
Potrebbe sembrare una leggenda, ma è realtà. Parliamo del “cuonzo” ” (il concio, ovvero pasto sacro), distribuito ai fedeli nel corso della novena. A prepararlo, da diversi anni, la signora Caterina Bianco Antonacci con il grano offerto dal dott. Michele Mastrangelo. Una tradizione secolare. Si racconta (lo hanno scritto Vincenzo Gallo e Espedito Jacovelli, tra gli altri) che in occasione della festa giungevano due cerve, madre e figlia. Se ne stavano genuflesse e alla vista dei fedeli che plaudivano il prodigio, la cerva adulta si precipitava nel burrone (la minore tornava indietro) e le sue carni, cotte, “crescevano miracolosamente e bastavano a satollare migliaia di persone”. Questo fin quando i sacerdoti del tempo, chiamati Varva, per limitare la ressa dei devoti e per trarre un mezzo di profitto, non posero in vendita i pezzettini della carne della cerva. Da allora le cerve non apparvero più. In seguito il “cuonzo” venne preparato con ceci e chicchi di grano lessi  e semi di finocchio. Una tradizione nel tempo interrotta. Dal 2000 è stata ripresa dall’attuale Comitato organizzatore dei festeggiamenti (quest’anno presieduto dall’avv. Giulio Mastrangelo) che tra i suoi obiettivi ha anche quello della carità e quello della cultura. Nella foto (da sx) il sindaco Martino Tamburrano, il vescovo mons. Pietro Maria Frfagnelli e don Sario Chiarelli in un momento del rito (2011) della consegna delle Chiavi della Città alla Madonna della Scala.
(Nino Bellinvia)

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