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Celebrazione degli scioperi del 1° marzo 1944 a Savona

Savona. Mercoledì 5 marzo, a Savona, sono stati celebrati gli scioperi del 1° marzo 1944 che avevano avviato anche molti savonesi ai campi di concentramento nazisti. Prima di tutto, alla presenza delle autorità civili e militari, è stata deposta una corona di alloro davanti alla lapide dei sei fucilati antifascisti, Giuseppe Baldessari, Pietro Cassani, Luigia Comotto, Paola Garelli, Francesca Lanzone, Stefano Peluffo, il 1° novembre 1944. Quindi, è stata posta una corona di alloro alla lapide commemorativa posta nel piazzale del Priamar e, infine, sono stati aperti i lavori dell’incontro presso la Sala della Sibilla al Priamar, affollata di studenti, insegnanti e cittadini.

La signora Maria Bolla, presidente della sezioni Aned (Associazione ex Deportati) di Savona e Imperia, ha ricordato le difficoltà di quegli anni, la fame, la sofferenza, e i rischi gravissimi corsi da chi si era impegnato nella resistenza o nella collaborazione antifascista in città, persone che, spesso, infatti, hanno perso la vita per la nostra libertà. Questi studi, memorie, ricerche, sono estremamente importanti, ora che gli ex deportati sopravvissuti allo sterminio, sono, ormai, per età, morti o in difficili condizioni di salute. Essi permettono, come ha detto Maria, di “sperare che abbiamo passato la voce per avere i nostri eredi” nel trasmettere il ricordo perché ciò non avvenga più e i valori tanto strenuamente difesi siano mantenuti anche in futuro.

L’ex deportato Bruno Farfazi ha spiegato le caratteristiche di quello sciopero per cui, chi avesse aderito, ben sapeva la responsabilità che si assumeva. Essendo tanto giovane, egli aveva chiesto il permesso ai genitori. La madre glielo aveva negato ma il padre gli aveva risposto: “Ogni decisione ha un prezzo; se sei disposto a pagarlo, vai”. Questa frase, che ogni genitore dovrebbe ripetere sempre ai propri figli, aveva spinto Bruno ad andare (senza farsi vedere dalla madre) ma, durante la lunga strada (abitava a Ranco e doveva raggiungere l’Ilva), cercava dentro di sé una valida scusa per tornare indietro, senza trovarla. Così era arrivato alla fabbrica e da lì era iniziato il suo calvario di arrestato e deportato.

Il sindaco Federico Berruti, colpito dall’intervento molto emozionale di Farfazi, ha proseguito mettendo in guardia dal rischio dell’oblio nel periodo che intercorre tra le testimonianze orali e il periodo successivo di sedimentazione dei fatti recenti, se pur lontani nell’esistenza delle persone che li hanno vissuti. Ma ha sottolineato anche il pericolo del revisionismo che potrebbe insinuarsi tra questo momento e la scrittura della storia. Per questo, la città di Savona, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, anche attraverso l’Assessore alla cultura, Elisa di Padova, è sempre molto attiva su questo fronte.

Il sindacalista Claudio Bosio, a nome dei Sindacati Cgil, Cisl, Uil, ha illustrato ai giovani il significato della sciopero e della libertà di scioperare che, a quel tempo, non esisteva più. Anzi, lo sciopero aveva aperto la strada alla deportazione, in un momento in cui anche solo possedere una radio (e avere così informazioni non gestite dal dittatore) era proibito!

A questo punto, è stato proiettato un pregevole filmato con la testimonianza registrata dell’ex deportato Antonio Arnaldi di Finale Ligure e un documentario sulla deportazione femminile a Ravensbruck.

L’intervento di Giuseppe Valota, figlio di un deportato morto a Mauthausen, consigliere nazionale Aned, ha concluso la celebrazione. Valota ha citato Sesto San Giovanni che ha dato, purtroppo, un enorme contributo alla deportazione e anche al confino. Ha spiegato gli scioperi del 1943, già preparatori a quelli del ’44, e che l’Italia dovrebbe essere orgogliosa perché è stata l’unica nazione che ha scioperato contro il nazismo e il fascismo. Ha puntualizzato anche un altro fatto molto importante: avendo egli intervistato molti deportati che erano riusciti, a differenza di suo padre, a tornare a casa, ha verificato che essi allora credevano di andare a lavorare in Germania. Certo, pensavano che si trattasse di lavoro coatto, di deportazione, ma qualcuno confidava addirittura che sarebbe stato pagato e, nei biglietti, che avevano lasciato a conoscenti durante il tragitto o lanciato dai treni in partenza, si leggeva, magari, che avrebbero mandato i soldi a casa. Questo dimostra che loro non sapevano nulla dei lager e delle vere condizioni di quei campi. Ha rammentato anche che le persone venivano arrestate di notte, presso le loro abitazioni, per non creare panico nelle fabbriche, e che erano gli italiani fascisti e non i tedeschi a farlo, il che dimostra la piena responsabilità dei fascisti nella deportazione e nello sterminio di altri italiani. Infine, ha chiarito che Mauthausen era un lager di III livello, dove venivano indirizzati i “politici”, cioè quelli che avevano scioperato, e che i tedeschi non avevano previsto il ritorno dei deportati. Essi erano usati per lavorare, quando erano consumati e non servivano più, venivano eliminati nei forni crematori.
(Renata Rusca Zargar)


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