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Bce. Mario Draghi esclude misure di tapering, nonostante il pressing di Schaeuble

Il presidente della Bce, Mario Draghi, ancora una volta  sotto gli strali  del ministro Wolfgang Schaeuble e dei falchi tedeschi della finanza. Il ministro torna all’attacco chiedendo a Draghi d’intervenire sulle misure di politica monetaria espansiva in atto, che a suo avviso non hanno più ragione d’essere, in quanto l’Eurozona è fuori dall’emergenza, e l’aumento tendenziale del tasso d’inflazione sarebbe già sintomatico di questo processo di ripresa.

“Pur tenendo conto dell’autonomia delle banche centrali – sostiene Schaeuble – mi sto già facendo promotore di provvedimenti volti alla ‘exit strategy’.” Secondo il ministro “gli interventi di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite, a causa del forte impatto che causano nel settore finanziario”.  Per questo ritiene che sarebbe opportuno venirne fuori quanto prima.

I tedeschi, del resto, non hanno mai veramente creduto  nelle misure adottate dalla Bce per affrontare la crisi, che a partire dal 2007, ha messo a dura prova le resistenze e gli equilibri economici di tanti paesi dell’Ue. E non occorre essere analisti per intuire che la Germania, pur non essendo stata immune dall’aggressione della forte crisi – che non ha risparmiato tante roccaforti dell’economia mondiale, grandi potenze come USA e Cina -  ha certamente retto meglio i colpi. E dunque i tedeschi ora non hanno interesse a mantenere bassi i tassi d’interesse, per questo esercitano pressioni sulla banca centrale europea, affinché l’acquisto di asset, sia drasticamente ridotto fino all’annullamento.

Nonostante le pressioni, il presidente della Bce non ha mai permesso condizionamenti sul suo operato, è più che mai persuaso che le strategie di Qe abbiano sostenuto e aiutato i paesi dell’Eurozona, che in qualche modo, anzi, sia stato come un Caronte che al momento opportuno ha contribuito a traghettare nell’altra sponda i problemi più insidiosi, e ad alleggerire le situazioni di emergenza. Uno stimolo forte, che ha avuto riflessi importanti. Oggi, peraltro, è possibile valutarne l’impatto in termini di effetti positivi, come il miglioramento dell’occupazione, per esempio. Il tasso di disoccupazione infatti si è abbassato, indice di ritorno verso la crescita.

Ma ci sono anche altri dati macro che hanno registrato un buon movimento in positivo,  l’inflazione e il tasso di crescita della produzione industriale sono tra questi. Insomma, Draghi è soddisfatto delle strategie di politica monetaria espansiva, e non accetta le obiezioni di  Wolfgang Schaeuble, d’altronde, su questi temi, non hanno mai viaggiato nella stessa lunghezza d’onda. Draghi è stato negli anni scorsi attaccato anche dal presidente della Bundesbank, Weidmann, che sull’argomento ha sempre polemizzato con i vertici della BCE. Una vecchia ruggine con l’establishment della finanza tedesca, che va avanti da anni, perché chiaramente difende  gli interessi dell’aquila.

Draghi comunque ha intenzione di proseguire la ‘terapia d’urto’ del Qe. “Si andrà avanti anche oltre dicembre prossimo – afferma – mentre i tassi non subiranno variazioni, semmai potrebbero essere addirittura abbassati per un lungo periodo. Il tasso d’interesse principale resterà fermo allo 0,00% (al suo minimo storico), mentre quello sui depositi bancari a -0,40%, il tasso di rifinanziamento marginale allo 0,25%.

Non ci saranno misure di tapering, dunque, non sono previsti cambiamenti di rotta, perché i risultati sono considerati positivi per l’economia dell’Ue, e in questa fase di transizione, invertire il corso degli interventi potrebbe essere perfino dannoso.

Ci sono tante spie luminose in questo processo di rivolgimenti positivi per i paesi dell’Eurozona. L’economia, secondo Draghi, “procede con slancio, in tanti paesi in modo stabile e risoluto”. Gli indicatori di fiducia di famiglie e imprese, sono nettamente migliorati, anche se, secondo Draghi, è necessario monitorare con costanza senza mai abbassare la guardia.

A sostegno delle affermazioni del presidente della Bce, ci sono i numeri: il Pil nel 2017 si stima che raggiungerà un +1,8%, dunque si va anche oltre il target precedente, che era del +1,7%. Mentre nel 2018 dovrebbe stabilizzarsi con +1,7%.

Il Qe, che da aprile in avanti verrà ridotto a 60 miliardi di euro al mese, potrebbe anche andare oltre il 2017, l’acquisto di asset sarà quindi subordinato alle specifiche condizioni congiunturali, in particolare dipenderà dalla stabilità di alcuni indici fondamentali per l’assetto economico dell’Eurozona.

A destare ancora preoccupazione sono i valori dell’inflazione base, che restano fragili, nonostante l’aumento di quella nominale, dovuta in gran parte alla lievitazione dei prezzi nel settore dell’energia e degli alimentari.

Le stime della Banca centrale europea sull’inflazione infatti sono caute, per il corrente anno è previsto un target in crescita, ossia all’1,7% (era dell’1,3% tre mesi fa), mentre per il prossimo anno, si prevede che faccia un piccolo passo indietro, ossia all’1,6%. Ancora elementi d’incertezza, dunque. L’inflazione base, al netto dei prezzi energetici e alimentari, nonostante l’indiscutibile fase di ripresa, resta l’anello debole di tutta la catena, e poiché è un indice importante, è necessario procedere con prudenza.

I ‘rischi al ribasso’ non sono stati del tutto bypassati, ammette Draghi, anche se l’inflazione ha praticamente raggiunto il target del 2%, ed esistono altri presupposti per valutare in positivo la crescita.

Nella riunione della BCE del 9 marzo, Draghi ha ribadito, considerando il clima di tensione e instabilità che proviene  dalle imminenti elezioni in Francia, che in ogni caso l’’Euro è irrevocabile’. A sostegno delle sue dichiarazioni ci sono le indicazioni dell’Eurobarometro, che danno al 70% il favore verso la moneta unica della popolazione europea, tendenza peraltro in rialzo.

Per questo non si può rinunciare alla politica monetaria adottata fino ad ora, secondo Draghi,  il supporto si è rivelato essenziale, e sarà tanto più ‘funzionale’ se il Qe agirà in sinergia con le strategie che verranno adottate dai singoli stati, che dovranno intraprendere misure veramente efficaci, con una serie di riforme strutturali in grado di potenziare l’economia.

Intanto, Janet Yellen, parlando all’Executives Club of Chicago, nei giorni scorsi, ha detto che molto probabilmente, nel prossimo meeting, che avrà luogo entro marzo, si darà corso all’atteso aumento dei tassi. La Presidente della Fed  lascia intendere che non sarà l’unico provvedimento nella politica dei tassi. Qualora le condizioni dell’economia americana dovessero confermare il quadro di crescita in atto, sarebbero previsti ulteriori rialzi durante il 2017.
(Virginia Murru)

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