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Approvata la nota di aggiornamento al Def. Dove ci porterà questo gioco d’azzardo?

Dunque hanno vinto loro, i due vicepremier Di Maio e Salvini (ma Conte esiste  nel ruolo di presidente del Consiglio?), si va a sforare il 2% di deficit sul Pil, l’accordo è esattamente per 2,4% per 3 anni; il ‘dopo virgola’, in termini di miliardi, non sono comunque bruscolini..

In tutto il ‘prestito’ ammonta a 27 miliardi di euro. Una manovra rischiosissima: la Nota di Aggiornamento al Def è stata varata ieri notte, era il limite di tempo richiesto (manca il lasciapassare del presidente Mattarella, ma non dovrebbero esserci intralci). Nonostante gli entusiasmi dei due alleati, Di Maio e Salvini, l’Italia è fortemente esposta al rischio: con le risorse disponibili anche nei prossimi anni, potrebbe non riuscire a trainare un carro con un indebitamento così pesante.

Intanto non c’è il placet dei mercati, che anzi sussultano e si rivoltano alla scelta di politica economica del Governo, all’ennesimo stato di allerta sui conti pubblici, all’instabilità che ne consegue.

Si renderanno disponibili dunque 10 mld per il reddito di cittadinanza (e pensioni di cittadinanza), dei quali beneficeranno circa 6,5 milioni di persone. 1,5 mld saranno destinati a coloro che hanno subito truffe dalle banche, più  o meno a titolo di rimborso. A gennaio non dovrebbero scattare le clausole di salvaguardia Iva; è previsto un limite di tasse del 15% per un milione di persone, e pax fiscale, con ‘chiusura’ di cartelle esattoriali e contenziosi con liti pendenti fino ad un importo di 100 mila euro.

Il tutto dovrebbe rientrare nel ‘prestito’ (o meglio indebitamento) di 27 miliardi di euro. Nel 2019 pertanto, il rapporto deficit/Pil sarà pari al 2,4%. E il contratto di Governo è salvo, si dovevano a tutti i costi mantenere le promesse solenni fatte in campagna elettorale, e per questo il titolare del Mef, Giovanni Tria, è stato quasi minacciato d’essere perfino destituito.

È da irresponsabili esultare e sostenere che ha “vinto il popolo”, il popolo è nelle mani di questi politici digiuni d’esperienza, che finora ha fatto di tutto per foraggiare gli entusiasmi delle famiglie che hanno necessità di sostegno e certezze. La realtà però è un’altra cosa, è fatta di numeri che devono tornare, di conti che devono avere precisi riscontri, di impegni con l’Ue che devono essere rispettati.

Finora, la Commissione europea è stata fin troppo duttile nei confronti delle richieste di flessibilità del Governo (anche quello precedente), ora c’è un vero e proprio stato di allarme. Siamo sorvegliati speciali, e i richiami continui all’ordine, diventano un’umiliazione, se si considera che, nonostante tutto, l’Italia ha una notevole potenzialità, sul versante industriale siamo la seconda potenza in Europa.

Ma i conti sono in perenne scostamento dai parametri, e questa volta le sanzioni sono nell’aria, il monito del resto è già arrivato da Bruxelles. Se poi l’ambizioso progetto varato dal Governo dovesse tradire le aspettative, e i conti dovessero sprofondare in un girone infernale ancora più nero, in zona euro potrebbero metterci alla porta per incompatibilità con i Trattati a suo tempo firmati.

La Germania vorrebbe uscire volontariamente dal sistema Euro, ma perché non vuole più saperne di “risk-shared” (e se accadesse sarebbe davvero una catastrofe). Per l’Italia il discorso è diverso: andrebbe via perché non sussistono più le condizioni per il rispetto dei parametri. Non si tratta di catastrofismo se in una simile congiuntura s’intravede lo spettro del default. In recessione già eravamo nel 2014.

Noi cittadini, impotenti davanti agli esiti di questi azzardi, possiamo solo sperare che abbiano ragione loro, ossia Conte & company,  gli esponenti del governo che hanno tentato questa via, ma non si può mettere a tacere la ragione, non si può investire solo sull’intraprendenza. Questa volta l’Italia è nelle mani dei funamboli, di chi si sta giocando il futuro del Paese con scommesse in cui il rischio è la posta in gioco, e qualora si precipitasse da quell’asse, non ci sarebbero coperture per la salvezza.

I mercati si stanno rivoltando perché un’Italia che viaggia con i conti così in dissesto, e un debito pubblico schiacciante, ha necessità di un percorso sicuro, il livello di rischio è altissimo. Giovanni Tria questo lo sa, non ha certamente ceduto a Salvini e Di Maio di buon grado, davanti a scelte di politica economica di questa portata. L’Italia si aspetta atti di governo che implichino una svolta, certamente, ma con una buona dose di buonsenso, non si può andare allo sbaraglio nello stato in cui ci troviamo.

Da quest’anno la crescita è in flessione, dopo oltre 3 anni di crescita: numeri non opinioni. Per il 2019 agli Outlook delle Agenzie di rating, esperti, economisti e Organizzazioni internazionali, non sono orientati verso l’ottimismo.

La pariglia Di Maio-Salvini replica che non c’è nulla da temere, “i mercati se ne faranno una ragione”, lo sforamento del deficit è stato presentato come una vittoria. Ma i 27 miliardi dovranno rientrare nel volgere del breve periodo, e garanzie al riguardo non ce ne sono.

Si replica che il reddito di cittadinanza se lo può permettere la Germania, dunque perché non provarci anche noi? Certo che i tedeschi possono permetterselo, con una “dispensa” ben più fornita della nostra, trattandosi della prima potenza economica dell’Ue, quella che traina l’Eurozona.

E’ un confronto da irresponsabili, questo, basterebbe dare uno sguardo al differenziale di rendimento – che peraltro stamattina è schizzato fino ad oltre 280 punti base – per capire in quale tunnel poco illuminato ci stiamo inoltrando. O un semplice sguardo ai decennali del Tesoro tedeschi per capire che si sta paragonando il giorno con la notte.

No, i mercati non hanno brindato con i ministri che hanno approvato questo salto nel buio. Nessun cittadino, tuttavia, dovrebbe augurarsi che questa manovra sia l’anticamera di un’erta.

Sono tante le promesse fatte agli italiani, ma le promesse diventano poi “debiti”, nella vera accezione del termine. Con un debito pubblico che marcia ad oltre 2.330 miliardi, e un debito pro capite di oltre 38.700 eruo, c’è poco da scherzare, e da azzardare.

Anche Francia e Spagna andranno oltre le transenne dei parametri imposti dai Trattati, lo hanno già reso noto a Bruxelles, che prevedono un deficit per il prossimo anno di circa 2,8% sul Pil. Ma la Spagna, lo scorso anno ha marciato con un Pil pro capite superiore al nostro, ci ha superato. Un Pil misurato in PPP, ossia Power Purchasing Standards, e tenendo conto della parità del potere d’acquisto.

Un governo ambizioso, questo, e questo poco male, ma quando si “va a fare la spesa”, se si eccede, si possono firmare cambiali, ma devono esserci garanzie e garanti.

Senza dimenticare che il primo di ottobre, il Quantitative Easing continuerà il suo processo di tapering (ché di questo infine si tratta), e verrà dimezzato ancora, passando dagli attuali 30 mld ai 15 mld al mese, fino al 31 dicembre prossimo. Per un Paese che ha i conti in dissesto come l’Italia, il Qe è stato provvidenziale, un aiuto notevole l’acquisto di asset ogni mese da parte della Bce. Il venir meno della politica monetaria espansiva per noi sarà una certezza e un sostegno in meno, e non dettagli di poco conto.

Non si può dire oggi che l’Italia sia al di là della sponda, anche se i due ‘Caronti’ al governo hanno chiesto di apparecchiare il tavolo con una mensa allettante, e tanta abbondanza, non è detto che possano permettersi poi di “pagare il conto”.

Speriamo che non sia così, per il popolo, una parola fin troppo abusata nel 2018, ma lo spread a quota 280 punti base, non è un buon auspicio, e nemmeno il rendimento dei Btp a 10 anni, che supera il limite di guardia del 3%.
(Virginia Murru)


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