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Albenga, triste grido di dolore per la foce del fiume Centa

Albenga. “E’ una lettera accorata e disincantata” – hanno detto i  colleghi giornalisti – non appena l’hanno letta fra la posta redazionale di questa mattina “Sembra scritta apposta per inserire questo sito fra i luoghi del cuore del Fai. Speriamo che divulgando questa lettera si possano puntare i riflettori su una situazione che parrebbe indicare una realtà completamente sconvolta dalle ruspe”. La lettera è stata inviata in redazione dalla signora Fernanda Pescetto. Vale la pena riportarla integralmente:
“La “Foce” – perché ad Alberga la chiamiamo semplicemente così – era un luogo simbolico per gli albenganesi. Un luogo vasto, verde intrico di canneti popolati da uccelli ed animali acquatici, percorso da sentieri e sentierini, che si apriva come d’incanto su di un’ampia spiaggia bianca di ciottoli levigati, splendente di sole e di mare a cui lo sfondo dell’isola Galinara dava l’ultimo tocco magico.  Era il luogo della nostra infanzia, fantastica prima, e furtiva dopo, con l’inizio dei primi amori. Noi bambini con le canne costruivamo capanne che duravano giusto il tempo di un’estate e in cui trovavamo riparo per il sole e per i nostri giochi. E i pescatori della Foce?  Ogni Albenganese li vede ancora con gli occhi della memoria.  Stavano lì per ore e ore con le loro reti sul braccio a scrutare il punto preciso in cui le acque dolci si univano a quelle salate, pronti a lanciare abilmente le reti sui cefali che, come ogni stagione, si presentavano per risalire la corrente, depositare le uova e perpetrare così la specie”. Una lettera davvero bella che prosegue: “Questo luogo simbolicamente ricco di identità comune è stato invaso dalla violenza di ruspe, trivelle, betoniere.  Deviato lo sbocco al mare del fiume, sconvolta la naturale morfologia. Un’area pregiata e vulnerabile, in cui si sarebbero dovuti rispettare vincoli in quanto S.I.C.  (Sito di Interesse Comunitario), ha visto morire il suo ecosistema di zona umida, fuggire per sempre o morire le speci stanziali e migratorie che vi abitavano e nidificavano, distrutta la flora, negato il senso del paesaggio. Avrebbe potuto e dovuto essere un parco fluviale, un momento di felice vita cittadina – in una città in cui l’assenza di spazi di vita comunitaria è totale –  e una ricca opportunità per il turismo. Tutto questo sconquasso accade per consentire la cementificazione che sta per rovesciarsi, e che già incombe, sull’area circostante. Ma qualcosa possiamo ancora salvare se proponiamo al cemento un’alternativa di valori ambientali, urbani, sociali ed anche economici”. Una speranza dunque, che è anche un appello e che la nostra redazione spera non cada nel vuoto.
(Claudio Almanzi)

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