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Abolire lo studio del Latino, ‘madre’ delle lingue Romanze? Inaccettabile

Latinam linguam non modo discimus, sed etiam amamus  (Non ci limitiamo a studiare il Latino, lo amiamo, anche).

Dopo la riforma del ministro Gelmini, del 2008, il Latino è diventata lingua da ‘nicchia’, per gli amanti del mondo classico, non così importante per una cultura ormai orientata verso un futuro convinto di poterla soppiantare senza grandi sofferenze o rimpianti.

Il liceo classico ha subito comunque un notevole arresto nelle iscrizioni, non si tratta di dati trascurabili, è stata riscontrata una flessione di circa duecentomila studenti, rispetto alla prima decade del nuovo millennio. Fino al 2010 le iscrizioni erano sempre state in aumento.

Le cose non vanno meglio per lo studio obbligatorio della lingua greca antica, che è ora limitato solo al liceo classico.

Si rischia di finire in retorica ricordando il percorso storico glorioso del Latino, che è stata la struttura portante di tutte le lingue che si parlano in Europa, ma per ovvie ragioni anche oltre Atlantico, e in altre parti del mondo, dove la cultura europea vi è giunta con le sue basi fondanti. Si tratta pertanto d’ inequivocabili radici, che rimandano ad una storia di colonialismo, imposto quasi sempre con la violenza. A prescindere da queste considerazioni, le lingue europee hanno un lungo retaggio storico, e si sono spinte nei più remoti angoli del mondo. Lo aveva fatto in primis l’impero romano, attraverso le  conquiste e i suoi eserciti di legionari, ovunque nel Mediterraneo, ma anche nel nord Europa, fino a raggiungere l’estremo nord della Gran Bretagna, in territorio scozzese.

A testimonianza dell’intraprendenza e organizzazione dell’esercito romano, sono rimasti il Vallo di Antonino e quello di Adriano, quest’ultimo è un muro di  tre metri di larghezza che si estende per oltre cento km, ora dichiarato patrimonio dell’Umanità. Dovunque si spingessero i Romani portavano la loro civiltà e cultura, la lingua era l’elemento caratterizzante della romanità, e s’imponeva su quella d’origine delle popolazioni autoctone che essi conquistavano.

La  civiltà del mondo romano ha avuto un’importanza veramente grande anche nel corso dei secoli che sono seguiti alla caduta dell’impero. Il Latino è stata la base di ogni cultura europea fino al ventesimo secolo; tutti coloro che l’hanno amata e studiata con passione, non si rassegnano a questo declino. Non la si può ‘esautorare’ come fosse stata un fenomeno insignificante nella storia delle nostre civiltà, è stata una sorta di ‘fil rouge’ che ha accomunato i diversi popoli del vecchio continente prima della scoperta dell’America, nonché le minoranze linguistiche (Ladino, Occitano, Sardo…), e in seguito ha caratterizzato e delineato le radici culturali del nuovo mondo.

Adottando l’uso della lingua spagnola, portoghese, inglese e francese, si è praticamente esportata la base latina di queste lingue. Appartengono tutte al gruppo delle lingue Romanze (Italiano, Francese, Spagnolo, Portoghese, Rumeno, e le minoranze linguistiche), tranne l’Inglese, che appartiene a quelle del gruppo Germanico, ma bisognerebbe intendersi su questo punto, dato che nel vocabolario della lingua inglese, oltre il 60% dei lemmi, hanno radici che affondano nel latino..

Come si può pensare nella formazione scolastica di eliminarla dai piani curricolari? Eppure si mugugna e si borbotta negli ambienti scolastici al riguardo, sono opinioni e proposte che non vengono solo dal mondo studentesco, ma anche da vari ambienti culturali, e soprattutto politici, proprio l’attuale governo ha ventilato l’ipotesi dell’eliminazione delle ‘lingue morte..’ – Morte? Il Latino forse non continua a vivere nelle radici degli idiomi di tutte le lingue Neolatine?

Bisognerebbe immaginare una cultura monca, con le radici spezzate, è mai possibile che la globalizzazione e i fenomeni ad essa legati, stiano portando ad una sistematica cancellazione dell’identità e civiltà dei popoli? Se andassimo incontro ad una eliminazione della lingua latina sarebbe davvero come rinnegare le nostre origini, che dovrebbero essere solo motivo d’orgoglio.

Come dovremmo essere orgogliosi del fatto che l’italiano è la quarta lingua più  studiata nel mondo, i dati sono stati divulgati dalla Farnesina, dal Consiglio d’Europa e dalla Società ‘Dante Alighieri’. Dovremmo stupircene? Abbiamo un patrimonio artistico, letterario, musicale, paesaggistico e tante altre prerogative uniche al mondo che davvero dovrebbero indurci ad una maggiore autostima.

Se si decidesse davvero di cancellarla dai percorsi di studi dei nostri ragazzi, se così fosse, bisogna dire forte e chiaro che è inaccettabile, qui non si tratta di riforme volte a dare un volto migliore al nostro futuro, la si dovrebbe intendere come una sorta di ‘rapina’. E in questa luce infatti la vedono i docenti delle lingue classiche, e non solo quelli interessati per professione e insegnamento della specifica materia, ma la pensano così gran parte di loro, quasi fosse un’idea bislacca, non conforme ai criteri di formazione scolastica che tengano conto della storia del nostro idioma e degli sviluppi linguistici nel corso dei secoli. Linguisti, filologi, puristi, giudicano la possibile iniziativa come un attentato alla nostra identità culturale. Se a qualcuno venisse in mente di ridurre in polvere il Colosseo, o altri monumenti rappresentativi e importanti della storia romana, e quindi della nostra civiltà, penso che lo sdegno collettivo sarebbe enorme, pari, appunto, allo sfregio perpetrato.  Per quel che riguarda la possibile soppressione della lingua Latina, vista la disaffezione degli studenti e la loro riluttanza a scegliere percorsi formativi in cui è oggetto di studio fondamentale, non si è riscontrata certo una protesta generale.

Difficile capire, eppure  una simile scelta, in un futuro non lontano, comporterebbe conseguenze serie sul piano dell’istruzione e formazione degli studenti negli istituti di secondo grado soprattutto. Ha cambiato comunque gli orientamenti dei ragazzi che scelgono indirizzi alternativi allo studio del latino, si rileva infatti un aumento delle iscrizioni nei licei linguistici, dove lo studio della lingua inglese è preponderante. L’inglese è da tempo lingua franca (così com’è il Latino per la Chiesa Cattolica nel mondo), mezzo importante nella comunicazione a tutti i livelli. E d’accordo: nessuno vuole sottovalutarne il ruolo. Tuttavia, come si è già accennato, gran parte dei lemmi di questa lingua derivano dal latino, come si concilia con l’etimologia e gli studi linguistici ad essa correlati? Non si può pensare di prescindere da questi criteri se davvero si vuole seriamente studiare una lingua straniera.

A parte le considerazioni accademiche, filologiche e linguistiche, che lasciamo agli esperti, resta il fatto che proprio gli stranieri sono più legati di noi alla lingua latina, dovremmo provare un senso di disagio nel constatare, per esempio, che gli americano quasi l’adorano, e la studiano con rispetto ed interesse, nelle scuole superiori e nei college. Gli studenti americani che affrontano il test SAT – Scholastic Aptitud Test), sono avvantaggiati dalla conoscenza del Latino, e ottengono un punteggio più alto in virtù degli studi delle lingue classiche. Praticamente una formazione classica conferisce loro prestigio.

Possibile che proprio l’Italia con le ultime riforme abbia favorito il suo declino? Beh, non è concepibile, ma purtroppo la disaffezione, la noncuranza, la mancanza di dibattiti nelle sedi opportune, sta determinando e decidendo il rischio della scomparsa di un bene inestimabile. E  non è imputabile a rivolgimenti sociali o di progresso, alla lingua inglese e altri fattori diretti o indiretti, si tratta di variabili indipendenti dalla sussistenza di un valore che dovrebbe essere difeso e rispettato come merita.

Sembra di avvertire un monito che viene dal nostro mondo latino: ‘Cui prodest?’ (A chi giova?)
(Virginia Murru)

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