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“Ma cosa vuoi che sia una canzone” di Vasco Rossi 40 anni dopo

Milano. «Sono tempi brutti: ciò che mi dà più fastidio è l’arroganza e la falsità, una potenza della comunicazione».

È il pensiero di Vasco Rossi sul mondo oggi mentre viene pubblicato l’album “Ma cosa vuoi che sia una canzone” 40 anni dopo quel 25 maggio 1978 il primo album inciso e pubblicato con la collaborazione di Gaetano Curreri e dei musicisti del suo gruppo di allora; compie 40 anni ma non li dimostra.  E’ il suo album di debutto, il disco da cui tutto ha origine, l’inizio della fantastica storia di uno dei più grandi artisti della musica italiana e una delle locuzioni ancora più calzanti della sua filosofia.

«Ho sempre esorcizzato la depressione, era sempre nell’area – ha confidato, riferendosi a “Jenny è pazza” contenuta in questo album – Se non impegno la mia mente in qualche progetto, il mio cervello mi lavora contro, in un circolo chiuso di pensieri negativi».

Riascoltare e rileggere oggi questo album è un vero piacere per scoprire quali grandi premonizioni artistiche ci fossero già nel ‘primo’ Vasco, cantautore del cambiamento, con lo sguardo sempre attento alla società, e quanto attuali siano storie come “La nostra relazione”.

«A me sembrava una cosa un po’ scontata – ha sostenuto – Non l’ho mai considerata un capolavoro ma piace moltissimo e mi adeguo. Parla di come mi vedevo con qualche anno in più, in una relazione matura: non ero ottimista ma stavo ancora scontando i postumi di una relazione che mi aveva massacrato».

Le canzoni di questo disco sono state rimasterizzate a 24bit/192khz, la migliore definizione attualmente possibile, partendo dai nastri master analogici di studio tramite trattamento termico, restauro ed acquisizione in digitale, negli studi Fonoprint da Maurizio Biancani, che curò le registrazioni originali del disco e produsse alcuni album successivi, fra cui “Bollicine”.

«Non sono un cattivo maestro: cattivo sì ma maestro no – si è difeso dall’accusa di essere un predicatore – Sono la voce di chi non ha voce. Non sono un profeta e neanche un eroe: sono solo un uomo con tanti dubbi e poche certezze. Faccio anche degli errori ma cerco anche di non ripeterli. Racconto le storie di tutti: ecco perché vengo capito dalla gente. Non sono la voce dell’incontinenza».

Sony Music ha il privilegio di inaugurare una speciale serie celebrativa, intitolata R>Play dedicata ai 40mi anniversari degli album da studio di Vasco Rossi; questa è la prima di quattro pubblicazioni.

Come spieghi il tuo rapporto col pubblico? Sei amatissimo senza distinzioni geografiche, di classe sociale, di età.

«Per me è sempre un mistero – ha accennato – Io scrivo canzoni che per me sono emozioni fotografate e fissate in una istantanea allo stato musicale e la sensibilità necessaria per apprezzarle non ha età o classe sociale. È il grande miracolo della musica che fa provare sensazioni così intense che fanno bene al cuore. Questo porta ad avere un affetto speciale anche per l’artista. La mia poi è una lunga storia, cominciata tanti anni fa.  Anche se molti se ne sono accorti un po’ tardi».

Pubblicato nel pieno dell’epoca dei cantautori cosiddetti impegnati, il disco era fuori da tutto e Vasco era già dentro il rock.

«Un titolo provocatorio, chiaramente non amato dai discografici che ancora non si preoccupavano molto di quello che facevo – ha fatto notare – Era il periodo delle canzoni dei cantautori, molti facevano dell’impegno politico lo scopo di vita, io invece non ero molto convinto. Le canzoni le scrivevo per divertirmi».

“Ambarabaciccicoccò” è il dialogo politico padre figlio di straordinaria attualità.

«E questa era un po’ la mia ironica presa in giro di quel tipo di cantautorato di quei tempi – ha concluso – Secondo me la provocazione artistica tiene sveglie le coscienze, ed è utile. Non prendiamoci troppo sul serio: si può pensare che una canzone è un capolavoro di perfezione, ma non si può mai pensare che chi l’ha scritta sia perfetto come la canzone, questo è il concetto».

Il cofanetto deluxe in edizione limitata numerata include un libro di 112 pagine, scritto dal giornalista e critico musicale Marco Mangiarotti, con intervista a Vasco, molte foto e contenuti.
(Franco Gigante)

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