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“Italia vendesi”. Le eccellenze dei nostri marchi in mani straniere

Il nostro Paese non ha solamente il patrimonio artistico, archeologico, architettonico e monumentale più importante e rilevante del mondo, in termini di qualità e quantità, ma possiede anche altri importanti risorse, in tanti settori dell’economia, che da troppo tempo, ormai, gli stranieri tentano di alterare e contraffare, attraverso frodi e marchi falsi, per fortuna quasi sempre scoperti, tracciati e perseguiti dagli organi di controllo e sorveglianza. Ogni anno l’allarme è puntuale, intorno al 15% delle segnalazioni alla Commissione Europea giungono dall’Italia, su tutto il territorio dell’Unione.
Il made in Italy, per quel che riguarda il settore agroalimentare, sembra il più imitato, e il più frodato, e questo non stupisce dato che i prodotti italiani coperti dall’iscrizione ai registri DOP -  ossia ‘Denominazione d’Origine Protetta’ – vanno oltre il migliaio, con decine di miliardi di euro di fatturato.

Si tratta di prodotti altamente pregiati, sia sul piano alimentare che biologico, e sono perseguibili penalmente purtroppo solo se viene accertato che si tratta di pirateria in ambito agroalimentare. E’ invece molto più difficile quando la contraffazione è ben chiusa in una metamorfosi allusiva di riferimenti ad un prodotto italiano, ma non viene espressamente citato il nome, piuttosto qualcosa che rimandi ad esso, senza che le aziende si espongano più del lecito. Questo genere di contraffazione, che tale comunque resta, è nota col nome di ‘italian sounding’, e all’estero è una consuetudine che va avanti da anni, se non da sempre; è una truffa a tutti gli effetti. Ma soprattutto insidia l’immagine del nostro paese. I prodotti alimentari emiliani, eccellenze e vanto della nostra cucina, sono continuamente imitati, non si salva né il prosciutto di Parma, né il parmigiano, e tantissimi altri prodotti gastronomici di elevatissima qualità, tutti protetti da relativo marchio. Ma il ‘parmesan’ impazza all’estero, e si tratta ovviamente di truffe; delle contraffazioni dei prodotti made in Italy si è parlato anche ad Expo 2015.

Se poi si pensa che ben più della metà dei più noti prodotti made in Italy vengono contraffatti, con utili non sempre quantificabili, ci resta davvero l’amaro in bocca, e c’è da stare sicuri che se simili frodi all’immagine dell’Italia fosse perseguita penalmente come merita, il bilancio dello stato sarebbe meno rosso.. La Coldiretti ha fatto un po’ di conti in un incontro svoltosi lo scorso anno all’Expo, e sembra che le cifre che riguardano questo losco giro d’affari sfiorino i 60/70 miliardi di Euro.  I prodotti sotto tiro in questa falsificazione sono davvero tanti, e vanno dai formaggi, ai pomodori (specie il S. Marzano), ai salumi (prosciutti, mortadella, salami), alle paste alimentari, all’olio, ai vini doc. Sono in mani straniere anche la Buitoni, Perugina, Sanpellegrino, Motta, e tante altre..

Per i vini l’assalto delle falsificazioni è proprio deprecabile. Daniele Rossi, neo presidente del cluster agrifood  Miur, in un intervista a ‘Il sole24 Ore’ ha dichiarato “si tratta di danni enormi, e non si può restare impotenti, occorrono interventi urgenti..”

Sempre sullo stesso quotidiano, a proposito della kermess di ‘Vinitaly’ che si tiene ogni anno a Verona, si legge: “la Coldiretti ha allestito nel proprio stand la “Cantina degli orrori”, cioè tutti i tentativi malriusciti di contraffazione e imitazione: dal Bordolino nella versione bianco e rosso con tanto di bandiera tricolore, al Meersecco; ma ci sono anche il Barbera bianco prodotto in Romania e il Chianti fatto in California, il Marsala sudamericano e quello statunitense, e il Kressecco tedesco.. La falsificazione coloisce anche i liquori nazionali più prestigiosi, come dimostrano il Fernet Veneto e il Capri, rigorosamente made in Argentina.” – Si vendono vini come DOP ( denominazione d’origine protetta), o IGP (indicazione geografica protetta), nonostante non siano mai state concesse tali autorizzazioni dai Consorzi di tutela.

I nostri marchi storici sono nel mirino, o meglio nelle brame degli stranieri, che ormai hanno allungato le mani su oltre 500 imprese italiane. Sembra un bollettino di guerra per la nostra economia, e non ci si rassegna a questo flusso di prestigio, che viene venduto al migliore offerente come si trattasse di noccioline. Certo, effetti collaterali della crisi, ma non si può continuare con questa sorta di colonialismo economico, penso che perfino l’orgoglio rischia di rivoltarsi davanti agli eccessi di vendite eccellenti, per decenni vanto della creatività e ingegno delle nostre imprese.

La Whirlpool, si è mangiata quasi in un solo boccone la Indesit, acquistando più del 60% della sua quota di maggioranza, il resto l’ha poi fatto in seguito, pochi mesi più tardi, arrivando a quota 95%, al punto che non esiste più nella Borsa italiana. In questa fuga di marchi c’è anche la solida ‘Versace’, uno dei fiori all’occhiello del versante ‘moda’, uno sei settori economicamente più attivi, una voce importante della nostra bilancia commerciale. Versace è una holding che fa capo ai fratelli del notissimo stilista scomparso, proprio loro, chiaramente per una questione di capitale, hanno ceduto il 20% al fondo americano Blackstone. Ai fratelli Versace resterà la libertà di gestire e creare lo stile della nota griffe.

Buona parte delle nostre Case di Moda sono in mano agli stranieri, da Fendi a Pucci, Bulgari, and so on.

Ma c’è di più in questo ambito, Valentino, che da mezzo secolo rappresenta  la moda italiana per antonomasia, con la Valentino Fashion Group, ha ceduto alla Mayhoola for Investment, società del Qatar la licenza del proprio marchio e quello di M. Missoni, per 700 milioni di Euro, ma forse la cifra è anche sottostimata. In vendita Krizia, altro prestigioso marchio italiano di Mariuccia Mandelli, le ‘Poltrone Frau’, passate sotto il controllo di aziende statunitensi- C’è ancora la pasta Garofalo, Bertolli, il gruppo ‘Palazzo del Freddo’ che rappresenta le gelaterie romane ‘Fassi’, vendute a un gruppo coreano, dove peraltro il gruppo italiano aveva già decine di punti vendita.

Al di là del risanamento e del flusso di capitali all’interno di queste aziende, che non si discute, c’è comunque la consapevolezza di non essere padroni in casa nostra, ed è una realtà che non ci rende fieri, ma tant’è…

E la nostra compagnia di bandiera, Alitalia, non è passata in mani straniere? Chi si è tanto battuto per evitare la vendita della compagnia, che rappresenta in lungo e in largo l’immagine dell’Italia nel  mondo, per ovvie ragioni, non era un semplice romantico campanilista. Era giusto tenercela per intero questa compagnia, ma davanti agli assalti della crisi, troppi valori sono andati a farsi benedire. Non è andato in porto l’accordo con Air France nel 2008, e ci hanno provato Roberto Colannino e i suoi ‘capitani coraggiosi’, comunque i loro tentativi non sono serviti a tenere alto il vessillo italiano della compagnia, le perdite sono continuate. Nell’aria c’era aria di nuovi contratti, e le illusioni sono finite. Al governo si sono rassegnati a cedere la compagnia agli Emirati Arabi Etihad, fine dell’interminabile odissea Alitalia.

Secondo l’Ufficio studi di Mediobanca, nel periodo che va dai primi anni ’70 al 2014, Alitalia sarebbe costata agli italiani circa 7 miliardi e mezzo di Euro.. Cifre da capogiro, per un’economia come la nostra.

E della nostra bella Italia non si salva neppure la Borsa, praticamente Piazza Affari è in mano agli stranieri, visto e considerato che circa il 51% delle imprese quotate in borsa, sono finite nei loro artigli.  Non c’è proprio da dormirci sopra, e infatti l’allarme serpeggia, e i timori sono più che giustificati. E’ il Centro Studi Unimpresa a divulgare i dati relativi a questa ulteriore falla che si apre nello stato della nostra economia.

Non si salvano le squadre di calcio, addirittura si vendono ‘pezzi’ di enorme valore naturalistico del nostro territorio, come alcune isole, gioielli di natura incontaminata come l’isola di Budelli, in Sardegna, nelle mani di un banchiere neozelandese, che non potrà mai utilizzarla per fini turistici, e nemmeno per passarci il suo tempo, trattandosi di un’isola completamente gravata da vincoli di carattere ambientale; ma non ci appartiene più, e questo già disturba, tanto, soprattutto i sardi.

Tuttavia non c’è solo Budelli nel mirino, ce ne sono altre; una nella laguna di Venezia, poi c’è S. Stefano, isola pontina, c’è in vendita un’isola privata nei dintorni di Messina, e anche un’altra in Friuli, nei pressi di Grado..

Beh, l’Italia cede anche i suoi monumenti, come il Palazzo della Civiltà Italiana, con i suoi sei piani, le statue, la sua bellezza architettonica, ceduto ad un francese, considerato uno dei più ricchi uomini al mondo, il cui nome è Bernard Arnault, che tra l’altro ha acquistato anche tante aziende con marchi famosi italiani.

I francesi sono andati anche oltre la Gioconda, che non ha valore; c’è da chiedersi  perché non ce la siamo tenuta quando  un italiano intraprendente era riuscito, tanti decenni fa ormai, a riportarla in Italia. Gli stranieri sono come aquile che planano sul nostro territorio e mettono i loro potenti artigli sulle eccellenze dei nostri marchi.

Sarebbe questa l’Italia del cambiamento? Il nostro bel paese sembra piuttosto una Fenice che cerca di vivere sulla polvere d’oro del suo glorioso passato, come consegnare la porta di casa propria ad estranei che lentamente l’acquistano mattone dopo mattone.  Com’è che non si sono ancora comprati la Fontana di Trevi – come avviene nel famoso film interpretato da Totò?

I nostri migliori cervelli se ne vanno all’estero (da secoli, per la verità..), ma allora che origini ha questo flusso inarrestabile di frammenti preziosi che corrono verso  sponde più sicure, questa Italia bellissima che non si riesce a trattenere nei propri confini? E’ solo la fragilità e vulnerabilità economica, non più competitiva come nelle epoche d’oro dei decenni successivi alla ricostruzione, o vi sono altre ragioni che ci rendono provvisori in casa nostra? E’ giusto permettere simili ingerenze, sia pure per necessità, o non sarebbe opportuno intervenire e tentare ogni direzione prima di vedere i nostri migliori gioielli indossati con ostentazione da altri?  Certo è umiliante, soprattutto per il nostro patrimonio artistico e architettonico, non si parli poi dell’alienazione di vere e proprie parti fisiche della nostra nazione, isole che sono autentici paradisi naturali. C’è poco da esserne orgogliosi…
(Virginia Murru)

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