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“Il Foglio volante” di maggio 2013

“Il Foglio volante” di maggio 2013, appena uscito, si apre con l’articolo di Franco Orlandini “Luigi Bartolini e la campagna. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Giuseppe Campolo, Antonio De Angelis, Adriana Mondo, Fryda Rota, Benito Sablone, Patrick Sammut, Gerardo Vacana, Angelica Zappitelli, Ricordiamo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento. Riportiamo, qui di seguito, il pezzo di apertura, il testo “Il colore dei papaveri, dalla rubrica “Appunti e spunti- Annotazioni linguistiche”, e una poesia di Benito Sablone.

Luigi Bartolini e la campagna

Luigi Bartolini si spense a Roma nel 1963, dopo una vita d’intensa attività, sia nel campo figurativo, quale pittore ed eccellente acquafortista, sia in canno letterario, quale narratore, poeta, saggista, nonché estroso polemista. Era nato nel 1892 a Cupramontana, sita sulle colline vitifere della provincia d’Ancona.

L’irrequieto giovane Bartolini, che dai compaesani era considerato uno “spirito folletto”, andò ad iscriversi, con l’aiuto finanziario del nonno paterno, all’Istituto di Belle Arti di Siena; vi conseguirà l’abilitazione all’insegnamento del disegno. “Preso dalla febbre delle Belle Arti”, fu poi a Roma, all’Accademia, e successivamente a Firenze (dove divenne amico del pittore Ottone Rosai e conobbe Dino Campana), sino alla partecipazione alla Grande Guerra.

Nel dopoguerra insegnò disegno a Macerata, a Camerino e ad Osimo (An), sino al 1933, quando venne arrestato a causa dei continui atteggiamenti polemici in seno al partito fascista. Trascorse un periodo di semiconfino a Merano. Tra prati, boschi e fiumi, frequentò una ragazza del luogo, Anna Stickler, nelle cui labbra il poeta sentiva il grato odore della salvia e del timo e la voce delle tortore e delle colombe.

Dal 1938 poté stabilirsi a Roma, dove si riavvicinò al fascismo, collaborando alla rivista Quadrivio. In Bartolini rimarrà viva la nostalgia della terra marchigiana e, in particolare, delle ubertose, “benedette” campagne estese tra i fiumi Chienti e Potenza, che gli si presentavano, coltivate da famiglie patriarcali, come se fossero orti e giardini. A lui, pittore e poeta, il Chienti si mostrava “arioso e celeste”, con le rive gremite di salici ombrosi. Durante le camminate, il Nostro vedeva qualche fonte, con attorno le lavandaie, di cui ascoltava i canti. Si fermava a guardare con interesse il funzionamento d’un vecchio mulino ad acqua o seguiva un contadino dietro a un lento asino carico di bianche bisacce colme di farina.

Nei viottoli incontrava, mentre erano occupate a falciare l’erba lungo i fossi, le ragazze «con, al fiorente petto, / un tulipano rosso». Le giovani contadine, fiere e insieme gentili, se le raffigurava, fantasticando, come ninfe agresti; e le disegnava, le dipingeva, le descriveva nei racconti.

Bartolini apprezzava i prodotti genuini propri della campagna. Ha scritto, ad esempio, come «le salsicce, se di fegato, coi pinoli e l’uva passita, sono tenere e buone per mangiarci molto pane; ma la lonza, che si fetta, a rotelle erte e rotonde, è la rosa della salata. Si mangerà anche di luglio, coi fichi, quando andremo a vedere battere il grano; la mangeremo coi meloni del Chienti…»[1]

E cibi caserecci ricercava nelle osterie paesane, dove non trascurava di mirare la rustica beltà delle figlie dell’ostessa. Bartolini poteva rasserenare l’animo di frequente turbato da scontentezze e malumori: «La campagna – come scriveva – mi dà l’illusione, vicinissima al reale, d’una celeste esistenza in terra. La campagna è chiarificatrice. I dolori si depositano in fondo al bicchiere.»[2]

Ma, soprattutto, nell’ambiente campagnolo poteva venire a contatto con un’umanità rimasta cordiale, spontanea, “poetica”…

Inoltre egli era capace di rimanere ad osservare intensamente e di raggiungere anche una condizione propizia alla riverente contemplazione delle bellezze della natura: «Io, contemplando, mi immedesimo con la Natura e raddoppio cosí l’affetto che mi lega alla terra.» Bartolini, naïf idilliaco, dallo stile classicheggiante, alla natura rimase fedele, derivandone le vive immagini della sua poesia impressionistica, lontana dalla poesia simbolista. Ne traeva i motivi dell’opera figurativa, seguita secondo «lo spirito delle vecchie Belle Arti». E, a tal riguardo, l’artista poneva la domanda: “vecchie” o piuttosto “eterne”? In un inondo sempre piú arido, egli ha esortato a ritrovare fiduciosamente la natura, per riceverne ristoro e ingentilimento dell’animo, lí dove «sono, pei boschi, e tortore e viole.»

(Franco Orlandini)

Appunti e spunti - Annotazioni linguistiche

di Amerigo Iannacone

Il colore dei papaveri

Tutti sanno che in inglese l’aggettivo si mette prima del sostantivo, anzi c’è tutta una gerarchia piuttosto cervellotica che mette in riga i vari tipi di aggettivi: opinione, età, forma, colore, origine, materiale, finalità. In italiano, si dice, di solito va prima il sostantivo e poi l’aggettivo, ma in realtà la questione della posizione dell’aggettivo in italiano è piuttosto complessa e si potrebbe ricavare una serie di regole anche piuttosto fluttuanti, sebbene in linea di massima le cose non cambiano molto se l’aggettivo va prima o dopo il sostantivo. In questa sede mi limito a una regoletta che spesso viene ignorata. Lasciamo da parte alcune espressioni dove la posizione dell’aggettivo ne cambia il significato (un pover’uomo, – un uomo povero; un vecchio amico – un amico vecchio; un alto funzionario – un funzionario alto). In genere un aggettivo qualificativo se precede il sostantivo indica una qualità normale, abituale, del sostantivo; se lo segue indica una qualità particolare o aggiunta. Si dice «camminava in un verde prato» perché “verde” è una qualità normale del prato, se si trattasse invece di una qualità non abituale, l’aggettivo andrebbe dopo: «camminava in un prato inquinato». «La strada era coperta di neve bianca» non si dice, perché l’aggettivo indica una qualità normale e quindi sarebbe meglio metterlo prima, mentre sarebbe giusto dire «la strada era coperta di una neve annerita dagli scarichi della auto». Dire: «mille papaveri rossi» con il verso di una canzone poi ripreso da una trasmissione televisiva è una banalità, perché i papaveri sono rossi e lo sanno tutti. In questo sarebbe stato meglio mettere prima l’aggettivo, mentre l’aggettivo andrebbe dopo se indicasse una qualità particolare, non abituale, come, per esempio, «papaveri sfioriti».

L’ultima parola dell’ultimo verso

Credo alle ultime parole di un libro

all’ultimo verso di un poema

all’ultima parola dell’ultimo verso

scritto da un qualunque poeta

Ora che tutto naufraga

sugli scogli dell’indifferenza

e ogni fiato mi raffredda,

sul guscio delle parole

tutto si spoglia – ma cerco

ancora nell’involucro

la forma che l’involucro modella

senza metterla a nudo,

(Benito Sablone – Chieti)


[1] Da Passeggiata con la ragazza, Firenze, 1930.

[2] Da L’orso e altri amorosi capitoli, Firenze, 1933.

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