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‘Ricu d’ Marina’, racconto breve di Romano Nicolino

Ricu d’ Marina’
Racconto breve di Romano Nicolino

L’alpino Federico Nicolino (nella foto) racconta, con semplicità ma ricchezza di interessanti particolari, un periodo della sua vita.

Chi sono.

Sono nato a Nucetto l’8 maggio 1914 e mi  chiamo Federico Nicolino. I miei compaesani però mi chiamano e mi conoscono come “Ricu d’  Marina” (Enrico di Marina – mia mamma) perché  nelle nostre piccole comunità ci conosciamo tutti, ma ci sono 3-4 cognomi predominanti. Nicolino a Nucetto è uno di questi:  la borgata dove abito viene indicata appunto come “i Nicolini”. E’ quindi facilissimo trovare più persone con gli stessi nomi e cognomi per cui, per distinguerle, si è soliti  familiarmente aggiungere o  il nome di uno dei genitori, o la caratteristica della famiglia, o la borgata di provenienza oppure l’attività svolta. Dei due Federico Nicolino che negli anni che sto raccontando  vivevamo a Nucetto, io venivo indicato appunto come Ricu d’ Marina  mentre  l’altro come Ricu du Sc-pès (forse per un antenato un po’ “in carne”).

Nel mese di febbraio del 1934 ero stato chiamato per la visita di leva e, senza spiegarmene il motivo,  mi avevano giudicato rivedibile. La mia era una famiglia di contadini dove, si sa, non è possibile programmare ferie o riposi e due braccia in più per i lavori nei campi sono sempre benvenute.   Ero quindi contento di non dover prestare servizio militare e poter rimanere a casa ad aiutare i miei genitori in un lavoro che, oltretutto, mi piace. L’anno successivo poi mio padre, Giacomo Giacinto reduce della prima  guerra mondiale, già malato da tempo, era morto  in conseguenza di una malattia contratta proprio mentre era al fronte. La mia famiglia era abbastanza numerosa e mamma Marina, oltre al sottoscritto, doveva provvedere ad altri cinque figli:  Rosalia, nata nel 1920, Agnesina nel 1922,  due gemelli, Bruna e Bruno, nel 1928 ed infine Egidio nel 1934; indispensabile quindi la presenza di un uomo in grado di affrontare i lavori faticosi richiesti dall’attività contadina preclusi, per evidenti motivi,  alle tre figlie e ai due figli rimasti, troppo giovani. Essendo maggiorenne e primogenito ero così diventato capofamiglia e mi illudevo pertanto di essere definitivamente esonerato dal servizio militare.

Arriva la cartolina  precetto.

Vana illusione la mia; nella primavera del 1938 già spiravano venti di guerra ed il mio esonero non era risultato  più valido per cui ero stato chiamato a servire la patria come alpino del Battaglione Mondovì acquartierato nella caserma Durando di Piazza. Facile immaginare il mio stato d’animo nel dover lasciare la famiglia. Il mio pensiero era costantemente rivolto a casa: mamma Marina vedova e cinque figli minorenni. Come poteva quella povera donna provvedere alle necessità di tutti?

Quando si presentava l’occasione tornavo a casa, magari senza permesso, con il solo scopo di aiutare nei lavori dei campi  e, naturalmente, le mie scappatelle extra erano sempre punite con qualche giorno di consegna. Per me andava bene così, non m’importava   rinunciare alla libera uscita serale: ero contento di aver dato una mano in qualche lavoro.

Un grosso rischio.

Una volta però ho rischiato anche di essere dichiarato disertore.

Erano i primi giorni di luglio e, per esperienza, sapevo che il grano, che io stesso avevo seminato nel campo che possediamo a Pian Gregorio, stava giungendo a maturazione. Ero molto preoccupato consapevole che la mamma non sarebbe stata in grado di mieterlo e nessuno dei figli a casa poteva aiutarla. Pensa e ripensa ero giunto alla conclusione che dovevo in prima persona fornirle quest’aiuto. Ero riuscito a farle sapere di portare il falcetto nascondendolo sotto il gelso che si trova ai margini del nostro podere.

Uscendo alla sera in libera uscita, avevo stretto amicizia con un certo Giovanni, di una decina d’anni più anziano, contadino, che era a mezzadria in una cascina della zona tra Borgo santa Croce e la strada della Polveriera. Veniva tutte le sere a portare il latte a delle famiglie di Piazza e poi passava sempre a bersi un bicchiere di vino nella piccola osteria, che si trovava all’inizio di via Vico, dove anch’io ed altri alpini eravamo soliti fare sosta prima di rientrare in caserma. Gli avevo esposto la mia situazione familiare spiegandogli anche quali erano le mie intenzioni: andare una notte fino a Pian Gregorio, mietere tutto il grano e rientrare in caserma per la mattina successiva. Mi occorreva però una bicicletta che lì certamente non avevo.

- Ci penso io, –  mi aveva tranquillizzato Giovanni – dimmi solamente la sera prima quando decidi di andare ed io ti lascio la bicicletta in  un posto stabilito; a casa ne ho due. Tu la usi ed il mattino dopo me la lasci nello stesso punto.

- Sei un vero amico – gli avevo risposto – penso di andare sabato 9; ci dovrebbe essere la luna piena che certamente mi aiuterà sia nel viaggio che nella mietitura. L’indomani poi, domenica, magari  in caserma  ci sarà minor controllo e forse riuscirò a farla franca senza essere scoperto.

Eravamo poi scesi assieme in via Ferrero marchese di Ormea trovando il posto adatto per lasciare la bicicletta.

Sabato 9, già al mattino ero piuttosto preoccupato.

- Farò bene? – pensavo dubbioso – Questo mio gesto, forse un po’ sconsiderato, non avrà mica conseguenze negative per me e per la mia famiglia?

Oramai però la decisione era presa e non avevo voluto recedere dal mio proposito.

Appena scoccata l’ora della libera uscita non avevo aspettato, come di norma facevo le altre sere, gli amici e  mi ero subito incamminato per via Carassone. Percorso circa un centinaio di metri avevo imboccato vicolo Vivalda che scende su via Ferrero marchese di Ormea. Qui giunto, dopo aver infilato il cappello da alpino sotto la camicia, mi ero messo a correre giungendo in breve al posto prescelto dove già si trovava parcheggiata la bicicletta. Avevo quindi iniziato a pedalare di buona lena e, superata la zona di piazza d’armi, avevo continuato per via di Santa Croce. Giunto al bivio avevo tralasciato sulla destra la via delle Cappelle per risalire a sinistra verso Vicoforte. Il cielo era limpido “abitato” solo,  per il momento, da una splendida luna piena. Discesa ad imboccare la statale 28 dopo la galleria del Santuario e, sempre in leggera discesa, in meno di un’ora  ero arrivato a San Michele Mondovì. Leggera salita e poi i tre lunghi rettilinei, della Piana della Gatta, che portano a Lesegno. Discesa della Prata, salita con galleria e poi altro tratto abbastanza pianeggiante che porta a Ceva dove ero giunto forse in  circa due ore di forsennate pedalate. Avevo sete e sudavo abbondantemente, ma non potevo certo fermarmi a dissetarmi o a rinfrescarmi. Con un po’ di fatica, causa stanchezza accumulata, avevo raggiunto san Bernardino: oramai il resto del percorso era praticamente pianeggiante. Non avevo con me l’orologio ma penso di aver impiegato poco più di due ore per giungere a Pian Gregorio.  Sotto il gelso c’era effettivamente il falcetto ma c’erano anche, bontà e saggezza di mamma, un mezzo litro di vino ed una borraccia di acqua.

Dopo essermi dissetato con un po’ d’acqua ed un bel sorso di vino, mi ero tolta la camicia, già tutta zuppa di sudore, ed avevo iniziato a mietere. E’ per molti un lavoro faticoso, ma io lo faccio volentieri e non mi pesa troppo.  La luna bella rotonda mi sorrideva sempre dal cielo rischiarando sufficientemente quella notte di luglio. Dopo qualche ora ero riuscito a tagliare tutto il grano legandolo in covoni. Esausto mi ero seduto un po’ ai piedi di quel gelso “asciugando” definitivamente sia il mezzo litro di vino che la borraccia d’acqua. Legata la camicia ai fianchi e sistemato alla meglio il cappello da alpino sotto la canottiera, ero tornato sulla statale 28 riprendendo a pedalare  per  tornare a Mondovì Piazza . Avevo solamente effettuato una breve sosta nella prima curva dei Rocchini  per darmi una rinfrescata alla fontanella che sgorga dal muro di sostegno a monte. Avevo poi  ripreso il viaggio pedalando certamente con meno foga ma con nel cuore un grande senso di soddisfazione.

I primi bagliori dell’alba che stava avanzando avevano già sostituito il tenue chiarore della luna ormai tramontata. Pedalavo ancora con forza anche se la stanchezza era tanta. Il percorso che la  sera prima mi era sembrato abbastanza agevole, ora mi pareva impervio: anche nei tratti pianeggianti le gambe  sembravano legnose; il sudore era sempre più abbondante ed il fiato sempre più corto.

Posata la bicicletta al posto stabilito avevo cercato di darmi una sistemata: col fazzoletto avevo asciugato l’abbondante sudore, indossata la camicia un po’ spiegazzata e rimesso in testa il cappello che aveva la penna storta e con la punta rotta. Certamente così conciato e rosso in faccia come un peperone non facevo una gran bella figura. Avevo percorso a passo un po’ veloce, a correre non ce la facevo più,  il tratto di strada che ancora mi separava dal portone della caserma già spalancato e con la sentinella in garitta. Nell’atrio l’ufficiale di giornata mi aveva bloccato domandandomi in modo brusco:

- Da dove arrivi così conciato? Sembri uno spaventapasseri. Guarda come hai ridotto la divisa.

Non avevo certamente pensato ad una conclusione del genere e non avevo quindi preparata  una scusa plausibile. Dopo qualche attimo di esitazione e quasi strascicando le parole avevo risposto:

- Ecco, signor tenente, sono andato a Pian Gregorio a mietere il mio grano e….

Il tenente mi aveva però subito bloccato urlandomi in faccia:

- Mi prendi per scemo? Cosa hai fatto questa notte per ridurti in questo stato? Dammi una risposta serie e convincente.

- Va bene, se mi lascia parlare le spiegherò tutto. La mia è una famiglia di contadini ed a casa c’è solamente mia mamma vedova con cinque figli minorenni da mantenere. Come unico sostegno valido in un primo momento ero stato esonerato dal servizio militare, ma…….

Avevo, con calma, raccontato tutte le vicissitudini della mia famiglia ed il tenente mi aveva ascoltato con grande interesse. Al termine, guardandomi ancora un po’ dubbioso, mi aveva detto:

- E’ una storia talmente strana la tua che mi pare impossibile tu l’abbia inventata per trovare una scusante. Ti accompagno dal maggiore, gliela racconterai come hai fatto con me e sarà lui a prendere una decisione.

Così aveva fatto ed il maggiore mi aveva ascoltato con attenzione senza mai interrompermi. Io aspettavo impaziente impalato sull’attenti. Un lieve sorriso aveva in parte smorzato il suo abituale atteggiamento burbero. Poi la sentenza:

- Alpino Nicolino Federico, ti credo. Ho già potuto apprezzare la tua serietà ed il tuo coscienzioso attaccamento al dovere. Umanamente hai compiuto un’azione degna di ogni lode, non altrettanto dal punto di vista militare. Hai rischiato di essere dichiarato disertore. Capisco benissimo la tua situazione di famiglia e se avrai ancora bisogno di aiutarla vieni a parlarmene, vedrai che troveremo una soluzione per te meno rischiosa e forse anche meno faticosa. Una minima punizione però te la debbo dare: starai consegnato due giorni e pulirai tutti i gabinetti della caserma. Adesso va, mettiti un po’ in ordine e poi inizia pure il turno di corvè.

Avevo pulito i gabinetti due giorni di fila, ma lavoravo con animo sereno ed il cuore contento. Al martedì sera, avendo terminata la consegna, avevo nuovamente potuto godere della libera uscita. Nella solita osteria  l’incontro con  Giovanni. L’avevo ringraziato offrendogli un grappino e lui aveva  voluto conoscere tutti i particolari di quella mia avventura interrompendomi ogni tanto, incredulo,  con tutta una serie di esclamazioni di sorpresa.

Continua l’addestramento.

Per tutto l’anno 1939 ed i primi mesi del 1940 il Battaglione Mondovì aveva fatto esercitazioni sulle montagne monregalesi. Praticamente tutti i giorni, escluse le domeniche, partivamo all’alba effettuando lunghe marce con lo zaino affardellato. Normalmente queste camminate si esaurivano nel corso della mattinata consentendoci di rientrare in caserma per il rancio e solo raramente si protraevano anche nelle prime ore del pomeriggio.

Succedeva anche che arrivassimo nei pressi di una stazione ferroviaria ed allora il tenente ci faceva salire sul treno per un tratto consentendoci quindi un po’ di riposo.

A questo proposito ricordo ancora le facce  sdegnose delle signore viaggiatrici quando ci vedevano arrivare. Si alzavano indispettite cercando un’altra sistemazione, magari nel vagone vicino, ed invariabilmente esclamavano:

- Che puzza!!!

Certamente puzzavamo di sudore ed anche i nostri piedi non emanavano profumi delicati, però quelle signore avrebbero dovuto pensare a quanta fatica e quanti sacrifici ci costavano quelle marce sotto il sole e con gli zaini carichi, e soprattutto ricordare che non lo facevamo di sicuro per nostro diletto ma per ubbidire ad un preciso dovere.

In quel periodo, grazie alla benevole compiacenza del maggiore, riuscivo ad andare a casa quando c’era necessità della mia presenza per lavori particolarmente faticosi ed impegnativi. Sempre permessi in regola senza dover ricorrere a degli strani stratagemmi; l’avventura di Pian Gregorio era servita a qualcosa.

Venti di guerra.

All’inizio del secondo conflitto mondiale era in vigore, per un’eventuale operazione contro la Francia, esclusivamente un piano di difesa e non di offesa. Era quindi stato creato uno schieramento di copertura che rimase tale anche dopo l’11 giugno quando fu dichiarata guerra alla Francia.

Noi del Battaglione Mondovì eravamo stati schierati in valle Gesso, prima a Valdieri e poi al colle di Tenda. Nel tratto di confine da noi presidiato non avvennero conflitti a fuoco che invece si verificarono in altri settori come al colle Maurin.

Di quei giorni ricordo un fatto particolare: un mattino, mentre stavamo facendo esercitazione, è arrivato il principe Umberto con i suoi collaboratori. Dopo aver stretto la mano ai più vicini, ha voluto visitare la cucina ed assaggiare il rancio, ordinando poi che quel giorno fosse più abbondante e rallegrato da un gavettino di vino.

In Albania.

La nostra presenza sul confine francese era diventata inutile ed il Supremo Comando Militare aveva deciso di inviarci in Albania per rendere più incisiva la guerra nei Balcani.

Verso la metà di dicembre ci avevano spostato a Brindisi imbarcandoci poi su una nave diretta a Durazzo. Io, che ho sempre vissuto con i piedi ben saldi sulla terraferma, ero piuttosto preoccupato di dover attraversare tutta quell’acqua su di una nave che mi dava l’impressione di non essere troppo sicura. C’era inoltre il pericolo dei sottomarini inglesi che spesso e volentieri siluravano le nostre navi. Per fortuna non era successo nulla ma l’arrivo in Albania mi aveva creato un notevole disagio. Abituato alle vallate ed alla pianura del Piemonte non riuscivo a credere che in un posto simile, montagne dove si vedevano solo rocce e rare piante di fico, potessero vivere delle persone. Solo qualche anziano era presente a pascolare un misero gregge di capre. Tra di me pensavo: “Quanto è bella la nostra terra!” Avevo però anche tanta nostalgia di casa e tante preoccupazioni per la mamma e per le mie sorelle ed i miei fratelli. Non potevo più contribuire anche in minima parte ai lavori necessari per la campagna ed immaginavo la mamma stanca ed anche in ansia  per me così lontano ed in zona di guerra.  Povera mamma!

C’erano stati degli scontri a fuoco con i partigiani e con l’esercito nemico ed in uno di questi purtroppo, l’11 aprile del 1941, moriva il nostro maggiore Alessandro Annoni, sostituito dal capitano Ottavio Cajre.

La guerra era ormai in pieno svolgimento e si sentivano notizie di bombardamenti.  Al ritorno in Italia la nostra nave era stata presa di mira dai siluri anglosassoni  e  non era affondata per un vero miracolo.

La situazione precipita.

Oramai si parlava  apertamente della spedizione in Russia dove già, a fianco dell’esercito tedesco, operava il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) dall’estate del 1941, raggiunto anche, nel successivo inverno, dal Battaglione Sciatori Monte Cervino.

Si era intanto deciso di costituire un nuovo complesso di forze denominato ARMIR (Armata Italiana Russia) a formare il quale erano state chiamate anche le 3 Divisioni Alpine: Cuneense, Julia e Tridentina. Si rendeva pertanto necessario completare l’organico di tutte e tre  dopo le perdite subite durante la campagna nei Balcani. A questo scopo la Cuneense era stata dislocata nelle sue sedi di pace in provincia di Cuneo  e noi del Battaglione Mondovì  eravamo stati acquartierati nei locali dismessi del vecchio Cotonificio Piccardo a Garessio-Trappa. Per me era una sistemazione ideale, a poco più di 15 chilometri da casa e con in più la comodità del treno per raggiungerla. Per un po’ di tempo avevo così potuto programmare con la mamma i lavori più urgenti e gravosi facendoli coincidere con i giorni per i quali potevo contare un permesso giornaliero o anche solo semplicemente un’esenzione rancio.

Un mattino di inizio estate col treno siamo ritornati nella nostra sede di Mondovì. Alla stazione mi aspettavano le mie sorelle Rosa e Bruna per consegnarmi una borsa piena di ogni ben di Dio, tra cui una bottiglia di “Arquebuse” che diverrà, per me ed i miei compagni, una formidabile medicina contro il freddo glaciale dell’inverno russo.

In Russia.

Verso la fine di luglio del 1942 eravamo partiti per la Russia. Un viaggio lunghissimo, stancante; la tradotta aveva attraversato diverse frontiere: Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Ucraina.

Finalmente verso i primi di agosto eravamo giunti  a destinazione in un paese, del quale non ricordo il nome, anche perché era scritto in modo molto strano, iniziando lo spostamento a piedi  verso il Caucaso che doveva essere la nostra destinazione. Dopo un paio di giorni però era giunto un contrordine, noi semplici alpini non capivamo bene, ma invece di raggiungere le montagne del  Caucaso ci stavano mandando a difendere la linea del fronte lungo il fiume Don. Molti di noi erano stremati dalla fatica; io poi avevo anche molto male perché avevo contratto un’infezione intestinale e non ce la facevo più a camminare. Il tenente allora aveva fatto caricare il mio zaino su di un mulo ed io, attaccandomi alla sua coda, mi facevo trascinare. Fatica e male terribili perché camminavamo per ore ed ore fermandoci solamente quando si trovava l’acqua necessaria per preparare il rancio ma, soprattutto, per abbeverare i muli. Arrivati sulla sponda destra del Don avevo ancora avuto problemi di salute per alcuni giorni. Quando mi sono ripreso sono stato subito comandato al servizio di guardia. Un mio compagno non ricordava mai la parola d’ordine ed allora mi chiedeva sempre di sostituirlo. Io lo facevo volentieri perché mi faceva pena.

Erano subito iniziati scambi di fuoco tra le due sponde perché i Russi erano molto accaniti.

Il generale Battisti.

Ricordo ancora adesso con tanta emozione un fatto che mi era capitato una notte che ero di guardia. La consegna era molto rigida e precisa: nessuno poteva avvicinarsi alla postazione senza la parola d’ordine.  Avevo sentito un rumore che si stava avvicinando. Imbracciato il fucile avevo intimato l’alt chiedendo la parola d’ordine.

- Sono il generale Battisti – era stata la risposta.

Tenendo sempre ben imbracciato il fucile puntato verso il buio da dove proveniva quella voce, avevo ancora una volta richiesto la parola d’ordine.

- Sono il generale e non occorre la parola d’ordine – mi aveva risposto quella voce.

Con decisione allora avevo esclamato:

- Io debbo fare il mio dovere e lei non si avvicini se non mi dice la parola d’ordine!

Finalmente  quella voce, che dimostrava molta sicurezza, aveva pronunciato la parola d’ordine richiesta.

Con stupore e commozione avevo allora visto arrivare proprio il generale Emilio Battisti, comandante della Cuneense. Mi aveva abbracciato e, dopo aver voluto conoscere il mio nome, mi aveva detto:

- Bravo alpino, meriteresti la medaglia d’oro.

La medaglia d’oro non l’ho avuta e mi sono accontentato, quasi quarant’anni dopo, della “Croce di Ghiaccio” che proprio il generale Battisti ha voluto fosse consegnata a tutti i reduci della Cuneense.

Quell’incontro con il generale Emilio Battisti lo conservo sempre tra i miei ricordi più belli e più cari.

Ferito.

Il nemico non ci dava tregua , gli scontri si succedevano in continuazione: giorno e notte. Il clima intanto stava lentamente ma inesorabilmente cambiando: era in arrivo il terribile inverno russo.

Una sera di novembre, mentre infuriava un violento combattimento, una scheggia mi aveva procurato una profonda ferita ad un braccio per cui avevo dovuto lasciare il  posto al pezzo per essere trasportato al posto di medicazione. La ferita si era dimostrata però piuttosto seria per cui ero stato trasferito all’ospedale da campo. Erano passati diversi giorni ma quella ferita, anche a causa della mancanza di mezzi e medicine adeguati,  non voleva guarire, anzi, peggiorava. Probabilmente rischiavo l’amputazione del braccio.

Un incontro fortunato.

Debbo riconoscere di essere stato molto fortunato o di aver avuto un aiuto speciale dalla Provvidenza Divina. In quel piccolo ospedale da campo, con un gruppo di dottori, faceva servizio volontario una crocerossina che si chiamava Edda: proprio lei, Edda Ciano, la figlia di Mussolini. Un mattino, nel corso della normale medicazione, l’avevo sentita discutere animatamente con i dottori. Si era resa conto che il mio braccio stava lentamente andando in cancrena ed insisteva affinché fossi rimpatriato al più presto. I medici non la pensavano allo stesso modo e dicevano che sarei guarito presto potendo poi tornare in prima linea.

Alla fine, certamente in virtù del cognome che portava, aveva vinto lei stabilendo che sarei partito per l’Italia con la prima tradotta di feriti. Quella tradotta fu anche l’ultima perché dopo poco tempo iniziò la disfatta.

Non so chi avesse ragione tra quella gentile crocerossina ed i medici, è però certo che per me l’uso di quel braccio non è mai più stato come prima. E’ altrettanto vero comunque che se oggi sono ancora qui a raccontare quei tempi, molto probabilmente lo debbo proprio a quella donna.

Nuovamente in Italia.

Rientrato in Italia ero stato inviato  all’ospedale militare di Cesenatico dove avevano  prestato le cure del caso alla ferita che continuava a darmi grandi problemi. Ero  rimasto là per circa un mese e poi  ero stato inviato a casa per un periodo di convalescenza. Mi era sembrato impossibile: dopo tantissimo tempo  e dopo aver temuto innumerevoli volte di non poterlo più rivedere, ero finalmente tornato al mio caro paese e, soprattutto, avevo potuto riabbracciare i miei cari ed i miei conoscenti. Un velo di tristezza però attenuava quella mia gioia: non aver ritrovato tanti amici e conoscenti ancora in giro per il mondo a combattere per una stupida guerra.

Terminata purtroppo assai velocemente la convalescenza, ero stato richiamato e mandato a Carrù per i turni di guardia ai capannoni dei rifornimenti militari.

Le cose però stavano  lentamente cambiando ed il regime fascista stava piano piano perdendo il suo potere.

L’8 settembre mentre, come d’abitudine, mi trovavo al mio posto di guardia, era giunta la comunicazione di deporre le armi. L’esercito italiano era allo sbando ed io, come credo tutti i militari, mi ero trovato disorientato ma libero.

Ritorno a Nucetto.

Deposto il fucile me n’ero andato da Carrù e, percorrendo con molta attenzione i sentieri della Langa, ero riuscito a tornare a casa con sulle spalle un piccolo fardello: un paio di scarpe, una mantellina ed il mio cappello da alpino.

Tutto sembrava finito, ma purtroppo non fu così. I Tedeschi, prima nostri alleati, occuparono i nostri paesi chiamandoci “traditori” e costringendoci ad un altro duro calvario. Io lavoravo sodo la campagna e, solo com’ero, non avevo certo  tempo libero. I miei due fratelli, 15 e 9 anni, erano ancora troppo piccoli e non potevano collaborare molto; due sorelle aiutavano sia me in campagna che la mamma nelle faccende domestiche; la terza sorella, Agnese, era entrata in convento delle suore domenicane.

L’occupazione e la resistenza.

Non passò molto tempo ed ebbe inizio la resistenza e la lotta partigiana. I Tedeschi erano diventati dei nemici e, spalleggiati ed a volte anche superati in cattiveria dai militi della Legione Muti, un corpo militare della Repubblica Sociale Italiana rimasta fedele alla Germania, terrorizzavano la popolazione. Non tutti comunque erano crudeli come d’altra parte, e la storia lo ha riconosciuto, non tutti i partigiani si comportavano con vera lealtà. A parte la sconsiderata, e senza alcun vantaggio strategico, demolizione  del cosiddetto Ponte Nuovo di Nucetto, vera opera d’arte in marmo bianco di Garessio, qualcuno approfittava della situazione per interessi personali, per vendette o per efferati delitti come l’uccisione del segretario comunale Oreste Berruti. I veri partigiani non facevano danni né alle persone e neppure ai paesi.

Mia cugina Nella andava ogni giorno nei locali del comando tedesco di Nucetto a fare le pulizie ed a preparare i pasti. Mi ha raccontato che un giorno, con sua grande sorpresa, ha visto uno dei comandanti che piangeva con la testa china sul tavolo: aveva appena appreso che la sua famiglia e la sua casa in Germania non esistevano più, un bombardamento aveva distrutto tutto.

La guerra è sempre molto brutta e causa lacrime e dolori sia ai vinti che ai vincitori.

Un’azione da vigliacchi ed incoscienti.

Un fatto doloroso che ricordo molto bene è stato quello dell’uccisione di due giovani soldati tedeschi, che io conoscevo, sulla piazza della chiesa di santa Maria Maddalena che si trova ai Nicolini, la borgata dove abito. Noi avevamo le mucche e questi due venivano tutte le sera a casa nostra, a prendere una gavetta di latte. Ufficialmente erano dei nemici, ma erano due brave persone. Una sera, sull’imbrunire, mentre rincasavano, qualche incosciente tese loro un agguato e li uccise senza alcun motivo e senza pensare alle conseguenze alle quali tutto il paese sarebbe andato incontro. Si sapeva che in questi casi per rappresaglia per ogni Tedesco morto venivano uccisi dieci ostaggi dando poi anche fuoco alle case. I fatti di Pievetta di fine luglio 1944 ne erano un esempio lampante.

Forse anche per intercessione di santa Maria Maddalena questo, per nostra fortuna, non avvenne. Il comandante tedesco del posto era un buon cattolico e fece in modo di attribuire l’accaduto ad una disgrazia; così non ci fu nessuna vendetta e tutto Nucetto evitò le conseguenze di quel brutto episodio compiuto da chissà quale vigliacco ed incosciente.

Il mattino seguente mia mamma aveva voluto andare a vedere dove era accaduto quel triste fatto e, da brava madre, presa da commozione, aveva pianto vedendo ancora le tracce  del sangue e del latte rovesciato.

Spiragli di libertà.

Verso la primavera del 1945 i Tedeschi avevano incominciato a ritirarsi e per il paese passavano tante colonne provenienti dal colle di Nava. Un malaugurato giorno un grosso drappello si era fermato ed aveva effettuato un rastrellamento di tutti i giovani rimasti in paese; tra questi c’ero anch’io mentre altri erano riusciti a fuggire e a nascondersi in tempo. Ci avevano sistemato in mezzo alla colonna proseguendo poi il cammino verso Ceva. La nostra preoccupazione era che ci volessero portare in Germania per rinchiuderci in campi di concentramento, invece volevano solamente essere protetti da eventuali rappresaglie di partigiani e, giunti a Lesegno, ci avevano liberato. Per conto mio anche questo fatto è stato un vero miracolo.

Naturalmente temevamo che potesse ancora succedere di capitare in un rastrellamento per cui, per non correre altri pericoli del genere, io e l’amico Pennacino Lorenzo siamo andati a nasconderci, per alcuni giorni,  in una grotta, che si trova in riva al Tanaro nei pressi di Pian Gregorio, in attesa che si esaurisse il transito delle colonne tedesche.

Tornato finalmente a casa e senza più preoccupazioni o timori ho ripreso il lavoro nei campi. La guerra era finalmente finita, ma quante disgrazie aveva lasciato!

Per ricompensarmi dei sacrifici e degli anni di guerra al servizio della Patria mi avevano offerto un posto nella portineria dello stabilimento Lepetit di Garessio, ma io ho preferito restarmene a casa, con i miei familiari, a fare il contadino.

Ho esercitato questa attività per tutta la vita e la Camera di Commercio di Cuneo ha riconosciuto questo mio particolare attaccamento alla campagna premiandomi con una medaglia d’oro.

Ricordi.

Ogni tanto ripenso a quegli anni passati e rivedo con commozione la grande steppa russa ricoperta di neve. Mi viene naturale allora ricordare i tanti compagni inghiottiti da quella terra così inospitale. Per la loro pace rivolgo una fervente preghiera convinto che il buon Dio li avrà già accolti tutti nel Suo fraterno, amorevole abbraccio. Ricordo anche i tanti caduti civili, come Renna e Ghisolfi che hanno perso la vita transitando sulla ferrovia con un carrello fatto saltare da un ordigno piazzato sui binari da qualche altro sconsiderato rimasto sconosciuto.

Purtroppo era la guerra.

Qualche volta racconto tutti questi ricordi in famiglia, ai miei nipoti o a qualche amico. Ancor oggi però, nonostante siano passati anni e sia ormai vecchio, mi prende un groppo alla gola ed allora ringrazio il Signore che, nella Sua bontà e misericordia, mi ha preservato fino ad adesso.

Nello  scrivere questa breve storia, di una parte importante della vita dell’alpino Federico Nicolino (*), ho cercato di rispettare gli appunti lasciati dal protagonista, integrandoli solamente, in alcuni parti, con notizie e riferimenti presi dalla ‘STORIA DELLE TRUPPE ALPINE’ di Emilio Faldella e con qualche ricordo personale.
Romano Nicolino


(*) = L’alpino Federico Nicolino, detto Ricu ‘d Marina, era nato a Nucetto (Cuneo) l’8 maggio 1914 e lì è deceduto il 25 luglio 1998 all’età di 84 anni. Aveva fatto parte del Battaglione Mondovì acquartierato alla caserma Durando di Mondovì Piazza.
(fonte: Lorenzo Nurisio, nipote materno)


Romano Nicolino, insegnante elementare in pensione, è nato a Nucetto (Cuneo) il 14 dicembre 1938 e risiede da oltre 50 anni a Garessio. Appassionato di alpini e di montagna, ha raccolto in un DVD ed in un libro intitolato La tradotta, le testimonianze di alcuni reduci di Russia e, nel libro Storie tra realtà e fantasia, le antiche leggende del territorio. Ha inoltre collaborato, con un racconto sulla stazione di Garessio, alla stesura del libro I racconti del treno scritto a più mani con lo scopo di mantenere vivo l’interesse sulla linea ferroviaria Ceva-Ormea. Cultore del dialetto piemontese, da molti anni scrive poesie nella variante indicata come Ligure-Garescin (Ligure-Garessino).

Liguria 2000 News ha pubblicato in data 31 luglio 2015 il suo racconto breve ‘Galeotto fu il treno’.
http://www.liguria2000news.com/galeotto-fu-il-treno-racconto-breve-di-romano-nicolino.html

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