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‘Ataturk’ – ovvero “Il padre dei turchi” – L’uomo che cambiò totalmente il volto alla Turchia

Il nome Ataturk, anche per il significato implicito che contiene, rimanda già alla figura di un uomo politico che ha lasciato nella storia della nazione turca, una linea di demarcazione, tra un passato di tradizioni e regimi autoritari, e un governo con le caratteristiche di un sistema democratico retto da una Costituzione con principi avanzati, rivolta al progresso e ai diritti civili del popolo. Tutto questo si è svolto nel giro di pochi decenni, nel primo novecento, dopo battaglie non indifferenti e diffidenze che solo una personalità determinata e coraggiosa poteva affrontare. Ataturk credeva nel cambiamento, e di coraggio ne aveva abbastanza. Oggi, soprattutto dopo la sua scomparsa, avvenuta alla fine degli anni ’30, il suo nome è diventato oggetto di culto, nessuno esprime opinioni dissacranti nei suoi confronti, anche perché la Turchia deve a lui tutte le sue conquiste, quella che oggi è diventata.

Esordì con un governo una politica espressa con metodi di rigore, ma il popolo aveva compreso che egli mirava ad un’autentica svolta, che aspirava a cambiare il destino della nazione, attraverso interventi epocali, storici, senza precedenti. Ataturk voleva una Turchia al passo con i tempi, senza fanatismi religiosi, un governo laico che sapesse svincolarsi e disimpegnarsi dai dogmi del Credo Musulmano, per questo non non permise all’Islam  ingerenze che limitassero il suo desiderio di modernismo e cambiamento.

Mise in moto, instaurando un indirizzo politico repubblicano, un’autentica rivoluzione, tanti sono gli appellativi e le onorificenze ricevute, fu chiamato anche ‘Gazi’ – che significa ‘vittorioso’.

La sua è una ‘lunga’ storia, anche se in realtà non visse a lungo, dato che scomparve prematuramente all’età di soli 57 anni.

Egli proveniva dalla Macedonia, e nacque infatti a Salonicco, in gran parte abitata da popolazione ebraica, quando la città faceva ancora parte dell’impero Ottomano, prima che diventasse territorio greco, anche se, i segni della Cultura anatolica  sono tuttora inequivocabili, nonostante sia stata ricostruita dopo un incendio, su progetto di un tecnico francese: Ernest Hébrard, che pensava solo ad una città moderna, di stile occidentale. L’impero ottomano, all’epoca, era ‘multietnico’, vi abitavano infatti popolazioni di estrazioni culturali diverse,  che professavano religioni diverse, tra cui l’Islam, la più diffusa,  l’Ebraismo, gente di fede ortodossa, Armeni, e altre minoranze.

Mustafà  Kemal, era venuto al mondo in una famiglia normale, piuttosto tradizionalista, ma egli manifestava già insofferenza per uno stile di vita condizionato dal culto e confessione religiosa di appartenenza. Era nato con uno spirito indipendente e lungimirante, proiettato verso il futuro, detestava gli ordini precostituiti, e un irrefrenabile flusso di idee in movimento faceva vibrare la sua mente; fin dalla giovane età lo spingeva a ribellarsi ai sistemi arcaici in cui viveva.

Era appena adolescente quando entrò nella scuola militare ottomana a Salonicco, proseguendo poi all’Accademia militare di  Istanbul, fu in breve inviato in Siria, ed era già un ufficiale dell’esercito, a soli 24 anni. Nel corso di operazioni militari in Siria, dove si distinse per audacia e abilità strategica, fondò una sorta di società segreta, il cui nome era ‘Patria e Libertà’, e già si faceva largo nelle sue concezioni politiche, un forte ideale basato sul nazionalismo, dove vi era tuttavia posto anche per i principi democratici, valori nei quali fermamente credeva. Partecipò anche al movimento dei ‘Giovani Turchi’, orientato verso il progresso e la libertà d’espressione, e pertanto contro il potere assolutista e reazionario del Sultano, il quale aveva sempre combattuto queste forme di associazionismo segreto, che cospiravano contro il suo regime.

La sua gioventù si popolò pertanto di sogni ambiziosi, di viste ampie oltre il Bosforo e il Mediterraneo, era attratto dalle Civiltà Occidentali, e il suo pensiero vi sostava con insistenza, portandolo di fronte ad attriti fortissimi, tra la realtà, che non amava, e l’immaginazione, che proiettava il suo sogno in una forte scossa di cambiamento. Dovette affrontare prima di tutto amarezze a non finire, dato che rimase quasi unico superstite di una famiglia composta di 6 figli.. Colpi durissimi che la vita non gli risparmiò, ma che forse resero più combattivo il suo spirito vivace, che sembrava forgiato per superare ostacoli insormontabili. Il progresso era la base di una prospettiva nella quale c’era posto solo per il cambiamento radicale della Turchia, in ogni versante, tutti gli impedimenti che frenavano l’impulso verso le fondamenta di un nuovo progetto di stato moderno, dovevano essere superati, uno dopo l’altro, senza esitazione o titubanze.

Fu il suo carattere deciso e intraprendente a fare la differenza, una personalità arrendevole o fragile non gli avrebbe mai permesso di andare oltre gli steccati del potere religioso, soprattutto quello Islamico, che voleva essere il perno attraverso il quale dovevano passare le leggi, affinché si conformassero ai suoi dogmi. E questa era esattamente la trincea più dura di Mustafà Kemal, il quale, nel frattempo, mentre maturava sempre più chiaro l’ideale del passaggio verso il rinnovamento, si preparava, tappa dopo tappa, a prendere le redini del potere.

Nei primi decenni del novecento, Ataturk combatté contro l’esercito italiano, che tentava di colonizzare la Libia. Combatté valorosamente anche nel corso della prima guerra mondiale, distinguendosi per valore militare e strategie di difesa, e proprio nel corso della campagna nei Balcani, fu nominato Comandante. Rientrato in Turchia, come era ormai nell’ordine delle sue prospettive politiche, espresse piena avversione al Sultano, e tentò di porre rimedio alla confusione che si manifestava in diverse aree del paese, convincendo apertamente l’esercito e il popolo a lottare con lui per l’indipendenza della Turchia.

Tanti aderirono ai suoi progetti, anche perché era un abile oratore e conosceva bene l’arte di persuadere la gente a quella che a ragione riteneva una giusta causa. Esponenti politici e militari si riunirono dunque in Assemblea nel 1919, per trattare apertamente della crisi nell’attuale regime del Sultano. Da allora i suoi piani politici diventarono sempre meno lontani, e i modelli di riferimento erano la Francia e la Germania. Egli infatti puntava proprio a creare un assetto politico seguendo linee programmatiche in sintonia con i paesi europei, a cambiare completamente il volto del suo paese. All’inizio del secondo decennio del novecento, assunse il comando militare, con la carica di generale d’armata, e riuscì ad avere ragione dell’esercito greco, nel conflitto greco-turco del 1922, meritandosi il ‘titolo’ di ‘Vittorioso’.

Fu in questo periodo che furono deportati centinaia di migliaia di ortodossi (oltre un milione), dall’Anatolia alla Grecia  e circa quattrocento mila musulmani dalla Grecia in Turchia. Era un periodo delicatissimo che Mustafà Kemal riuscì a gestire con metodi anche repressivi, instaurando all’inizio una vera e propria dittatura e stroncando sul nascere focolai di resistenza, era nell’ordine naturale delle cose, non ci si poteva aspettare, nei primi anni, un applauso a scena aperta.  Si arrivò all’indipendenza della Turchia alla fine del ’29, non senza tensioni interne, dato che il comandante supremo, Kemal, doveva ancora lottare per rendersi credibile negli ambienti più scettici e riottosi. Ma è in quegli anni che cominciò ad affermarsi il suo carisma, fu proprio allora che il mito prese la sua ribalta, anche sulla scena internazionale.

Nei dieci anni successivi, cominciò a stabilire, attraverso opportuni interventi legislativi, una linea guida sul versante politico e sociale, non nascondendo le sue simpatie verso l’Occidente, e intervenendo anche sugli usi e  consuetudini del suo popolo, attraverso un vero e proprio cambiamento di costumi e stile di vita.

Fondò il Partito Repubblicano del popolo, certamente a sua immagine e somiglianza, ma aveva ormai compreso che la nazione lo seguiva con crescente convinzione ed entusiasmo e che tutta la campagna di riforme messa in atto nel giro di pochissimi anni, in fondo aderiva all’animo della sua gente, nonostante qualche dissenso, che in ogni caso non rifletteva i reali umori della popolazione.  Erano i Musulmani più ortodossi e radicali, a trovare inopportuna questa smania d’Occidente nell’organizzazione della società e del governo turco, soprattutto dopo l’eliminazione dalla Costituzione dell’articolo che aveva previsto l’Islam quale religione di stato. Ebbene, l’Islam non fu più religione di stato, Ataturck teneva moltissimo alla laicizzazione delle istituzioni, e con il potere temporale e spirituale uniti non sarebbe stato di facile attuazione.

L’avvicinamento agli ideali politici e sociali europei, lo indussero anche a riformare l’anagrafe di ogni singolo cittadino, introducendo l’uso del cognome nei documenti personali, e disciplinando così anche un altro aspetto fino ad allora tenuto saldo dalla tradizione. In quel periodo, siamo agli inizi degli anni ’30, l’Assemblea Nazionale ‘assegnò un cognome anche al suo leader, scegliendo ‘Ataturck’, che significa Padre del popolo turco. Da allora divenne Kemal Ataturk, nome completo.

Il Presidente turco vietò anche l’uso del turbante, della barba, i baffi caratteristici nell’esercito; il veto si estese alle donne musulmane, alle quali proibì l’uso del velo in luoghi pubblici, ed egli stesso vestiva secondo le tendenze dei paesi europei più progrediti, dando un esempio dell’ordine che esigeva dalla sua gente.  Alle donne fu concesso il diritto di voto, attraverso il suffragio universale,  superando quella barriera ostica ed ostile nei loro confronti, che le aveva private dei diritti politici, e ridotto al minimo il loro ruolo sociale. In questi anni, tra i venti e i trenta, abolì anche la scrittura di origine araba, sostituendola con i caratteri e l’alfabeto latini. Il suo riformismo rivoluzionario, sembrava creasse attrito con l’autoritarismo dei primi anni di governo, ma in realtà Ataturk stava portando la Turchia sul piano sociale e civile, nell’altra sponda del Mediterraneo, migliorando notevolmente le condizioni di vita del popolo, e conquistandosene lentamente la fiducia.

Egli fece riferimento, nella struttura dello stato sul piano normativo, al Codice Civile Svizzero, e al Codice Penale Italiano, sottolineando così, ancora una volta, i suoi intendimenti nell’esigenza di progresso, in quell’inarrestabile processo di modernizzazione.  C’erano certamente delle ambivalenze nel suo modo di gestire il potere, dato che egli dava l’impressione di passare disinvoltamente dalle riforme agli atti di dispotismo politico.  In realtà soltanto negli anni successivi la Turchia avrebbe realmente compreso tutti gli enormi sforzi compiuti dal suo leader perché si affermasse una nuova civiltà nel paese, con un’autentica rinascita attraverso il rinnovamento in tutti i settori della vita sociale. Si sono citate solo le riforme più importanti, ma Ataturk andò ben oltre, la sua causa.  Il desiderio di creare una nazione moderna e dinamica in tutti i versanti della vita economica e sociale, lo portò a proiettare la sua politica in dimensioni di progresso che fino ad allora erano autentiche utopie, inconcepibili con un sistema politico arcaico, dispotico e conservatore, come poteva essere quello del Sultano.

Se ne andò quasi con discrezione, prematuramente, a soli 57 anni, nel novembre del 1938, dopo avere lasciato un’eredità di ideali che non conosceva precedenti nella storia di questo paese. Aveva sofferto nel corso della sua vita per qualche vulnerabilità fisica, ma la patologia al fegato che lo aggredì negli ultimi anni, non gli diede scampo, perché piuttosto grave, si trattava di cirrosi epatica, e gli fu fatale.

E’ rimasto il mito di quest’uomo riformista, che entrò quasi con irruenza nel destino del popolo turco, come una meteora, diremmo, data la scomparsa prematura. Il tempo aveva consacrato, col suo contributo, la conquista di ogni diritto civile, la Turchia era diventata un ponte di pace tra Oriente ed Occidente, grazie alle lotte, all’intraprendenza e al coraggio di un uomo ormai diventato leggenda.
(Virginia Murru)


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